Ucraina, la guerra va fermata: il 5 novembre in piazza per la pace

La manifestazione a Roma del 5 novembre per la pace segnala una svolta importante. Per troppo tempo la scena è stata occupata solo dall’impegno ad inviare sempre più armi occidentali all’Ucraina. Non a caso Kissinger ha parlato di guerra senza obiettivi chiari di sbocco. Ora inizia una fase nuova. L’Ucraina ha diritto a difendersi dall’aggressione voluta da Putin, ma l’attenzione deve ora concentrarsi su come costruire un percorso verso la tregua e la pace.

Cessare le ostilità

ucrainaÈ evidente che i continui bombardamenti sull’Ucraina destano orrore per le stragi e purtroppo confermano che le guerre fanno vittime anzitutto tra i civili. Non vanno taciuti neppure gli attentati e i bombardamenti verso persone e strutture con vittime come quelli organizzati dall’Ucraina, da cui gli Usa non a caso hanno preso le distanze. La guerra continua ed è destinata a portare altri orrori, vite spezzate, sconvolte, va fermata.

La reazione del G7 non prevede iniziative di pace e insiste sull’invio solo di altre armi all’Ucraina. È una spinta alla continuazione della guerra. Stoltenberg, segretario generale della Nato, è protagonista di queste scelte militariste e ha chiesto agli stati membri di produrre più armi, per rifornire gli arsenali dei vari Paesi. La spinta a produrre più armi, al riarmo, a spendere più risorse negli armamenti è in pieno svolgimento. È una modifica rilevante della destinazione delle risorse pubbliche proprio quando c’è grande bisogno di destinarle alla parte che soffre di più la crisi.

Alle tragedie della guerra si aggiunge una distorsione delle scelte economiche che è una promessa di altre guerre, perché le armi sono prodotte per essere usate, per uccidere e devastare. L’Ucraina è anche un drammatico terreno di sperimentazione di nuovi armamenti. La pace dovrebbe fondarsi su un clima di distensione, di fiducia, di disarmo, oggi è il contrario, quindi occorre produrre inversioni di tendenza. Il perno della posizione del G7, come della Nato, è di sostenere l’Ucraina fino a quando sarà essa stessa a decidere che è giunto il momento di cessare le ostilità.

Un baratro verso il coinvolgimento diretto

Questa posizione, esposta più volte anche da Draghi come Presidente del Consiglio, è una contraddizione in termini e un errore politico, perché dietro ladraghi facciata dell’aiuto all’Ucraina non riesce a nascondere la scelta per una soluzione armata del conflitto in Ucraina e quindi parla di sconfitta dell’avversario, non di tregua e pace.

Se fosse vero che deve essere l’Ucraina a decidere pace o guerra allora dovrebbe farlo insieme a quanti la sostengono anche sul piano militare, cosa che il gruppo dirigente ucraino non intende fare. Perfino gli Usa non sempre sanno cosa fanno gli ucraini. Inoltre, se ci fosse un accordo su cosa fare è evidente che il coinvolgimento passerebbe dalla fornitura di armi alla aperta cobelligeranza, quindi dovremmo entrare apertamente in guerra contro la Russia.

Per ora siamo sull’orlo del burrone ma un passo ulteriore porterebbe ad un coinvolgimento diretto.

Quindi decide l’Ucraina è un paravento che non riesce a nascondere la volontà di proseguire la guerra.

Il dramma economico e ambientale

gasdottoPer di più nessuno ha delegato l’Ucraina a creare condizioni che potrebbero scatenare una nuova guerra mondiale, o peggio un conflitto nucleare. Senza contare che la guerra ha conseguenze economiche ed ambientali enormi. La crisi energetica, con le conseguente inflazione, sta mettendo in ginocchio le economie europee, ma non quella Usa. Anzi, la vendita del gas naturale americano avviene ad un prezzo tre-quattro volte superiore al mercato interno, con una disparità concorrenziale enorme a sfavore dell’Europa, che sembra non accorgersi pienamente delle conseguenze devastanti sull’economia, sull’occupazione, sulla vita delle persone.

Per di più l’Opec si fa beffe delle richieste di mantenere basso il prezzo del petrolio. Gli impegni presi con gli Usa non vengono mantenuti dai Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa. Avremo recessione, disoccupazione, chiusura di aziende, redditi in picchiata, povertà in aumento vertiginoso, probabilmente freddo nei locali, ma potrebbe non essere il problema più grave. Questo non porterà benefici all’Ucraina e diventerà un dramma per l’Europa.

Altri sono al riparo da queste conseguenze. Anche se va detto che il futuro dell’economia mondiale oggi è un’incognita per tutti.

Investire tutto sulla guerra provocherà altri orrori mentre occorre interrompere i combattimenti, convocare una conferenza internazionale per la pace per costruire pazientemente una condizione di pace e sicurezza per tutta l’area. A partire dall’Ucraina. Sono questi gli obiettivi centrali della manifestazione del 5 novembre con l’obiettivo di contribuire a porre fine a questa tragedia, scatenata dall’invasione voluta da Putin.

Appena un anno fa il mondo era concentrato sulla crisi climatica e ambientale, cercando le strade per evitare lo sfondamento dei parametri, a partire dalla temperatura per non farla crescere più di un grado e mezzo. I Paesi che si impegnavano a contribuire al coordinamento degli obiettivi oggi hanno altre priorità e come conseguenza il cambiamento climatico sta imperversando. L’obiettivo di un anno fa ora sembra un miraggio e le conseguenze saranno catastrofiche per la vita di tutti.

5 novembre: una manifestazione di pace

Il problema ora è come uscire dalla spirale di guerra, mettendo fine ad una tragedia immane nel cuore dell’Europa, prima che sia troppo tardi. Ricordando che in Italia nessuno ha delega per fare la guerra, tanto meno senza dirlo e deciderlo.

Cresce la consapevolezza che è urgente avviare un’inversione verso la pace. Si avverte una crescente, fondata preoccupazione nell’opinione pubblica.
In passato la guerra nucleare è stata evitata perché tutti i protagonisti hanno capito che non si poteva pretendere di usare le atomiche per ottenere cambi di regime. La presenza di regimi diversi è la chiave della coesistenza tra tra Paesi che hanno sistemi, valori e modelli differenti tra loro.

Questo è vero ora in Ucraina come in Russia. La coesistenza è tra regimi diversi, altrimenti non è. Che senso ha, ad esempio, vietare per decreto trattative con l’avversario? Libano e Israele, che non hanno mai firmato tra loro un trattato di pace dopo la guerra, hanno raggiunto un accordo per spartirsi i giacimenti di gas off shore, dimostrando che invertire la rotta è possibile, anche a piccoli passi.

Se l’obiettivo è un futuro di pace e di indipendenza per l’Ucraina, garantito da accordi internazionali, la ricerca di una soluzione pacifica è l’unica via. Continuare in uno scontro ideologico sempre più aspro (e armato fino ai denti) porterebbe a conseguenze drammatiche, per l’Europa e per il mondo intero.
Ora siamo al bivio tra guerra e pace. La manifestazione del 5 novembre incarna la speranza che riprenda a volare alta e unitaria la volontà di pace.