Ucraina, “linea rossa” di Europa e Usa sulle armi chimiche

Un mare di soldi all’Ucraina in armi (di difesa) e aiuti umanitari, accompagnati dalla premessa che nessun soldato della NATO metterà piede nel paese aggredito e nessun aereo della NATO lo sorvolerà.  Un duro altolà all’eventuale intenzione russa di utilizzare armi chimiche, biologiche o nucleari tattiche: una linea rossa che se verrà oltrepassata riceverà “adeguata risposta”. Nuove sanzioni alla Russia, ma, per ora e almeno per quel che se ne sa dalle dichiarazioni pubbliche, niente sul fronte più sensibile, quello delle forniture energetiche. Un monito alla Cina: non si azzardi ad aiutare Putin, ma se s’impegnerà a favorire una soluzione negoziate sarà la benvenuta. E – forse è la novità più importante uscita dalla grande Giornata dei Tre Vertici che l’occidente ha messo in scena a Bruxelles con la partecipazione del presidente americano – una risistemazione dell’equilibrio della NATO che ne sposta sensibilmente il baricentro verso Est: dalla Germania agli immediati confini della Federazione russa. Proprio quello, insomma, che sarebbe stato il motivo scatenante, almeno nelle apparenze perché è del tutto lecito supporre che sia stato invece il pretesto, dell’avventurosa “operazione speciale” di Putin. La guerra sanguinosa che sta devastando l’Ucraina, ma che rischia di diventare una trappola micidiale anche per chi l’ha scatenata senza pietà.

Questo, in estrema sintesi, è uscito dalle riunioni del Consiglio Atlantico, del G7 e del Consiglio europeo che si sono tenute in una Bruxelles blindata nel più severo apparato di sicurezza da quando ospita la NATO e le istituzioni europee.

Cerchiamo di ricostruire la giornata seguendo il filo cronologico degli appuntamenti.  Tutto comincia con la scena che ormai è diventata un must di queste settimane di guerra: Volodymyr Zelensky compare sugli schermi e ai trenta leader dell’Alleanza Atlantica espone una semplice proporzione matematica: voi, paesi della NATO, avete in tutto 20 mila carri armati. Se ce ne deste anche solo l’1% per noi quei 200 sarebbero la salvezza. Calcolo suggestivo, non c’è dubbio, ma che cade in un imbarazzato silenzio. Così come gli altri argomenti evocati dall’ospite in video: avete migliaia di aerei da combattimento ma non ce ne avete fornito neppure uno, mentre le nostre città vengono bombardate e centinaia di migliaia di persone sono intrappolate in una situazione in cui manca tutto. Acqua, cibo, medicine.

Quale linea rossa?

Non si tratta di argomenti nuovi, le stesse cose il presidente dell’Ucraina le ha dette nei suoi numerosi interventi nei vari parlamenti dei giorni scorsi, ma quelle parole, “veementi” come le definirà il segretario generale Jens Stoltenberg, pronunciate davanti ai massimi responsabili dell’unica organizzazione internazionale che avrebbe la possibilità di aiutare veramente sul campo il suo paese hanno una drammaticità con cui è difficile non fare i conti. Una drammaticità che si nutre anche del sospetto, che ormai viene evocato apertamente, che Putin, messo nell’angolo dal fatto che le sue forze armate si stanno impantanando senza aver strappato alla imprevista resistenza degli ucraini alcun obiettivo da portare come trofeo di un successo, possa salire il gradino fatale dell’escalation: l’uso delle armi chimiche o biologiche, se non addirittura degli ordigni nucleari tattici.

La Nato risponderebbe “in modo adeguato”, hanno detto tanto Stoltenberg che Biden, lasciando però la minaccia senza contenuto. Quale sarebbe la “linea rossa” che i russi non debbono superare? E quale sarebbe l'”adeguatezza” della risposta? Tutti ricordano che già una volta un presidente degli Stati Uniti indicò una “linea rossa”. Ma in Siria Bashar al-Assad le armi chimiche le usò e Barack Obama fece finta di non essersene accorto.

Escalation non voluta

Il punto è che la NATO non può darla, quella risposta, se non smentendo la propria stessa determinazione a non lasciarsi spingere in alcun modo a una escalation non voluta, automatica, per così dire. Per ora la posizione è: niente soldati sul terreno, niente aerei e niente No-Fly Zone, sulla quale stavolta Zelensky non ha avuto nemmeno la voglia di insistere più di tanto. Anche l’idea, non si sa se più bizzarra o più provocatoria, di una forza di peacekeeping organizzata dalla NATO che si addentrasse in territorio ucraino – come dire ai russi: sparateci addosso e cominci la guerra mondiale – non ha avuto nemmeno l’onore di una menzione. Neppure per dire che non è il momento, che ci si penserà, forse in futuro… L’aveva tirata fuori il mentore del governo polacco Jarosław Kaczyński e il premier Morawiecki l’aveva fatta propria.

Proposta irricevibile, insomma, e però a suo modo indicativa di un clima e del peso di certe spinte che si vanno facendo sensibili dentro la NATO. Una spinta verso l’est che non è certo una novità e – checché se ne pensi – ha già prodotto pesanti effetti politici sul sistema delle relazioni in Europa e che proprio nella riunione di ieri hanno trovato una concretissima conferma.

Ne riferisce Stoltenberg al termine della seduta. La NATO – dice – ha deciso di rafforzare notevolmente il suo fianco orientale. Alle quattro forze di intervento rapido multinazionali già presenti nei paesi dell’est, soprattutto nelle repubbliche baltiche e in Polonia, ne verranno aggiunte altre quattro, tre nei paesi che confinano con l’Ucraina: Slovenia, Ungheria, Romania, e una in Bulgaria. Il pezzo forte della difesa dell’alleanza – in tutto più o meno 80 mila uomini – viene schierato così a sostanza di un concetto strategico che non ha più al suo centro l’Europa centrale, ma le regioni più immediatamente esposte verso la Russia.

