Oltre le maratone tv: fermare la guerra, riparare il mondo

Dopo giorni e giorni di guerra e di talkshow televisivi e di maratonementana, mi è capitato di seguire il dibattito in un circolo del Pd di Milano (il circolo Fratelli Cervi: lo cito a onore di chi lo dirige e di chi partecipa), un dibattito vero, in cui si avvertivano cioè tutti i segni di una riflessione profonda, appassionata, mi verrebbe da aggiungere “dolente” per l’impotenza che coglie ciascuno di noi di fronte alla tragedia cui stiamo assistendo, lo scontro diseguale tra due paesi, il conflitto tra modelli politici, culturali, esistenziali, il confronto tra categorie valoriali tanto diverse, tra ad esempio una certa considerazione della vita umana e, in contrapposizione, il peso che si attribuisce ad un obbiettivo considerato superiore.

Qual è la vera democrazia?

Si è citato spesso il tema della democrazia e di una concezione della democrazia diversa da un mondo all’altro, additando ovviamente la pericolosità e l’intollerabilità, per noi, del modello autocratico russo, ma trascurando un riferimento alla qualità della democrazia ucraina (quante elezioni? quanti presidenti eletti e quanti deposti?) e di tante altre parti del mondo (la maggioranza, probabilmente).
Sullo sfondo è rimasta la questione dell’economia, cioè la rivalità tra due potenze, Usa e Cina, a scapito del resto dell’umanità, con la Russia, ormai un ex potenza o potenza economicamente debole, che tende o tendeva ad infilarsi tra i due competitori.

La globalizzazione squilibrata

Bambini nei rifugi. Da Twitter

Si è detto di una globalizzazione senza equilibrio che ha diviso sempre di più tra ricchi e poveri all’interno di società ricche e di società povere (di cui lUcraina resta ad esempio, dopo la Moldavia, il paese più povero in Europa, a trent’anni dal disfacimento dell’impero sovietico e malgrado le grandi risorse naturali).

Tanti altri argomenti: il gas ovviamente, le regioni russofone, la Crimea (persino in ricordo dei bersaglieri di Cavour), le centrali atomiche, le false notizie e la propaganda attraverso i canali dell’informazione. Ce ne sarebbe all’infinito o quasi se si vuole storicizzare, contestualizzare, spiegare…

Costruire la pace, riparare il mondo

Tutti, ovviamente, si sono interrogati sul “che fare?”. Nessuna risposta o mezze risposte, risposte incerte, risposte difficili. Però le risposte non stanno scritte da nessuna parte. Invece si costruiscono.
Mentre seguivo la discussione, mi è venuta in mente una frase di Alexander Langer, pacifista, ambientalista, scrittore, morto suicida ventisette anni fa. Molti lo ricorderanno. Aveva scritto Langer: “Provate sempre a riparare il mondo”. Mi piace soprattutto quel verbo: “riparare”. Non cambiare, rivoluzionare, rovesciare, trasformare, ma, con senso dei limiti, della modestia delle nostre forze, “riparare”.

Proteggere il mondo, aggiustare il mondo. In questo caso proteggere e aggiustare l’Ucraina, cioè la sua gente, imporre la pace contro la sofferenza di una popolazione inerme, che non vive di retorica patriottica, vecchie e vecchi strappati alle loro case, bambini dispersi (un padre ucraino raccontava a sua madre, badante in Italia, che nel corso della fuga verso il confine polacco, dentro una folla gigantesca in corsa, il rischio era stato quello di perdere lungo le banchine delle stazioni persino i figli).

Bandire la parola vittoria, salvare le vite

Costruire la pace significa anche bandire una parola: “vittoria”. Che vinca Putin o che vinca Zelensky mi pare poco importi, se si salva una vita, anche una sola vita.
Ciascuno ha la sua parte, grande o piccola: manifestare in una piazza, come è avvenuto sabato a Roma, è qualcosa o molto.
L’onere della trattativa e della mediazione tocca ad altri. Il leader israeliano se ne è fatto carico (non so perché lui e a nome di chi): “Il nostro dovere morale è fare di tutto per arrivare ad una soluzione”. Però aspettiamo la voce sola di un’Europa unita, degli Stati Uniti, della Cina… Riparare gli ucraini. Poi, fermata la guerra si discuterà dei confini dell’Ucraina.
Ho ascoltato una sera in tv una brillante direttrice di non ricordo quale centro studi internazionali sostenere l’utilità di spedire in Ucraina sempre più armi al fine di prolungare la guerra fintanto che le sanzioni sarebbero diventate una morsa mortale per Putin e per la Russia: quanti cadaveri dovremmo contare, quanti profughi, quante distruzioni in attesa che le sanzioni affondino il nuovo zar?
Francamente preferisco se non una pace intera almeno uno stop alla guerra, senza il vincolo di riconoscere un vincitore e uno sconfitto, uno stop che lasci vivere, che dia spazio alla trattativa, che ridia senso alla politica, il cui compito sarebbe, nobilmente, “riparare il mondo”.

La retorica del patriottismo e l’insensato nazionalismo

Una mezza pace lascerebbe una porta aperta a Putin e una porta aperta a Zelensky (mi piacerebbe che alla conclusione di tutto qualcuno analizzasse la politica del presidente ucraino). Il peso delle vite che si perdono dovrebbe spegnere la retorica del patriottismo che diventa insensato nazionalismo, la presunzione dei diritti, l’arroganza delle rivendicazioni. In una realtà globale che ci tiene assieme, che relaziona una parte e l’altra della terra. Come si dice, un battito d’ali può provocare una valanga.

Purtroppo di valanghe di questi tempi ne abbiamo viste (magari poi dimenticate) troppe: dall’Iraq a Kabul, dalla Libia alla Siria. Le abbiamo guardate con occhi diversi rispetto ad oggi e secondo la latitudine. Così capita ad esempio che i polacchi aprano le frontiere ai profughi ucraini, mentre poco fa gettavano secchi d’acqua gelida addosso ai profughi siriani e afghani. Anche questo è il segno di una globalizzazione malata, orrendamente malata.

Si può “riparare” qualcosa? Una discussione sincera in un periferico circolo del Pd può rappresentare un piccolo contributo. Bisognerebbe moltiplicare all’infinito. Una sinistra, se esiste ancora, dovrebbe pensarci.

Storia di Andy Rocchelli e del suo assassino

P.s. Vorrei approfittare per ricordare una storia che pochi probabilmente ricordano, la storia di Andy Rocchelli. Andy era un fotoreporter. Era nel Donbass. Era con un interprete ucraino, con un collega francese e con un autista. Era lì per documentare le condizioni di vita dei civili in una situazione di guerra.

Lui e gli altri, inermi testimoni, vennero raggiunti il 24 maggio 2014 da un fuoco d’artiglieria da parte di un gruppo militare ucraino comandato da un alto ufficiale, Michail Zabrodskij. Con Rocchelli morì anche l’interprete. Il fotoreporter francese e l’autista vennero gravemente feriti. Tutto documentato non solo dai testimoni, anche dalle foto di Rocchelli, fino al colpo mortale.

Zabrodskij ha fatto carriera: è diventato parlamentare, membro del gruppo per le relazioni interparlamentari con la Repubblica Italiana. E’ stato insignito dell’onoreficenza di “Eroe dell’Ucraina” .