Trump è un candidato bollito ma il trumpismo non è ancora morto

“Florida man makes announcement”. Uomo della Florida fa una pubblica dichiarazione. Con quest’alquanto anodino titolo – un taglio ostentatamente basso, anzi bassissimo, in prima pagina – il New York Post, storico e non propriamente “paludato” tabloid della Grande Mela, ha dato quella che, martedì scorso, era, a tutti gli effetti, la notizia politica del giorno. E va da sé che, per formulazione e collocazione in pagina, quel titolo aveva, per qualsivoglia orecchio, tutte le tonalità d’una classica e molto sonora pernacchia. L’anonimo “Florida Man” altri non era, infatti, che Donald J. Trump, ex presidente degli Stati Uniti d’America. E la pubblica dichiarazione da lui rilasciata nella sua magione di Mar-o-Lago, Palm Beach, Florida era quella – da tutti attesa – dello “storico” lancio della sua candidatura, o “ricandidatura”, alla presidenza nel 2024.

La guerra di Murdoch

Il New York Post è, ormai da molti anni, parte d’un impero mediatico, quello di Rupert Murdoch, che della destra Usa – la peggior destra Usa – è la cassa di risonanza. Ed è al servizio di questa destra – la destra che fino a ieri era la destra di Donald J. Trump – che, ormai da molti anni, il Post va usando la tradizionale volgarità della sua linea editoriale. Con Donald J. Trump, oltretutto, il Post vantava, fino a ieri, una relazione di aperta e scollacciata complicità ben più antica di Murdoch e delle presidenziali ambizioni di quello che, in tempi non poi tanto lontani, altro non era che un vistoso ed incurabilmente narcisista “real estate mogul”, gran protagonista delle cronache rosa newyorkesi. Proprio al New York Post, infatti Donald Trump usava illo tempore rivolgersi – spacciandosi per il proprio press agent – per regalare al giornale irresistibili “scoop” in merito alle sue (per lo più inventate, come nel caso di Madonna e Carla Bruni) conquiste amorose. Il tutto con particolare enfasi sulle sue, ovviamente strabilianti, performance sessuali.

Inevitabile era dunque che quel titolo-pernacchia venisse dai più interpretato come la prova provata non solo della, diciamo così, fine di un’antica amicizia, ma anche, anzi, soprattutto, come il segno d’una definitiva rottura tra il trumpismo e la parte più consistente dell’impianto di propaganda che, guidato da Murdoch, del trumpismo era stato, nell’ultimo quinquennio, uno dei principali motori. Solo due giorni prima – e questa volta con un titolo a tutta pagina – lo stesso New York Post aveva, nel dare i risultati delle elezioni di metà mandato, rappresentato Trump (per l’occasione chiamato Trumpty Dumpty) nelle vesti di Humpty Dumpty, strana creatura a forma d’uovo che, in una famosissima filastrocca infantile, cade da un muro rompendosi in mille pezzi. Pezzi che poi neppure “tutti i cavalli e tutti gli uomini del re” riescono, in un’ormai consolidata metafora del fallimento, a “rimettere assieme”.

Altri inequivocabili segnali d’un imminente – o già operante – divorzio tra Murdoch e Trump, a sua volta inequivocabile testimonianza d’una più ampia separazione tra la destra Usa e l’ex presidente nuovo candidato alla presidenza. Martedì sera Fox News – la rete televisiva che di Murdoch e della destra Usa è a tutti gli effetti la chiassosa nave ammiraglia – ha interrotto al minuto 40 la diretta del discorso di Donald Trump, durato oltre un’ora. Ed altrettanto – con ancor maggior anticipo – hanno fatto tutte le altre reti televisive, in questo modo lanciando, per una volta all’unisono ed urbe et orbi, un implicito, ma chiarissimo messaggio che, più o meno, suona così: Trump può, a questo punto, dire quel che vuole, ma i fatti ci raccontano un’altra storia. Ovvero: come proprio lui sia, da qualunque punto di vista si esaminino le cose, il grande perdente delle elezioni di “midterm”. Lo è perché sono stati proprio i suoi perlopiù impresentabili candidati – regolarmente battuti in molte situazioni chiave – a trasformare quella che si preannunciava come una travolgente “ondata rossa” (rossa come il colore della colonna nella quale vengono, per tradizione, computati i voti del Partito Repubblicano) in una sorta di umiliante pareggio, con i democratici che conservano (e che forse addirittura incrementeranno dopo il playoff in Georgia) la propria maggioranza al Senato. E con i repubblicani che a malapena raggiungono la maggioranza della Camera. I pronostici prevedevano, in quest’ultimo caso, la conquista di “almeno” una trentina di seggi ed alla fine, quando tutti i voti saranno stati contati, quei seggi saranno, al massimo, otto. Due appena più di quelli che erano necessari per raggiungere la fatidica quota 218.

