Tutto nasce da una goccia, ma con l’acqua combiniamo disastri

Si sente dire acqua e se si ha ancora qualche ricordo scolastico si pensa che sono chiare, fresche et dolci, come scriveva Petrarca nel suo “Canzoniere”. E anche viene da ricordare Francesco che, oltre un secolo prima, aveva lodato il Signore per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Vengono a mente questi versi e viene da pensare: ma che fine ha fatto quell’acqua? In realtà, molto più correttamente, dovremmo chiederci che fine le abbiamo fatto fare. Specialmente in questo 2022 durante il quale abbiamo visto l’acqua nei suoi aspetti peggiori: ha mancato di piovere per mesi; fiumi e laghi si sono progressivamente inariditi; l’Adriatico è entrato sempre più in profondità nel dio Po; la siccità è stata lo spettro dell’estate con conseguente richiesta dello stato di calamità naturale nelle regioni più colpite.

Se piove…

Poi, come regolarmente capita tra ottobre è novembre, ha cominciato a piovere: bombe d’acqua che hanno provocato alluvioni e frane. Da Nord a Sud, soprattutto a Sud: Ischia e il resto della Campania, Calabria, Sicilia. E anche in questo caso non si poteva trascurare la richiesta della dichiarazione dello stato di calamità naturale.

“Naturale”. Ma la natura ha scarsissime colpe, per non dire nessuna. Svolge il suo compito che è anche quello di manifestarsi con eventi atmosferici come piogge e nevi che sono sospirati quando tardano a verificarsi; sono benedetti da agricoltura, animali, siti montani; ma sono stramaledetti quando fanno più male che bene. Basterebbe battersi il petto e urlare mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa per stabilire come stanno le cose e agire per porvi rimedio. Sapendo anche che se si comincia oggi la riduzione delle bombe d’acqua e di calore non avverrà immediatamente, ma dovremo ancora per un po’ fare i conti con il loro susseguirsi.

Insomma l’acqua è vita; senza acqua non c’è vita, ma dobbiamo imparare a difenderci dai suoi “eventi estremi” la cui gravità è frutto del mutamento climatico in atto da tempo e generato da comportamenti umani incoscienti.

Fortunatamente però a darci sia pur momentaneo sollievo è non solo il ricordo dei versi di Francesco e Petrarca, ma anche una nuova “tecnica” che da   anni ha sperimentato con successo Roberto Besana: il “dialogo tra Fotografia e Parola”.

Il dialogo con l’amico Pietro Greco

Ha cominciato due anni fa e allora il dialogo era tra “Fotografo e Scrittore”: il tema era “L’albero” e le 65 foto di Besana vi fornivano altrettanti spunti di riflessione a Pietro Greco che, foto dopo foto, così dialogava con l’amico Roberto. Poi dopo che Pietro è andato a fare scienza e a diffonderla in altri ignoti siti morendo il 18 dicembre del 2020, il dialogo tra i due si è interrotto. Ma non anche il prosieguo dell’idea che Besana e Greco avevano di continuare  a parlarsi facendo foto e traendone spunti di riflessione.

È quanto è avvenuto con le 65 foto di “Il paesaggio” e con le 67 di “L’acqua”. Volumi, (Topffer edizioni), nei quali a dialogare sono stati 65 e 67 amici di Pietro. Entrambi, come ha scritto Besana, sono “un tributo a Pietro Greco che tutti hanno voluto fornire in completa liberalità, obbligati moralmente per il suo lascito culturale di cui oggi tutti possono disporre”:

Quello sull’acqua è il volume fresco fresco uscito in questo mese di dicembre. E sfogliandolo foto per foto e soffermandosi sulla “Parola” che ciascuno ha deciso di spendere guardando la foto, si sente più ricorrentemente (rispetto ai guai che prima elencavo) la sensazione delle acque petrarchesche e viene voglia di ringraziare per questa risorsa  humile et pretiosa et casta.

E sì. Questo è un altro gran merito di Besana: distrarci per un po’. Perché, come scrive Sandro Iovine nella introduzione, “L’acqua non è solo un bisogno imprescindibile per la vita, ma anche un sollievo per gli occhi e per il nostro animo inquieto di esseri mortali”.

Occhi e parole s’incrociano

E qui occhi e parola si incrociano 67 volte: sono scrosci d’acqua, c’è la neve, vi è l’acqua delle risaie e delle cascine, delle fontane, dei fiumi, delle cascate, delle campagne irrigate… Tutto manifesta la voluminosità di queste due molecole di idrogeno con una di ossigeno. Eppure tutto nasce dalla goccia.

E, come ha scritto il teologo persiano al-Ghazali (1058-1111),

la felicità/della goccia/è morire nel fiume.

Poi il fiume finisce nel mare insieme con miliardi di sue compagne gocce; di qui evapora formando nuvole e ritornando al suolo sotto forma di precipitazioni piovose e nevose. “Una goccia cade sugli alberi. Accarezzando la foglia, si ferma sul bordo spinta dalla brezza. Altre gocce le si fermano accanto e danzando insieme, si fondono cadendo a terra. Ora le gocce diventano pioggia che si trasforma in rivolo e nel gioco senza fine della vita, si fonde con altri rivoli, diventa ruscello, diventa fiume. Ora il fiume si è gettato nell’oceano, vi si fonde con lui anche se non potrà mai fondersi con la totalità di esso. Non potrà mai conoscerne la sua vastità perché egli ne è solo una parte. La goccia si guarda attorno e si chiede ‘dove sarà mai l’oceano, io sono solo una piccolissima goccia’.”

Questo è Il percorso della goccia descritto dalla scrittrice statunitense Elizabeth Gilbert autrice, tra l’altro di Mangia, prega, ama – Una donna cerca la felicità . E questo, senza forzature, si può ritenere il percorso bello e affascinante delle foto di Roberto Besana.