Ucraina, è l’Unione europea che deve affrontare la sfida di Putin

De-escalation. La difficile strada per ridurre le tensioni che la crisi tra Russia e Ucraina sta scaricando sull’Europa e sul mondo è al centro del carosello delle iniziative diplomatiche di queste ore ed è stata la parola magica pronunciata da Mario Draghi e Vladimir Putin nella loro telefonata di ieri. Evitare la guerra, ma anche tornare al massimo di normalità possibile per quanto riguarda le forniture di gas all’Europa, che sono in questo momento il vero oggetto di una contesa che va facendosi sempre più chiara, un contrasto di interessi non solo tra l’occidente e la Russia, ma anche all’interno dell’occidente, tra gli Stati Uniti e l’Europa. Il capo del Cremlino è stato, in materia, molto rassicurante, almeno per quanto riguarda l’Italia. Ma resta da vagliare quanto ci sia, dietro la disponibilità, anche l’intenzione di giocare sulle divisioni che vanno manifestandosi tra le due sponde dell’Atlantico. Perché nel momento in cui Washington alza i toni –  Biden è arrivato anche a preconizzare il “saccheggio di Kiev” – e le diplomazie europee cercano invece di abbassarli appare sempre più evidente nell’alleanza occidentale la mancanza non solo di una strategia ma anche di un giudizio comune su quanto sta avvenendo da quando Mosca ha cominciato ad addensare truppe e armamenti al confine con l’Ucraina.

La NATO, ciascun paese che ne fa parte e l’alleanza in sé, dovrebbe farsi questa domanda: il problema alla base dell’attuale crisi dell’Ucraina è Vladimir Putin o la Russia? Ovvero: se al potere a Mosca non ci fosse l’autocrate nostalgico dell’impero ma un sincero democratico, in pace con il resto del mondo e anche con chi difende i diritti del proprio stesso popolo, le tensioni scomparirebbero d’incanto?

Il ruolo delle minoranze russofone

Partiamo dall’idea che il problema sia Putin. Ci sono molte ragioni per ritenere che sia proprio così. L’attuale capo del Cremlino da quando ha consolidato il proprio potere persegue una politica estera fondata su due presupposti: il primo è che la perdita dell’impero di cui San Pietroburgo e Mosca sono state le capitali (prima quello zarista poi quello sovietico) sia stato un disastro storico al quale non solo si dovrebbe ma anche si potrebbe porre qualche rimedio. Riassunto in una formula un simile atteggiamento si chiama revanscismo. Il secondo è che tutti i russi dispersi tra il Baltico e il Dniestr da una parte e il Caucaso e l’Asia centrale dall’altra avrebbero il diritto di ricongiungersi alla Grande Madre e, dove proprio non fosse possibile senza un’annessione formale, essere comunque beneficiari di un rapporto speciale con Mosca, oggetti di uno speciale droit de regard da parte delle autorità russe.

È sulla base di questo secondo principio che il Cremlino ha ri-annesso alla Federazione russa la Crimea, dove effettivamente la maggioranza della popolazione è russofona, e appoggia la rivolta armata nei distretti ucraini del Donbass, anch’essi a maggioranza russofona, fino a minacciare (e magari a praticare di fatto) l’intervento in proprio. Ed è la consapevolezza del fatto che la politica di Putin è basata su quei due presupposti che spiega, e giustifica, l’allarme diffuso non solo in Ucraina ma anche nelle repubbliche baltiche, dove la minoranza russa è molto consistente (intorno al 25% in Estonia e Lettonia e il 6% in Lituania), e nella Moldova, nella cui regione al di là del Dniestr la locale maggioranza russofona ha costituito la repubblica autonoma della Transnistria, non riconosciuta dall’ONU, dove stazionano, dai tempi sovietici, truppe russe. L’area è stata oggetto già di un conflitto armato ed è un non trascurabile fattore di pericolosa instabilità ai confini sudoccidentali dell’Ucraina.

La rottura di un principio fondamentale

E però la sua versione di panrussismo aggiornata al ventunesimo secolo è anch’essa molto pericolosa, giacché mette in discussione i dati di fatto certi degliesercito russo equilibri dell’ordine internazionale. Quel che ci fu di grave nell’annessione della Crimea, che è stata l’inizio di questa crisi ucraina, fu la rottura del principio della intangibilità dei confini degli stati, oltre che la brutalità con cui essa venne perseguita. Se si fosse dovuto giudicare i fatti sulla base di un punto di vista “nazionale” la riappropriazione di una regione storicamente e demograficamente “russa”, oltretutto sancita post festum con un referendum, sarebbe stata anche accettabile. Ciò che l’ha resa inaccettabile, e che legittima ampiamente le sanzioni comminate alla Federazione russa, è che con essa è stato rotto uno dei princìpi su cui si basa la pacifica convivenza delle nazioni nel mondo.

Chi ha interesse alla soluzione della crisi ucraina, e di tutte quelle che si potrebbero presentare sulla base degli stessi presupposti, dovrebbe innanzitutto disinnescare il perfido pensiero per cui si ritiene che i diritti delle minoranze si possano risolvere con l’indipendenza o con il ricongiungimento a (presunte) madri-patrie. E cercare di convincerne il capo del Cremlino, questo o quello che verrà. A cominciare dal focolaio attuale. Per quanto riguarda l’Ucraina e il Donbass bisognerebbe imporre a tutte e due le parti il rispetto e l’ampliamento degli accordi di Minsk, che erano vòlti per l’appunto a garantire un certo grado di autonomia ai distretti a maggioranza russa perché nell’autonomia fossero rispettati i diritti politici e civili.