Midterm, per il repubblicani è stata la peggiore sconfitta

Di fronte ai risultati del “midterm”, tutti sembrano concordare. Né potrebbe, cifre alla mano, essere diversamente. Mai prima d’ora le elezioni di metà mandato – storicamente sfavorevoli al partito del presidente in carica s’erano svolte in una condizione di tanto chiaro vantaggio per gli “sfidanti”, con una inflazione ai massimi storici, un’opinione pubblica a travolgente maggioranza convinta che il paese andasse “in the wrong direction” nella direzione sbagliata, ed un presidente, Joe Biden, la cui popolarità a malapena raggiungeva i 40 punti. Giusto per dare un’idea. In panorami molto meno tenebrosi (per il partito del presidente) nel 1994 i repubblicani avevano strappato ai democratici di Bill Clinton 54 seggi alla Camera e sette al Senato. Nel 2010 era toccato ai democratici di Barack Obama perdere 64 seggi alla Camera e cinque a Senato. E nel 2018 i repubblicani di Trump avevano, in una vera e propria “ondata blu”, perso 41 seggi alla Camera, guadagnandone però uno al Senato, ma solo grazie ad una serie di combinazioni favorevoli che troppo lungo sarebbe qui rievocare.

Dunque, nessun dubbio: quella dei repubblicani è stata, considerate le condizioni in cui si è consumata, la peggior performance di un partito opposizione nel “midterm”. E la sconfitta ha, aritmeticamente parlando, avuto un solo padre: Donald Trump. Quel medesimo Donald Trump che martedì sera, mentre un luttuoso malumore s’andava impadronendo del suo partito, pubblicamente lanciava, sordo ad ogni preghiera, la sua candidatura per le presidenziali del 2024. Davvero, si chiedeva ieri, quasi implorante, un editoriale del Wall Street Journal (altra punta di diamante dell’impero di Murdoch) i repubblicani intendono nominare per la corsa del 2024 l’unico candidato “che i democratici sono sicuri di battere?”.

Si trattasse di un film, il discorso di ricandidatura di Trump, pronunciato a Mar-o- Lago di fronte ad una platea nella quale si notavano molto più le assenze (quella, per dire una, di sua figlia Ivanka) che le presenze, con molta fatica raggiungerebbe, in un coro di critiche negative, da destra, dal centro e da sinistra, due striminzitissime stelle. Da non vedere, né ascoltare, salvo per quanti siano, per proprio neutrale sollazzo, alla ricerca di casi di involontaria comicità. Lungo, noioso, ripetitivo, narcisistico, tutto rivolto ad un passato che non è mai esistito e ad un presente apocalittico – una riedizione della famosa “carneficina americana” del suo discorso inaugurale nel 2017 – che nulla ha a che vedere, per quanto tenebrosa questa sia, con la realtà. Il tutto condito con momenti di pura demenzialità trumpiana. Come quando, lui che ha governato per quattro anni, si è allegramente vantato di avare garantito alla Nazione “molti decenni di pace”. Come può, quest’uomo, sperare di tornare alla Casa Bianca? Come può questo “perdente seriale” – ormai alla sua terza sconfitta consecutiva dopo il “midterm” del 2018, le presidenziali del 2020 e questo voto di metà mandato – sperare di trionfare nel 2024 sulla base di una rivendicazione, quella della “vittoria rubata”, che tanto l’elettorato quanto la realtà decisamente respingono?

Tutti ne sembrano, fatti alla mano, convinti: Trump è una zavorra che trascina a fondo il Partito Repubblicano. Meglio ancora: Trump è oggi il più potente – l’unico, sostiene addirittura qualcuno – alleato del Partito Democratico, la sua vera ancora di salvezza. Come ampiamente dimostrato da uno dei meno conosciuti – e per molti aspetti meno edificanti – risvolti di questo “midterm”. Durante la campagna elettorale i democratici hanno speso in almeno nove Stati cifre considerevoli – più di 50 milioni di dollari, si dice – per appoggiare nel corso delle primarie repubblicane i candidati più smaccatamente e fanaticamente trumpiani. Ed i risultati ci dicono che questo gioco – un gioco che difficile è non qualificare come “sporco” – ha funzionato. Vedasi il caso – probabilmente il più crudele tra i molti – d’un distretto del Michigan dove, grazie anche ad un consistente appoggio di video-spot democratici, John Gibbs, trumpiano fino al midollo, ha infine sconfitto nelle primarie il favorito Peter Meijer, uno dei pochissimi repubblicani che dopo l’assalto del 6 gennaio avevano avuto il coraggio di votare a favore dell’impeachment di Donald Trump. Il tutto, come previsto, per poi perdere le elezioni contro il rivale democratico.

Foto di Bruce Emmerling da Pixabay

Non è iniziato il canto del cigno

Duque: che cosa, a conti fatti rappresenta la ricandidatura di Trump, già prospettata, per la disperazione di molti dirigenti repubblicani attenti ai sondaggi, giusto prima del voto dell’8 di novembre, e poi ufficialmente confermata subito dopo la sconfitta? La totale assenza di melodia e le “due stelle” del discorso di Mar-o-Lago, fanno sì che non lo si possa in alcun modo definire un “canto del cigno”. Ma molti sono quanti, soprattutto a destra, sembrano convinti che questo comunque sia, del trumpismo, il necrologio. Ma è davvero così che stanno le cose?

