La tragica missione di Shireen che raccontava la guerra ai palestinesi

Giubbotto antiproiettile blu e una scritta bianca ben evidente: “Press”, stampa. Una fragile armatura che dovrebbe funzionare come un salvacondotto ed invece spesso, e anche mercoledì scorso a Jenin, è stato come se fosse un bersaglio: cerchi concentrici, sparate qui. Shireen Abu Akleh, 51 anni, palestinese di nascita e americana d’adozione, veterana del giornalismo dal Medio Oriente e corrispondente di Al Jazeera, è stata centrata in pieno volto da un proiettile mentre copriva un raid israeliano in un campo profughi alla ricerca di “sospetti terroristi”. E’ morta mentre veniva soccorsa. Un suo collega è stato ferito nelle stesse circostanze. Raggiunto da un proiettile alla schiena qualche istante prima di Shireen, è stato in grado di raccontare: “Stavamo andando a riprendere l’operazione militare israeliana quando improvvisamente siamo stati colpiti senza che ci venisse chiesto di smettere di riprendere. I colpi sono arrivati dalla parte dove erano i soldati israeliani”. Nessun preavviso, nessuno scambio di tiri incrociati, nessuna sparatoria in corso. Non è stato un incidente, o almeno non ne ha per niente l’aria.

La giornalista volto familiare per i palestinesi

Shireen Abu Akleh
Shireen Abu Akleh

Shireen Abu Akleh era un volto familiare per i palestinesi e non solo. Copriva l’infinito conflitto della regione da 25 anni, a sentire i suoi colleghi non c’è casa, famiglia, uomo della strada nel mondo arabo che non sapesse chi fosse – e lo stesso può dirsi dei soldati israeliani che spesso ne imitavano la mimica. Le sue corrispondenze avevano fatto scuola: era la prima donna che avesse mai ricoperto un simile ruolo sulle tv arabe, ispirando generazioni di ragazze per la sicurezza e l’autorevolezza con cui si presentava. E anche il sangue freddo dimostrato nelle peggiori circostanze. Che non sono mancate.

Mercoledì scorso invece è stata lei, Shireen, a diventare la notizia, proprio nel posto dove aveva cominciato la sua carriera raccontando dell’occupazione israeliana e poi della seconda intifada. “Non volevano che riprendessimo quello che stavano facendo”, ha detto Samoudi, il collega ferito. Altre voci, tra i giornalisti presenti sul posto, hanno confermato alla Cnn: i colpi sembravano diretti proprio sul gruppo di giornalisti che cercava di raccontare l’operazione militare nel campo profughi, seguita ad una serie di attacchi contro Israele. Non c’era in quel momento nessuna reazione armata da parte palestinese.

Eppure è stata questa la linea di difesa da parte dell’esercito e del governo israeliano. Hanno fatto circolare un video in cui si vede un palestinese aprire il fuoco in una strada di Jenin, lo stesso avrebbe poi rivendicato di aver colpito un soldato israeliano. Visto che non risultano vittime dalla loro parte, per le autorità israeliane sarebbe la prova che quei colpi sono andati a bersaglio sulla giornalista. Lettura smentita da una ong israeliana per i diritti dei palestinesi, B’Tselem, che ha localizzato il video a circa 300 metri di distanza e con molteplici edifici e muri lungo una possibile traiettoria verso il luogo dove Shireen è stata colpita: non sono stati quei proiettili a ucciderla, non sarebbe mai stato possibile.

Dito puntato contro il governo israeliano

L’Autorità palestinese punta il dito contro il governo israeliano che colpisce i giornalisti per “commettere crimini di nascosto”. Il presidente Mahmoud Abbas ha annunciato il ricorso alla Corte Penale Internazionale, Icc, respingendo – secondo quanto riporta la Bbc – l’offerta israeliana di un’inchiesta congiunta perché “non ci fidiamo di loro”. Ma difficilmente Israele potrebbe consentire ad un’inchiesta internazionale, tanto più che non riconosce l’Icc ed ha sempre respinto qualsiasi inchiesta su crimini di guerra commessi nei territori occupati.

Da parte israeliana c’è stata comunque una parziale correzione di rotta dopo che il video di autodifesa era stato smentito via social. L’esercito ha fatto sapere che “al momento non possiamo determinare da che parte è stata colpita” la giornalista, esprimendo dispiacere per la sua morte. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha detto che dalle prime verifiche risulta che nessun israeliano abbia sparato in direzione della reporter di Al Jazeera ma che l’inchiesta è ancora in corso.

La UE: “Inchiesta indipendente”

Foto di hosny salah da Pixabay

L’Unione Europea ha sollecitato un’inchiesta indipendente, mentre l’inviata Usa presso l’Onu, Linda Thomas Greenfield si è limitata a chiedere “trasparenza”. Una linea di condotta, quella Usa, giudicata troppo accomodante dagli attivisti americani per i diritti palestinesi che vogliono un’inchiesta indipendente. Shireen aveva vissuto negli Stati Uniti e ottenuto la cittadinanza americana grazie ad un ramo materno della sua famiglia che vive in New Jersey ed è la seconda cittadina americana uccisa in Israele dall’inizio dell’anno (a gennaio il 78enne Omar Assad morì per un attacco di cuore dopo essere stato arbitrariamente detenuto, bendato e imbavagliato da militari israeliani).

“Non si può chiedere a Israele di indagare su se stesso e aspettarsi che arrivi ad un risultato diverso da quello a cui è arrivato in tutto questo tempo, quando viola i diritti umani da 70 anni”, ha detto Ahmad Abuznaid, direttore della Campagna Usa per i diritti palestinesi. Parlando ad Al Jazeera, Omar Shakir, di Human Rights Watch Israele e Palestina, ha tirato le stesse conclusioni, definendo le indagini israeliane un “meccanismo” per lavarsene le mani. “La verità è che non c’è mai alcuna responsabilità per questo tipo di abusi quando si tratta di azioni compiute dalle autorità israeliane”.

Con Shireen si spegne una voce autorevole dal Medio Oriente. La portavoce della Casa Bianca Jen Psaki l’ha definita una “leggenda del giornalismo”. “Shireen era al posto giusto – ha detto Riccardo Noury di Amnesty international -. Non esiste un posto sbagliato per i giornalisti che seguono i conflitti. La storia di violazione di diritti umani degli israeliani nei confronti dei palestinesi è stata segnata dall’impunità. C’è bisogno di un monitoraggio internazionale. Avere indulgenza, o accettare che una giornalista possa essere uccisa mentre sta facendo il suo lavoro, è un pessimo segnale “.