Ucraina, l’incubo delle bombe nucleari tattiche

Sulla guerra in Ucraina si allunga l’incubo delle armi nucleari. Non quelle strategiche, che significano la reciproca distruzione totale, ma quelle tattiche, che possono essere comunque l’inizio di una pericolosissima escalation. Il solo fatto che se ne parli è il segno di un tabù che è stato infranto.

armi tatticheLe minacce di Putin all’Occidente di una reazione “che non avete mai visto prima nella vostra storia” nell’eventualità di un intervento a favore dell’Ucraina e di lì a poco la messa in stato di allerta delle forze nucleari russe hanno fatto rizzare i capelli in testa a qualunque persona di buon senso e sollevato milioni di interrogativi. Davvero il capo del Cremlino è disposto a correre il rischio di una guerra nucleare? E quindi di una catastrofe che non potrebbe restare fuori dai confini della Russia, per quanto Grande la immagini? O il suo è stato solo un mostrare i denti, per ricordare che anche se non è una potenza economica – il Pil pro capite della Russia è appena sopra quello bulgaro – Mosca resta una potenza nucleare ed esige rispetto?

Mad o l’equilibrio del terrore

MAD. Mutually assured destruction, reciproca distruzione assicurata. Si chiama così l’equilibrio del terrore basato sulla consapevolezza che un conflitto nucleare non avrebbe vincitori, ma solo sconfitti. Il principio della deterrenza che ha retto durante la Guerra fredda e che dopo era sembrato uno scampolo di un’altra epoca, benché mai sconfessato. Trattati di non proliferazione, riduzione delle testate nucleari – dalle 60.000 degli ’80 alle 12.000 odierne – non hanno comunque cambiato il principio di base: la guerra nucleare si può forse minacciare ma non vincere.

Dunque, tutto a posto? E no. Perché questo tirare in ballo l’ipotesi nucleare da parte di Putin (ma anche del suo ministro degli esteri Lavrov, pure considerato persona un po’ più ragionevole) potrebbe non alludere all’utilizzo delle testate strategiche, quelle capaci di annientare città e paesi interi in pochi istanti e di innescare reazioni a catena altrettanto devastanti. In un rapporto redatto nel 2018 il Pentagono segnala come la strategia russa si sia orientata a considerare possibile il ricorso ad un primo attacco nucleare, una limitata escalation atomica con l’utilizzo di armi tattiche, la cui potenza distruttiva è circoscritta, anche solo in un raggio di poche centinaia di metri.

Secondo la Difesa Usa, Mosca potrebbe farvi ricorso, nella convinzione che la sola minaccia o un uso limitato “potrebbe paralizzare gli Stati Uniti e la Nato e quindi condurre a termine un conflitto in termini più favorevoli alla Russia”. Il Pentagono pertanto esplicita la necessità di chiarire bene al Cremlino di non sbagliare i propri calcoli e che anche un uso limitato del nucleare sarebbe considerato inaccettabile. La Russia, si sostiene da parte Usa, ha “dimostrato la propria volontà di usare la forza per alterare la mappa dell’Europa e imporre il suo volere ai propri vicini, seguita dalla minaccia implicita o esplicita di un primo attacco nucleare”.

In Usa l’arsenale è stato ridimensionato

Dagli anni 60 gli Stati Uniti hanno sviluppato armi nucleari tattiche e anche la Nato ne aveva previsto un possibile utilizzo su campo di battaglia, per fermare per esempio l’avanzata sul terreno delle truppe sovietiche. Ma gli Stati Uniti hanno successivamente ridimensionato il proprio arsenale nucleare tattico e attualmente, stando ad un rapporto del Congresso Usa del 2021, ne detengono 230 contro le circa 2000 della Russia. Putin potrebbe essere tentato di usarle nel conflitto in Ucraina, nella consapevolezza di una schiacciante superiorità numerica? E in ogni caso, perché, visto che le sue forze sul terreno sono sicuramente preponderanti?

Insomma, il Pentagono ipotizza dal 2018 che Mosca possa utilizzare l‘escalation nucleare per imporre una de-escalation, in una situazione di stallo: per imprimere una svolta quando le operazioni sul terreno fossero impantanate, alzare il tiro per infliggere uno shock, anche emotivo, che pieghi l’avversario. E’ uno scenario possibile, ma che gli analisti non ritengono probabile in Ucraina.

“L’operazione speciale” non è andata come Putin aveva previsto: non è stata una passeggiata, ma la potenza di fuoco convenzionale a disposizione delle forze russe non è certo agli sgoccioli. E usare il nucleare nel territorio ucraino, se anche decidesse le sorti della guerra, di sicuro relegherebbe ancor più la Russia ad uno stato di paria internazionale.

Azioni dimostrative nel mar Nero?

Semmai un possibile utilizzo di armi nucleari tattiche potrebbe avvenire, come segnalano diversi analisti, lontano da centri abitati, magari nel mar Nero: azione dimostrativa, con effetti limitati, ma non meno agghiacciante. Più grave ancora se, magari per un errore di valutazione da parte russa, venisse colpito un paese confinante con l’Ucraina coperto dall’ombrello Nato. L’Alleanza atlantica si troverebbe di fronte ad un dilemma di difficile soluzione, anche se la strategia alleata prevede una risposta “proporzionata e flessibile”.

E c’è poi un altro possibile scenario. Per effetto delle sanzioni, della resistenza ucraina, delle proteste interne, Putin potrebbe trovarsi all’angolo. E la tentazione di aprirsi una via d’uscita non convenzionale, rapida e risolutiva, potrebbe fargli gola. Più di tutto, il clima di totale sfiducia che ha seminato nelle relazioni internazionali potrebbe far saltare i meccanismi di comunicazione creando le condizioni in cui un errore, un calcolo sbagliato, un malinteso potrebbero trascinare Mosca – e noi tutti – a un punto di non ritorno.