Così Trump
intossica
il voto americano

“The Postman always rings twice”, il postino bussa sempre due volte, recitava il titolo d’un famoso film hollywoodiano della fine degli anni ’40. E due volte il postino sta oggi, a quanto sembra, per bussare (o, come vedremo, per non bussare affatto) alla porta di quella che ama definire se stessa “la più antica democrazia del mondo”. Fuor di metafora: la democrazia americana sta, in questi tempi di pandemia, attraversando la peggior crisi della sua lunga storia. E di questa crisi – delle sue cause e delle sue possibili conseguenze – proprio quel vecchio titolo cinematografico è, per molte ragioni, diventato la più efficace rappresentazione.

Quali ragioni? Due, fondamentalmente. Due, come gli elementi che compongono il titolo. Due, perché davvero questa crisi è una “seconda volta”, un secondo squillo di campanello. E due perché – per quanto paradossale possa apparire – proprio il postino (o, più esattamente, proprio l’USPS, il servizio postale degli Stati Uniti) è con tutta evidenza avviato ad essere, come nel film e nel romanzo, la tutt’altro che allegorica forza d’un destino al quale impossibile è sfuggire.

L’ipotesi rinvio solo nei tweet presidenziali

Venendo al dunque: giorni fa, in una delle sue notturne raffiche di tweet, Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, ha esplicitamente avanzato – sullo sfondo di sondaggi che lo danno chiaro perdente nella contesa col democratico Joe Biden – l’ipotesi d’un rinvio al “dopo-pandemia” delle elezioni presidenziali programmate per il prossimo 3 novembre. E la cosa ha suscitato – anche in questi tempi di trumpiana assuefazione al peggio del peggio – un comprensibile scandalo persino nelle fila del fu Partito Repubblicano (oggi penosamente ridotto al ruolo di partito del culto di Trump).

Piuttosto ovvi i motivi di tanto oltraggio (o, nel caso dei repubblicani, di tanto imbarazzo). Mai – neppure ai tempi della Guerra di Secessione, o durante le due guerre mondiali – gli Stati Uniti avevano alterato (o anche soltanto pensato d’alterare) la propria agenda elettorale. E fin troppo chiara era d’acchito apparsa la strumentalità, grottescamente ipocrita, della proposta.

Civili armati nella sede del governo in Michigan

Fino ad un minuto prima – o ad un tweet prima – Donald Trump aveva sistematicamente negato e sminuito la pericolosità della pandemia. Lo aveva fatto rifiutandosi di indossare in pubblico la mascherina, deridendo gli esperti della sua stessa amministrazione (vedi il caso del dott. Fauci) ed attaccando tutti quei governatori che, negli Stati di competenza, avevano proclamato il “lockdown” (celebre il tweet con il quale, in molto “fiammeggianti” lettere maiuscole – LIBERATE MICHIGAN! – Trump aveva chiamato alla protesta contro le misure di contenimento del virus. Un consiglio, questo, che i suoi più ferventi sostenitori avevano poi puntualmente seguito occupando, armati fino ai denti, la sede del governo statale, in quel di Lansing).

Ed ecco che ora, al momento di andare alle urne – e di fronte a previsioni che vanno per lui facendosi, di sondaggio in sondaggio, sempre più problematiche – il Covid-19 di repente si trasfigura, per il presidente Usa, in una minaccia grave al punto d’impedire il regolare svolgimento della più fondamentale e sacra delle funzioni d’ogni democrazia. Si possono – anzi, nella visione trumpiana si devono – riaprire in tutta tranquillità bar, discoteche, scuole, fabbriche ed uffici. Ma troppo pericoloso è andare a votare.

Un mandato non prorogabile

Ridicolo? Certo. E proprio per questo – come nel caso di pressoché tutte le trumpiane ridicolaggini che, in questi quasi quattro anni, hanno riempito ed infettato le cronache politiche americane – non c’è assolutamente niente da ridere. Anche perché non è nella ventilata proposta di rinviare il voto di novembre – una proposta destinata a non andare da alcuna parte – che, in realtà, sta il vero scandalo. Trump non ha alcun potere di spostare ad altre date l’ormai assai prossima corsa presidenziale. Ed anche lui, pur nella sua ormai leggendaria ignoranza, ne è probabilmente consapevole. Soltanto il Congresso può prendere una decisione del genere. E le possibilità che lo faccia sono, a tutti gli effetti, inferiori allo zero.

