Ucraina, il silenzio impossibile. La guerra raccontata ai bambini

Astrid Lindgren, l’autrice svedese delle rivoluzionarie avventure di “Pippi Calzelunghe” era una convinta pacifista. Lo dichiarava apertamente e in ogni occasione. Lo fece anche nel 1978 ricevendo il premio per la pace dai librai tedeschi. Nel suo discorso di accettazione rivendicò il diritto-dovere di partire dai bambini, dalle loro speranze, dalle loro preoccupazioni. “Quelli che ora sono bambini assumeranno un giorno la guida del nostro mondo, ammesso che ne rimanga qualcosa. Dovranno decidere di guerre e di pace e di quale società vorranno”, disse.

Bambini ucraini nei rifugi. Da Twitter

Nell’introduzione al suo discorso, pubblicato in Italia da Salani in “Mai violenza!”, un altro scrittore attento all’infanzia, Andrea Bajani, sottolineava come le paure dei bambini fossero per lo più “abissali, filosofiche, protette dall’esercito entusiasta dei perché”, mentre quelle dei grandi erano di solito “pratiche e prosaiche”, attente ad accendere lampadine per scacciare il buio, mai inclini a produrre conoscenza o ad abitare il buio. Gli adulti “non spiegano la pace ma impongono un suo surrogato posticcio e ricattatorio, la minaccia di una guerra nucleare”.

Il silenzio impossibile sulla guerra

La parola “Perché” è una sorta di mantra dell’infanzia a cui il mondo adulto volentieri sfugge, per pigrizia ma spesso per una supposta protezione: i bambini non vanno turbati, a loro vanno spiegate certe cose e non altre, pensano i più. Non è così. Ne è convinta la norvegese Maria Parr, autrice del pluripremiato “Cuori di Waffel”, pubblicato in Italia da Beisler: “Quando vado a leggere nelle scuole i bambini e i ragazzi vogliono sempre sapere qualcosa di più sulle cose difficili, non si fermano alla superficie, agli aspetti esclusivamente divertenti”, dichiarò alla rivista Andersen qualche anno fa.

Oggi di fronte alla guerra in Ucraina, all’aggressione russa, al fiume di armi che attraversa l’Europa, alle colonne di poveri profughi in fuga dalle distruzioni le cui immagini scorrono in tv, cosa dire? Come raccontare la guerra ai bambini? Il silenzio è impossibile. Oltre 4 milioni di ucraini sono fuggiti dal paese, quasi metà di loro sono bambini. Nella sola Italia sono giunti, sino a marzo, più di 65 mila persone tra adulti e minori. Se poi allarghiamo lo sguardo, le statistiche si fanno ancora più drammatiche. Sono 452 milioni i bambini e le bambine in tutto il mondo – uno su sei – che vivono in aree colpite da conflitti, tra questi 200 milioni sono in zone di guerra ad alta intensità di violenze.

Alla Fiera Internazionale del libro per Ragazzi, da poco conclusasi a Bologna, un piccolo stand con libri ucraini, giunti in Italia grazie all’Ukrainian Book Institute, accoglieva i visitatori. Tra questi spiccava la copertina di un unico albo in inglese, assemblato in poco più di una settimana, a guerra già scoppiata. L’intento di “The War. The children who will never get to read books” era quello di spiegare ai più piccoli la guerra. Ma più che spiegarla, elencava un lungo elenco di uccisioni di bambini, di distruzioni, di sottrazioni dovute al conflitto.

Forse era inevitabile che in quel libro non vi fosse alcun segno di speranza. Eppure non basta raccontare le devastazioni della guerra. Ai più piccoli va mostrato anche il valore della pace e della sua costruzione, come hanno fatto Anna Sarfatti e Andrea Rivolta nel bell’albo “Se vuoi la pace”. Con un’attenzione, però, di cui ci mette in guardia Walter Fochesato in “La guerra nei libri per ragazzi”: “La presa di coscienza del ‘non senso’ della guerra credo che passi attraverso l’esame delle guerre stesse e non in una debole e sovente noiosa perorazione attorno alla pace”.

Come parlare di guerra

In queste ultime settimane si sono moltiplicate le buone pratiche delle organizzazioni civili, internazionali e del volontariato, come Emergency o Unicef che nel suo sito elenca alcuni possibili modi di parlare di pace e di guerra ai più piccoli, sempre rapportandosi alla loro diversa età e al grado di informazioni che già posseggono. Soprattutto è utile porsi in ascolto della loro voce, delle loro domande, senza ansie eccessive e senza il bisogno di scaricare su di loro una miriade di informazioni spesso inutili.

Tra i tanti consigli, uno mi sembra particolarmente prezioso: il parlare di guerra sottolineando l’empatia verso le popolazioni piuttosto che diffondendo parole di pregiudizio e odio che creano uno stigma. Serve anche focalizzarsi su chi aiuta o sui piccoli gesti che ciascuno può fare. Ciò consente di alleviare il senso di impotenza. Tra i tanti bei progetti messi in campo in queste settimane, merita citare quello di Save the Children Italia. Si chiama “Druzi” (Amici in ucraino). Si tratta di una rete di “volontari per l’educazione”, ragazzi appartenenti soprattutto alla comunità ucraina in Italia che si impegnano, grazie a Internet e a un tablet, in un’opera di affiancamento dei ragazzi e delle ragazze tra i 9 e i 18 anni in fuga dalla guerra e approdati nel nostro paese. Un gesto concreto di fratellanza nel pieno della guerra.