Difficile – oltre le prime, forti, ma superficiali impressioni di questo dopo-midterm – è crederlo. E questo per almeno due ragioni fondamentali. La prima: al di là delle performance – da sempre clownesche – di Donald Trump, il trumpismo non è in alcun modo una parentesi, un accidente della Storia. È, piuttosto una malattia cronica dell’intera democrazia americana, un fenomeno che ha radici lontane – lontane almeno quanto la famosa “Southern strategy” di Richard Nixon – ed un solido presente nel Partito Repubblicano. La seconda: dal giorno in cui, il 16 giugno del 2015, Donald Trump regalmente discese le dorate scale mobili della sua “Trump Tower” per spettacolarmente lanciare la sua prima vera campagna presidenziale, già una infinità di volte i funerali del trumpismo sono stati celebrati. Ed il trumpismo, non solo non è morto, ma di questi premature esequie si è, di volta in volta, alimentato.

Dopo lo scandalo delle registrazioni del cosiddetto “Access Hollywod” – registrazioni nelle quali Trump praticamente illustrava, e filosoficamente difendeva, le sue tecniche d’assalto sessuale: “basta afferrarle per la vagina e, se sei una celebrità, ti lasciano fare” – molti repubblicani avevano, nel pieno della campagna contro Hillary Clinton, cantato la sua inevitabile caduta e la vittoria dei più qualificati “candidati di apparato” (Jeb Bush su tutti) che lo fronteggiavano nelle primarie. Ed altrettanti – compresi i suoi sunnominati più feroci contendenti nelle primarie – erano poi saliti, una volta da lui conquistata la presidenza, sul suo carro di vincitore. Questo era accaduto dopo la denuncia delle interferenze elettorali russe a suo favore e dopo la sua servile esibizione, ad Helsinki, nel giugno del 2018, di fronte a Vladimir Putin (“uno dei più vergognosi momenti della Storia degli Usa” l’aveva definito John McCain, senatore repubblicano dell’Arizona). E questo s’era ripetuto – a riprova d’una inequivocabile tendenza – dopo la “telefonata perfetta” con il presidente ucraino Volodymir Zelensky che gli valse il primo impeachment.

Bolsonaro con Donald Trump

 

Le alternative a Trump sono trumpiane

Dopo l’assalto del 6 gennaio il più grave attacco domestico alla democrazia Usa, tanto il leader repubblicano della Camera, Kevin McCarty, quanto l’allora leader della maggioranza repubblicana del Senato, Mitch McConnell avevano con parole di fuoco commentato il comportamento di Donald Trump. Ed entrambi, dopo averlo assolto “per aver commesso il fatto” nel processo di impeachment, solo pochi giorni dopo, cosparso il capo di cenere, s’erano recati in visita al sovrano nella “Versailles” di Mar-o-Lago. Analoghe condanne – analogamente seguite da gesti di sottomissione e pentimento – si ritrovano, in quegli stessi giorni nei vari segmenti dell’impero di Murdoch, dal New York Post, a Fox News, al Wall Street Journal.

Si replicherà, dopo il disastro del midterm, dopo le pernacchie del New Post e dopo gli angosciati appelli del Wall Street Journal, lo spettacolo di questa collettiva genuflessione? Solo questo si può dire con certezza. Se è vero che proprio a causa dei suoi – suoi di Trump -, candidati, il Partito Repubblicano ha perduto la corsa di metà mandato, vero è anche che, a dispetto della sconfitta e delle sue cause, solidamente trumpiana resta la maggioranza dei repubblicani eletti. E trumpiano – in quello che si è trasfigurato un vero e proprio culto – resta il Partito Repubblicano.

Donald Trump – leader del culto e grottesco capitan Achab all’inseguimento della balena bianca della sua rivincita su Joe Biden – non si farà spontaneamente da parte. Ed anche se per qualche ragione dovesse farlo – dopotutto l’ex-presidente resta assediato da una mezza dozzina di inchieste giudiziarie, ciascuna delle quali potrebbe, in teoria, costargli l’interdizione – il trumpismo sopravviverebbe alla sua scomparsa dalle scene politiche. Come dimostrato dall’analisi della più gettonata delle possibili alternative: Ron De Santis, fresco vincitore, anzi, ri-vincitore, con un margine di 16 punti, il più altro mai registrato nella Florida, della corsa per la poltrona di governatore. In materia di rapporti con la democrazia, De Santis è, indiscutibilmente più trumpista di Trump.

La democrazia Usa, si dice, ha vinto la battaglia del “midterm”. Verissimo. Ma la guerra continua. Anzi: la guerra è appena cominciata.