Di più: anche qualora, per qualche contorta ed allo stato inimmaginabile ragione, le elezioni venissero rinviate, Donald J. Trump non avrebbe scampo: il mandato suo – e quello del suo vice Michael Pence – scade immancabilmente, voto o non voto, il 21 gennaio del 2001. E per quella data ha l’obbligo di sgomberare, pena sfratto forzoso, la candida residenza di 1600 Pennsylvania Avenue.

Quindi, a trasloco consumato, questo accadrebbe. Stando alla legge, in caso di sopravvenuta assenza del presidente e del suo vice, lo scranno (ovviamente pro-tempore) di presidente spetta, o meglio, spetterebbe, allo speaker della House of Representatives, carica questa attualmente ricoperta dalla democratica Nancy Pelosi (“Crazy Nancy” come Trump, mai avaro di volgarità, specie quando di donne si tratta, ama chiamarla). E non v’è dubbio che un’eventuale cerimonia d’investitura della nemesi femmina del più sbracatamente machista dei 45 presidenti Usa fin qui succedutisi alla Casa Bianca, regalerebbe a molti (e, ancor più, a molte) sensazioni d’impagabile, poetica bellezza. Anche la totalità della House of Representatives, tuttavia, deve essere rieletta il 3 novembre. Ed in assenza di elezioni, nel gennaio del 2021, scade anche il mandato di tutti i suoi membri (“Crazy Nancy” naturalmente inclusa).

Ai vertici della Nazione non resterebbe dunque, nel caso di rinvio, che una parte del Senato. Più precisamente: non resterebbero che quei 65 senatori (su un totale di 100) il cui seggio non è in ballottaggio a novembre. Sessantacinque senatori, 35 dei quali democratici, che, a maggioranza, avrebbero in teoria la facoltà d’innalzare alla presidenza chi più a loro aggradi. Un “chi” che, sempre in teoria, potrebbe essere lo stesso Joe Biden o, perché no? (altra poetica ipotesi) quell’Hillary Clinton che quattro anni fa Trump sconfisse pur perdendo per un buon margine il voto popolare…

Delegittimare il processo elettorale

Nulla di tutto questo accadrà. Quello che sta invece molto concretamente e con molto orrida trasparenza accadendo è questo. Ed è, a tutti gli effetti, molto peggio d’un inedito – e di fatto pressoché impossibile – rinvio delle presidenziali. Donald Trump sta, a colpi di piccone, screditando e delegittimando l’intero processo elettorale. E, con esso, l’essenza stessa della democrazia.

Qualcuno ricorda quel che accadde venti anni fa, giusto all’inizio del nuovo millennio? In quel fatidico anno 2000, George W. Bush divenne presidente degli Stati Uniti, pur perdendo il voto popolare, grazie ad una differenza di 537 voti nello Stato della Florida. E, ancor più, grazie ad un riconteggio molto opportunamente bloccato, dopo oltre un mese di batti e ribatti, dai cinque giudici di nomina repubblicana (cinque su nove) della Corte Suprema. Fu quella – per tornare alla metafora iniziale – la prima volta che il postino bussò alla porta della democrazia Usa, rivelando la realtà d’un sistema di voto obsoleto ed iniquo, non solo basato su una logica – quella dei collegi elettorali – a suo tempo dettata dalla necessità di garantire agli Stati schiavisti del Sud un’adeguata rappresentanza, ma anche ingolfato da una balcanizzazione organizzativa nella quale ogni Stato, o addirittura ogni contea, si muove secondo regole proprie.

Il conteggio delle schede a perforazione

Qualche aneddoto, giusto per rinfrescare la memoria. Nella Broward County, dove si votava con un antidiluviano sistema “a perforazione”, gli scrutatori passarono settimane a valutare i “dimpled and pregnant ballots”. Ovvero: le cosiddette “schede incinte”, perché rigonfie ma non completamente bucate e per questo sfuggite al controllo meccanografico.

Ed in quel di Palm Beach le schede erano state disegnate in modo tanto demenziale che, in pressoché tutti gli assai numerosi centri per anziani della molto nutrita comunità ebraica, la maggioranza dei voti – evidentemente destinata al candidato democratico, Al Gore – era infine andata, per errore, all’indipendente Pat Buchanan, candidato di dichiarata fede antisemita. Fosse tutto questo accaduto in un qualunque paese del cosiddetto Terzo Mondo, tutti avrebbero denunciato, se non come fraudolente, quantomeno come irregolari quelle elezioni…

Tornando all’oggi (o al molto prossimo domani del novembre che viene). Donald Trump – il presidente che della “terzomondizzazione” del sistema politico americano è il più eloquente simbolo – esattamente questo sta facendo: sta lavorando per una replica esponenzialmente moltiplicata di quel precedente. Più in concreto: sta anticipatamente gettando discredito – denunciando, tweet dopo tweet, “la più grande frode di tutti i tempi” – su elezioni che, stando ai sondaggi ed ormai a meno di cento giorni dal voto, hanno eccellenti possibilità di vederlo sconfitto. E di questa storica impostura proprio il postino – giunto per bussare la seconda volta – è di nuovo l’indiscusso (e stavolta nient’affatto metaforico) protagonista.