L’allargamento ad est della NATO

Guardiamo ora al problema dall’altro versante, quello della NATO. O meglio: quello di Washington e quello dei suoi alleati europei. Se al posto di Putin ci fosse un leader democratico e pacifista, per niente propenso al revanscismo imperiale e intenzionato a tutelare le minoranze russe senza minacciare nessuno, le tensioni scomparirebbero d’incanto? Crediamo di no. Esiste un interesse russo alla propria sicurezza del quale ogni governante al Cremlino dovrebbe tener conto a prescindere dal suo orientamento di fondo verso il resto del mondo. E del cui “tener conto” anche a Washington e nelle cancellerie europee bisognerebbe tener conto. Solo alcuni, oggi, nell’ambito delle opinioni nei paesi occidentali, sono disposti ad ammettere che il progressivo e continuo allargamento verso est della NATO a partire dagli anni ’90 sia stato un fatto che ha finito per creare nuove tensioni quando, con la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento nella democrazia dell’impero sovietico c’erano tutte le condizioni per la creazione, almeno in Europa, di un ordine stabile e di sicurezza collettiva.

Ma sarebbe ora che il filo di questa storia venisse ripercorso, anche per comprendere quanto ne sia stato parte la sostanza, le difficoltà e le contraddizioni, dei rapporti all’interno dell’Alleanza: tra gli Stati Uniti e l’Europa e tra la NATO e l’Unione europea. Negli ultimi tempi l’amministrazione di Washington e molti media americani hanno offerto una ricostruzione di quanto avvenne all’indomani della caduta del Muro secondo la quale non ci sarebbe stato, tra l’allora presidente Usa Bush (padre) e Gorbaciov un accordo esplicito sul non allargamento della NATO verso est. I russi sostengono, invece, che ci fu e venne messo anche per iscritto. Chiunque abbia ragione, c’è comunque il fatto che quella richiesta fu comunque presentata come condizione per il sì alla riunificazione tedesca dal leader sovietico a Helmut Kohl, che era da lui a trattare non solo per la Germania ma anche per gli alleati.

Non si tratta di rivangare il passato, ma di cogliere un punto della storia nel quale una decisione presa insieme dagli Stati Uniti e dalle istituzioni di Bruxelles condizionò pesantemente il futuro dei rapporti tra Mosca e il resto d’Europa. Fu quando l’allora presidente americano Bill Clinton chiese e ottenne che la Commissione europea fissasse il principio che gli stati dell’Europa orientale che chiedevano di entrare nell’Unione fossero già o si preparassero ad essere membri della NATO. Fu un corto circuito di cui paghiamo ancora le conseguenze. Il fatto che le sfere di valori delle due entità coincidessero in larga parte, non poteva oscurare il fatto che le loro ragion d’essere divergevano sostanzialmente. Alleanza con un dispositivo militare comandato dagli americani l’una, primo nucleo di una potenziale federazione politica continentale, con una sua potenziale politica estera e magari anche un esercito comune l’altra.

L’attegiamento della Russia

Questa confusione ha effetti molto profondi sulla sostanza dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti, sempre pronti a confondere le proprie visioni da paese leader con i propri interessi più prosaici, come sta diventando ogni giorno più evidente su alcuni capitoli macroeconomici, a cominciare dalle forniture energetiche. Il significato politico della lotta americana alla eccessiva dipendenza europea dal gas russo si confonde sempre di più con la prospettiva di un aumento delle forniture del gas prodotto con i nuovi sistemi di estrazione negli Usa o estratto nei paesi amici del Golfo. La NATO tende a divenire, ancor più che in passato, la coperta politico-ideologica di interessi che altrimenti tenderebbero a divaricarsi sempre più.

Qui però ci interessa cogliere le conseguenze che questa frammistione ha avuto, e ha, nell’atteggiamento della Russia in merito alle questioni della propria sicurezza. Per i dirigenti del Cremlino l’Unione europea e la NATO tendono ad essere identificate l’una con l’altra. Ciò spiega la brutalità con la quale fu boicottato in tutti i modi l’avvicinamento di Kiev all’Unione europea, che veniva considerato il primo atto dell’adesione all’Alleanza militare, che gli americani avevano cercato già di forzare per l’Ucraina e anche per la Georgia al vertice NATO nel 2008 bloccati, allora, da Germania, Francia e Italia.

Certo, l’ostilità di Putin per l’Unione europea ha anche ragioni più profonde, che riguardano il sistema di valori democratici, di rispetto dei diritti umani e civili: mere provocazioni agli occhi dello “zar del ventunesimo secolo”, che non si fa certo scrupolo di appoggiare, finanziare e sostenere con le armate degli hacker di stato tutti i nemici dell’Europa. Prima o poi Vladimir Putin lascerà il Cremlino. La politica della Russia verso l’occidente e l’Unione europea forse cambierà, ma i problemi di sicurezza con la NATO che incalza l’”estero vicino” resteranno. Sarà compito in primo luogo degli europei risolverli e se l’Italia si ritaglierà un suo ruolo particolare sarà un bene. Non solo per il gas.