Tra Pechino e Ankara la (tenue) speranza di una mediazione

Cina e Turchia. Il colosso dell’Asia e il paese che, più che far da ponte con il continente europeo, sembra voler giocare partite tutte sue sul palcoscenico della politica internazionale. La cronaca delle ultime ore ci dice che è tra Pechino e Ankara, passando per Antalya, che viaggiano le tenui speranze di una mediazione che possa fermare la guerra d’Ucraina.

L’Europa, per il momento, resta a guardare, nonostante il dinamismo un po’ frenetico di Emmanuel Macron, la revisione ostentata dal cancelliere Olaf Scholz delle posizioni da “partner comprensivo” di Mosca che molti – non senza qualche ragione – rimprovera(va)no a Berlino. Il quadro delle difficoltà è completato dall’atteggiamento da “armiamoci e partite” di Boris Johnson, accompagnato dal vergognoso rifiuto di Londra di fare la propria parte nell’accoglienza dei profughi ucraini, nonostante la retorica fratellanza sbandierata a Zelensky quando ieri pomeriggio ha parlato in diretta alla Camera dei Comuni mentre magari i nababbi e i grandi investors di “Londongrad” erano al lavoro per salvare soldi e buone relazioni. E c’è poi la buona volontà di Mario Draghi, il cui indiscusso prestigio nelle cancellerie che contano non gli è valso, finora, un ruolo sul proscenio.

Il vertice a tre in teleconferenza tra Xi Jinping, Macron e Scholz ha dato un’immagine plastica di questa inedita costellazione di ruoli. A dare le carte è stato il leader cinese perché in tutta evidenza fra i tre è l’unico che avrebbe la forza e gli argomenti per farsi sentire a Mosca.

Ma quanto vuole farsi sentire? La settimana scorsa nell’assemblea generale dell’Onu la Cina, insieme con l’India (e in due fanno più di un terzo della popolazione mondiale), si è astenuta sulla mozione di condanna della Russia. Xi e Vladimir Putin, d’altronde, avevano rinnovato platealmente il loro patto di amicizia non più di cinque settimane fa alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali, quando le truppe russe erano già schierate massicciamente sulla frontiera ucraina. E pur se allora pochi, se non a Washington, credevano che si sarebbero mosse davvero, era evidente che qualcosa stava succedendo. Gira pure qualche voce secondo la quale il russo avrebbe rivelato al cinese le proprie intenzioni.

Diciamo che non è così, che Xi sia rimasto di stucco la mattina del 24 febbraio come i suoi colleghi nel resto del mondo. Comunque si è guardato bene dall’andare oltre una generica “deplorazione della guerra in Europa” e dallo schierarsi dalla parte del paese aggredito. Anche ai suoi tele-interlocutori il leader cinese ha fatto capire di avere idee molto diverse da quelle che dominano in Europa sul da farsi per risolvere la crisi. Occorre – ha detto – “la massima moderazione”, per evitare una gigantesca crisi umanitaria (quella che in realtà c’è già) e “un aumento delle tensioni che rischi di farle sfuggire al controllo”.

Impatto negativo

La insuperabile distanza tra la posizione di Pechino e quelle degli europei è nel giudizio sulle sanzioni, unico strumento per contrastare Putin nell’opinione dei secondi, pericoloso fattore di disordine internazionale per i cinesi. Le sanzioni avranno, secondo Xi Jinping, “un impatto molto negativo sulla stabilità finanziaria del mondo, sull’energia, i trasporti e il commercio”, abbasseranno le prospettive di crescita del dopo-pandemia in tutto il mondo. Insomma, un disastro per tutti.

Il giudizio sulla negatività delle sanzioni a Mosca sembra esprimere la quintessenza della visione cinese sui rapporti internazionali. A sconfessione di quanti sostenevano che l’”operazione speciale” russa in Ucraina sarebbe stata apprezzata a Pechino con l’occhio alla questione di Taiwan, sia come cartina di tornasole della capacità e volontà dell’Occidente di contrastare una modifica dello statu quo per via militare, sia perché distraeva gli americani dalle loro speciali attenzioni all’area indo-pacifica, pare proprio che il sommovimento creato dall’avventura di Putin non sia tanto piaciuto a Pechino. Gli interessi politici ed economici cinesi hanno bisogno per dispiegarsi al meglio di certezze e stabilità internazionali.

E veniamo all’altra ipotesi di mediazione. Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha detto di aspettarsi molto dal tête-à-tête tra i suoi colleghi russo, Sergeij Lavrov, e ucraino, Dmytro Kuleba, giovedì ad Antalya. In effetti sarà la prima volta, se l’incontro non salterà all’ultimo momento, che due esponenti importanti delle nazioni in guerra si incontrano da quando è cominciata l’invasione. A Recep Tayyip Erdoğan va riconosciuto il merito di aver saputo trasformare un evento di scarsa importanza come la Conferenza delle diplomazie che si tiene nella città turistica sull’Egeo in un appuntamento cui tutto il mondo guarda con qualche speranza. Nonostante le antipatie – più che giustificate – che il leader turco si è guadagnato con i suoi metodi dittatoriali in patria, pagati duramente dagli oppositori politici e dai curdi, e le sue avventurose sortite internazionali, dalla Siria alla Libia, la sua collocazione sulla scena internazionale offre qualche credibilità alla sua veste di possibile mediatore.