Attacco al voto postale

C’è infatti un modo ovvio – ovvio e, alla prova dei fatti, assolutamente sicuro – per aggirare gli ostacoli di una elezione in tempo di pandemia (e d’una pandemia, vale la pena aggiungere, i cui effetti sono stati in questi mesi ingigantiti, negli USA, dalla tragicomica incompetenza del presidente in carica). Aumentare al massimo il voto postale, offrire al maggior numero di elettori possibile la facoltà di esprimere per posta il proprio suffragio, inviando a tutti a domicilio le schede elettorali (i cosiddetti mail-in ballots).

Il voto postale non è affatto, tra l’altro, una novità negli USA. Non lo è al punto che Donald Trump – sì lo stesso Donald Trump che in queste ore va gridando alla frode – giusto per posta ha fin qui sempre votato (quando ha votato). E non lo è al punto che già quattro anni fa, nelle presidenziali del 2016, giusto per questo canale era pervenuto a destinazione il 25 per cento dei voti. Frodi verificate? Nessuna. Frodi sospette? Nessuna. Il che non impedisce oggi al presidente in carica di annunciare urbi et orbi (tweet del 21 di luglio) l’immancabile arrivo delle “più corrotte elezioni della storia della nostra Grande Nazione”, nonché (tweet del 28 maggio) la distruzione per mezzo di broglio elettorale, del “nostro grande partito repubblicano”.

Ed il problema è che non si tratta di parole al vento o, se si preferisce, di fandonie destinate semplicemente ad incrementare gli inarrivabili record “pinocchieschi” raggiunti in questi quasi quattro anni da Donald Trump (solo qualche settimana è stata da lui superata la fino a ieri inimmaginabile soglia delle 20mila menzogne verificate dai “fact-checkers”). In quanto presidente, Trump ha la concreta possibilità di creare, non la frode, ma il caos – i ritardi, le contestazioni, il tossico clima politico – nel quale la sua profezia di cosmico inganno può diventare credibile.

E allora tagliamo i fondi al servizio  postale

Come? Elementare Watson: licenziando il postino. O, più in dettaglio: mettendo l’USPS, il servizio postale americano, in condizione di non reggere il moltiplicato impatto elettorale in tempo di pandemia. Il tutto attraverso un metodico e mirato taglio dei fondi necessari. Ed è effettivamente con questo fine, rivelano le cronache, che Trump ha di recente affidato ad un suo fido vassallo – un tal Louis DeJoy, la cui unica qualifica è quella di aver raccolto una dozzina di milioni di dollari per la campagna presidenziale trumpiana del 2016 – la carica di “postmaster”, la più alta ed insindacabile in seno all’USPS.

In breve: messo di fronte alla possibilità di perdere democraticamente le prossime elezioni, Donald Trump ha deciso di sabotare la democrazia. Anche se, a ben vedere, il sabotaggio della democrazia (e della verità, che della democrazia è la prima condizione) è da sempre stata la vera cifra della sua presidenza. Steve Bannon – riconosciuto ideologo d’un presidente che dell’ideologia, qualunque ideologia, nemmeno conosce l’indirizzo – ha a suo tempo molto efficacemente rivelato la molto cinica, ma lineare tecnica di questa metodica opera di distruzione (di questi tempi, peraltro, in bella mostra non solo negli USA): “flood the zone with shit”, inonda di merda la zona, rendi irriconoscibile nel fetore di questo escatologico diluvio qualsivoglia verità e qualsivoglia valore. Crea un deserto nel quale solo la forza – la forza del potere costituito – resti visibile ed apprezzabile.

Quanto distante è oggi l’America da questo deserto? Lo sapremo (forse) a novembre, quando il postino (se postino ci sarà) tornerà bussare. Di certo, per il momento, non vi sono che la realtà d’una pandemia fuori controllo, le paure d’una crisi economica senza precedenti ed il tanfo, ogni giorno più forte, di una democrazia assediata.