Tutto, ovunque e allo stesso tempo, le infinite vite parallele del multiverso in un film esplosivo

Una nuova dimensione, che sogno, che incubo. Alla piccola Alice era bastato inseguire il Coniglio Bianco e poi attraversare lo specchio, Dorothy Gale grazie a un tornado si ritrovò al cospetto del Mago di Oz e quante fantasmagorie, allucinazioni, paure per le due bambine con la “semplice” aggiunta di una quarta dimensione. Le ragazze del XXI secolo come Joy Wang sono più complicate, perché vivono ogni cosa e ovunque e nello stesso tempo: è fisica teorica e “Everything Everywhere All at Once”, firmato dalla ditta Daniels – Daniel Kwan, 34 anni, e Daniel Scheinert, 35 – è un film esplosivo e stordente di fantascienza caleidoscopica, un ottovolante a immersività totale con intima natura indie, prodotto con generosa larghezza di maniche dai fratelli Anthony e Joe Russo e stravincente al botteghino.

Vite parallele

Sono infinite le vite parallele del multiverso e Joy (Stephanie Hsu), poco più che adolescente, è molto in crisi. Figlia di Evelyn (l’iconica Michelle Yeoh) e Waymond Wang (Jonathan Ke Quan, che qualcuno ricorderà dodicenne in “Indiana Jones e il tempio maledetto”), immigrati cinesi gestori di una lavanderia a gettoni da qualche parte in America, Joy è in preda ai fumi dello scontento nel verso (senso) classico e, grosso guaio, pure nella traslata congerie di versi in cui saltabecca “tramite” l’avatar Jobu Tupaki, multipla creatura onnipotente sulla materia e incazzata al punto da aver creato un buco nero risucchiante e annichilente a forma di bagel, quei ciambellotti tondi importati negli Usa dagli ebrei ashkenaziti. Mica ciufoli.

Già in casa i genitori sono in dissesto sentimentale e sulla via del divorzio, i nervi sono tesi. Ma di norma una ragazzina arrabbiata e che si sente incompresa o non accettata – Joy ha una fidanzatina, Becky (Tallie Medel), e la situazione non è pacificamente vissuta in famiglia per colpa dell’antiquato nonno Gong Gong, (il venerando James Hong) – si chiude in cameretta sbattendo la porta. Joy/Jobu Tupaki coi superpoteri che si ritrova si dà da fare con l’entropia cosmica, insomma: ciao ciao all’universo. Fortunatamente nei vari mondi del multiverso possono agire anche i genitori così mal sopportati da Joy, prima “semplice” versione Alphaverse poi diventata in grado di sperimentare tutti gli universi in una botta sola.

Da un universo all’altro

La vita di mamma Evelyn, sommersa da scartoffie e incombenze anch’esse multiple come ogni donna che si rispetti, è in via di spegnimento, il padre Waymond se ne duole. E si dà da fare per garantire una svolta diventando Alpha Waymond, specialista nel salto-verso al pari di Joy, da un universo all’altro come bere un caffè. Tutto accade quando Evelyn e Waymond si recano all’Internal Revenue Service e davanti alla scrivania dell’inflessibile Deirdre Beaubeirdre (una formidabile Jamie Lee Curtis) la situazione arretrati col fisco si rivela abbastanza catastrofica. La classica valanga che fa traboccare la diga dell’ansia infelice. Alpha Waymond, la versione del mite marito vigente nell’Alphaverse, illumina Evelyn, la donna di mezz’età scopre altre sue vite ben più gratificanti, è cantante, chef, esperta in arti marziali. E capisce le sue immense potenzialità. S’innesca una sarabanda tra mondi dove è sempre presente l’incattivita Joy/Jobu Tupaki (notevole il suo sfavillante guardaroba, del genere manga-fantasy-interstellar), l’impiegata Deirdre è un mostro sanguinario e il nonno Alpha Gong Gong un gran figlio di mignotta.

Il supereroe è un’eroina, Evelyn, in viaggio dentro di sé tra un’ottima e abbondante session di kung-fu volteggiante-acrobatico e l’altra, dove spazi, vertigini, orde di note e colori a cascata danno la netta sensazione, lungo tutti i 240 minuti che corrono verso una fine lietissima e consolatoria, di aver ben speso i soldi del biglietto. E si parla di un pubblico più ampio degli aficionados di film in qualche modo affini, stracarichi di effetti e prodigi speciali, vedi “Doctor Strange nel multiverso della follia” diretto da Sam Raimi e uscito lo scorso febbraio.

Una miniera di ammicchi cinefili (con lieto fine)

Certo, i fratelli Russo sono una garanzia, hanno firmato da registi quattro filmoni Marvel, da “Captain America: The Winter Soldier” a “Avengers: End Game”, campioni al box office. E la superba malese di origine cinese Michelle Yeoh (“La tigre e il dragone” e ora nel secondo “Avatar” di James Cameron) è un perfetto sigillo, un turbo messo all’impresa, ma sono i Daniels – coppia arcinota per i video musicali e premiati al Sundance nel 2016 per l’assurdo “Swiss Army Man” – a metterci molto di più, uscendo con gaglioffa audacia dalle piste battute, è tutta loro una libera vena ironica e sconnessa, consanguinea di film al galoppo nell’assurdo come “Mandibules. Due uomini e una mosca” (2020) di Quentin Dupieux.

In uno dei multiversi Evelyn e Deirdre sono amanti, in un altro ostendono alle mani, in luogo delle dita, würstel ballonzolanti, c’è uno chef eterodiretto da un procione celato nel cappellone da cuoco, in uno dei mille corpo a corpo tra scagnozzi di Alpha Gong Gong e Evelyn, spesso affiancata da Waymond, sfrecciano dei sovrabbondanti falli di gomma. E la colluttazione aerea cui partecipano due “cattivi” in camicia-cravatta e culi al vento con tanto di tubi e anal plug al posto giusto, per insensatezza e grottesco rimanda alla lotta maschile con frattaglie en plein air vista in “Borat” di Sacha Baron Cohen. “Everything Everywhere All at Once” è una miniera di ammicchi cinefili e suggestioni visive, con un happy ending quieto e bonaccione. La famiglia Wang ritrova in sé motivi d’affetto e solidarietà, il nonno comprende la sessualità diversa della nipote e madre e figlia si abbracciano sconfiggendo l’esiziale “Grande bagel”, creato in fondo da Joy/Jobu non per annullare l’universo ma per fare, in primo luogo, male a se stessa. Un disordine psico-affettivo del post adolescenza che poteva costare caro. Much ado about nothing? Tanto rumore per nulla? Proprio no, il film sta a galla stravolgendo un genere con ricche iniezioni di humour e un cast coi fiocchi.

Il multiverso fa cassa mentre il metaverso, la realtà aumentata dagli occhialoni protesici di Mark Zuckerberg è quasi un tonfo. Il metaverso, mondo alternativo che pretende di colonizzare-dilettare via internet la nostra mente sembra minato da un “baco” che lo depotenzia. Forse perché il metaverso vero ce lo forniamo già da noi tutti i giorni col nostro cervello, tra sogni, deliri, desideri, molto spesso senza bisogno di additivi chimici o alcolici. E per una piacevole gita fuor di sesto sono sufficienti due occhi, due orecchie e un grande schermo. Distribuisce in Italia “I Wonder” di Andrea Romeo. Bel colpo.