Intanto la Turchia è nella NATO, ma in una posizione eccentrica. Non solo il suo governo non ha aderito alle sanzioni contro Mosca, ma Erdoğan, pur se ha formalmente condannato la spezoperatija di Putin è stato ben attento a non forzare i toni e a non danneggiare i rapporti economici con la Russia, che non riguardano solo le forniture di gas (dalle quali anche la Turchia è dipendente quasi come la Germania e l’Italia pur se meno che negli anni passati), ma anche un discreto interscambio commerciale. Un rapporto di vecchia data, pur se in teoria la Turchia che ha il secondo esercito più numeroso della NATO dovrebbe essere considerato un nemico “naturale” di Mosca, un rapporto che non ha subìto danni irreparabili neppure quando i due paesi si sono trovati su fronti opposti con la prospettiva di un confronto diretto che è arrivato a un passo dal diventare concreta quando, nel novembre del 2015, un caccia Sukhoi russo è stato abbattuto da un F-16 (americano) dell’aviazione turca nel cielo della Siria. Bastò un incontro tra i due massimi leader per considerare chiuso l’incidente. D’altronde tutti e due non hanno problemi a dichiararsi reciproca simpatia.

La Turchia, però, ha solidi rapporti anche con l’Ucraina, suo vicino al di là del Mar Nero che è un partner importante per le esportazioni e con la quale esistono antichi legami storici e culturali. Dopo l’occupazione russa della Crimea del 2014 i rapporti si sono ancor più consolidati, anche per la diffidenza comune dei due paesi nei confronti dell’ipotesi che riaffiora di tanto in tanto a Mosca, e ora con l’invasione potrebbe assumere una pesante concretezza, che la Russia miri a reimpossessarsi dei territori ucraini prospicienti il Mar Morto, dal Donbass a Odessa, che appartenevano alla cosiddetta Nuova Russia strappata dai russi proprio ai turchi ottomani. Il rapporto tra Ankara e Kiev è stato consolidato dalla forniotura, da parte turca, dei droni “Bayraktar” che, a quanto pare, stanno provocando serie difficoltà alle forze aeree russe.

Un’altra carta che Ankara potrebbe giocare con tutti e due i contendenti è la potestà turca, fissata dal 1936 con la convenzione di Montreaux, sugli stretti dei Dardanelli e del Bosforo che permettono di passare dal Mediterraneo al Mar Nero e offre con ciò un efficace strumento diplomatico per condizionare le due parti.

L’intervista di Zelensky

Si vedrà ad Antalya se l’incontro tra Lavrov e Kuleba sponsorizzato dall’uomo forte di Ankara aprirà davvero qualche spazio d’intesa. Intanto c’è da registrare l’apertura (ma forse è un po’ troppo chiamarla così) venuta a sorpresa dal presidente ucraino in una intervista alla tv americana ABC.  Riferendosi alla Crimea e alle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk Volodymyr Zelensky ha detto che si dovrà “discutere e cercare compromessi su come questi territori continueranno a vivere”.

Un cambiamento radicale dell’atteggiamento di chiusura totale alle pretese russe? Qualcuno lo ha interpretato in questo modo, leggendo l’affermazione come un’ipotesi di compromesso che lascerebbe in mano ai russi le zone completamente russofone dell’Ucraina. Ma questa interpretazione è parsa del tutto smentita dall’atteggiamento, molto fermo e emotivamente forte, che Zelensky ha mostrato in serata nel discorso tenuto in collegamento ai membri della Camera dei Comuni britannica. Nessun cenno a eventuali schemi di accordi possibili ma una forte rivendicazione dei diritti all’indipendenza e alla vita che gli ucraini stanno difendendo eroicamente contro le intollerabili violenze dei russi, da presentare alla condanna dei tribunali internazionali, e un accenno, pur se indiretto, alla richiesta dell’estensione da parte della NATO di una no fly zone nei cieli dell’Ucraina.

C’è da dire che l’ipotesi di uno “scorporo” dall’Ucraina delle regioni a maggioranza russofona era stata evocata la sera prima dal portavoce ufficiale di Putin Dmitrij Peskov, ma in una forma molto pesante: la Federazione russa dovrebbe impossessarsi di tutta la fascia costiera sul Mar Nero, dove effettivamente si continua a parlare molto il russo che, almeno a stare ai censimenti degli anni passati, sarebbe ancora la prima lingua a Mariupol e a Odessa. Peskov ha aggiunto poi che l’Ucraina dovrebbe accettare di attribuire alla lingua russa la stessa ufficialità dell’ucraino.

Insomma, le posizioni sono lontanissime e per ora, se non ci sarà una svolta indotta da una mediazione esterna, è molto difficile che possa essere messa in piedi una qualsiasi negoziazione. Si comincia però, forse, a capire quali potrebbero essere i contenuti del contenzioso. La Russia tenderebbe ad estendere la propria giurisdizione su tutti i parlanti russi dell’Ucraina, magari se necessario con spostamenti di popolazioni, cominciando a mettere in pratica quella che pare essere un’ossessione di Vladimir Putin: riunire tutti “compatrioti”, la diaspora di 25 milioni di ex cittadini sovietici rimasti fuori dai confini della Federazione, sotto la tutela della Grande Madre Russia. A livello di pura ipotesi non si può escludere che alla fine, come qualcuno ha intravisto nelle parole di Zelensky alla ABC, gli ucraini siano costretti ad accettare una qualche divisione del paese, considerando magari anche il vantaggio di avere un paese etnicamente e linguisticamente omogeneo.

Per la comunità internazionale, però, una simile soluzione rappresenterebbe una sconfitta e un pericolo. Se si accetta l’idea che i confini possano essere modificati sulla base del principio di nazionalità si potrebbe aprire il vaso di pandora dei nazionalismi e nessuna comunità avrebbe più certezze e stabilità. La libertà consiste nella possibilità di godere dei diritti umani e civili, non avere il passaporto di un colore o di un altro.