A Mosca non saranno per niente contenti, ma si spera che almeno la cosa li aiuti a considerare a quali conseguenze negative possa portare l’avventurismo del gran capo e magari consolidare l’opinione di chi pensa che sarebbe meglio che non fosse più al Cremlino. Non è una grande consolazione, però. L’accumularsi di uomini e di sistemi d’arma modernissimi e micidiali in un’area così delicata e attualmente teatro di una guerra che potrebbe degenerare in qualcosa di peggio in ogni momento non è propriamente una premessa di convivenza tranquilla. Ne erano peraltro consapevoli i negoziatori statunitensi e russi che poco prima che la crisi precipitasse (e quando probabilmente Putin aveva già preparato i piani per l’invasione) avevano cominciato a discutere su un possibile trattato che proibisse in quell’area proprio le misure militari più destabilizzanti: certi tipi di manovre terrestri, navali e aeree e i sistemi missilistici più pericolosi. La cosa paradossale è, che per quanto se ne sapeva, pare che i colloqui stessero andando abbastanza bene proprio mentre il generale Gerasimov disponeva i suoi battaglioni per le “esercitazioni” sulla frontiera con l’Ucraina.

Domanda fatidica

La decisione della NATO ripropone, insomma, la fatidica domanda: più armi favoriscono la pace, anche mentre c’è una guerra, o acuiscono pericolosamente le tensioni? L’amministrazione americana, i capi dell’alleanza (soprattutto quelli militari) e, come si è visto dal suo recente intervento al Parlamento italiano riunito, anche il capo del governo italiano hanno la loro risposta in tasca e le decisioni di Bruxelles ne sono state la conseguenza. Tutti, anche loro, dovrebbero però sperare che il confronto sul disarmo riprenda appena possibile.

L’altra grande questione che era al centro del tourbillon di riunioni a Bruxelles era quella delle sanzioni. Formalmente il Consiglio europeo con la partecipazione straordinaria di Joe Biden doveva decidere l’adozione di un quinto pacchetto di misure punitive. Proprio al presidente americano alla vigilia dell’appuntamento era stata attribuita l’intenzione di forzare con gli europei giudicati (a torto?) piuttosto riottosi un sostanzioso inasprimento delle sanzioni contro Putin e la sua banda. Poiché l’impressione era che delle misure immaginabili sul fronte economico si fosse arrivati a raschiare il fondo, molti pensavano che Biden avrebbe messo sul tappeto due pezzi forti: il boicottaggio delle esportazioni via mare, e cioè il bando delle navi russe da tutti i porti occidentali e, soprattutto, se non il blocco almeno una sostanziosa riduzione delle forniture di gas e petrolio verso l’Europa, soprattutto la Germania e l’Italia. Non si sa se e come questo secondo dossier sia stato trattato nella seduta comune oppure nei colloqui più discreti che il presidente americano ha avuto con diversi leader europei. O se verrà trattato nel secondo giorno del vertice e prima che Biden parta per Varsavia, dove è atteso in visita ufficiale.

Ipotesi di rinuncia al gas russo

La questione comunque è certamente sul tappeto. Tant’è che anche ieri sono partite corpose salve di fuoco di sbarramento contro l’ipotesi di iniziative concordate per la riduzione del gas in arrivo dai giacimenti siberiani e, da parte tedesca, soprattutto del petrolio, una scarsità del quale, hanno fatto sapere i ministri degli Esteri, Annalena Baerbock, e dell’Ambiente, Robert Habeck (tutti e due Verdi, peraltro) sarebbe disastrosa per l’industria della Repubblica federale. La posizione dell’Italia, per quanto riguarda il gas, non sarebbe altrettanto fermamente contraria all’idea di ridurre le forniture se è vera l’indiscrezione secondo la quale il consigliere economico del presidente Draghi, Francesco Giavazzi, avrebbe affermato che il nostro paese potrebbe anche fare a meno del gas russo per almeno un paio di mesi in primavera.  In ogni caso, il governo italiano sembra intenzionato a impegnarsi per promuovere la prospettiva di una politica comune europea dell’energia, dotata di una base finanziaria che, come si è fatto per il NGEU, sia fondata sulla emissione di bond europei.

Stoltenberg sull’argomento ha pensato di ricorrere alla solita tiritera sulla necessità di diversificare le fonti, ma ha aggiunto un cenno alle possibili risorse che potrebbero venire dall’aumento delle forniture di gas liquido dagli Stati Uniti e dal Canada. Una suggestione che dovrebbe far pensare a quel tanto di non detto e di fuoco sotto la cenere che ci potrebbe essere in materia di interessi sugli approvvigionamenti di materie fossili.

Comunque nella sua brevissima conferenza stampa il presidente americano non ha fatto cenno né al gas né al petrolio.  Si è limitato a sottolineare la mole, davvero notevole, degli aiuti militari americani. Tutti in tipi di armi che – come ha precisato Stoltenberg – una discutibile tassonomia qualifica come “difensivi”: sistemi anticarro, difesa antiaerea, droni, munizioni. Un altro miliardo di dollari – ha aggiunto il capo della Casa Bianca – verranno stanziati per non meglio precisati “aiuti umanitari”, e non si tratta dei profughi giacché per loro il Congresso Usa stanzierà 350 milioni, accompagnati dall’impegno a ospitarne 100 mila negli Stati Uniti: “Voi europei ne sistemerete di più, ma è giusto così perché siete più vicini”.