Trump-Biden,
un confronto
imbarazzante

Donald Trump e Joe Biden si sono fronteggiati ieri notte nel primo dei tre dibattiti programmati in vista delle elezioni del 3 novembre. Ed una sola cosa è certa: si è trattato del più caotico, vergognoso, impresentabile, imbarazzante e, in ultima analisi, inutile confronto televisivo della storia degli Stati Uniti d’America. Grande – e per molti aspetti unico – protagonista dell’indecoroso spettacolo: il presidente in carica.

Nel corso dei 90 minuti della trasmissione ha parlato, in pratica, soltanto lui, interrompendo a ripetizione tanto il rivale democratico quanto il moderatore, il giornalista Chris Wallace, di Fox News. Quello che gli spettatori hanno potuto vedere è stata, a tutti gli effetti, una sola cosa: Donald Trump al suo peggio. Prepotente, aggressivo, volgare, costantemente e chiassosamente sopra le righe e, naturalmente, bugiardo. Tante sono state le grida, le incoerenti filippiche e le menzogne profferite dal presidente che pressoché impossibile è resocontare un dibattito da lui, fin dai primi istanti, trasformato in un’autentica e non dipanabile caciara. Di quel che si è visto e sentito non restano che il ricordo d’uno spettacolo indecoroso ed il sinistro suono dell’ultima frase pronunciata da Donald Trump (rispondendo al moderatore che gli chiedeva se era disposto a accettare i risultati delle elezioni): “This is not going to end well”, non finirà bene. Almeno in questo, visto il dibattito di ieri notte, Trump ha probabilmente ragione.

Con una media (scientificamente calcolata) ormai prossima alle 15 bugie al giorno (weekend e festivi inclusi) Donald J. Trump è, senza paragone, il più bugiardo dei presidenti Usa. Trump mente sempre. Trump mente su tutto. Trump mente con la congenita sfrontatezza di chi nella menzogna ha trovato la vera misura di se stesso, il suo stile di vita e di governo. Il che non impedisce che – in uno strambo effetto collaterale di questo suo sistematico, “naturale” offuscamento d’ogni differenza tra il vero e il falso – il presidente Usa riesca, a tratti, a regalare momenti di straordinaria, paradossale trasparenza. O, più esattamente: a rivelare con brutale, narcisistica impudenza, intenti che, per la loro truffaldina natura, molto più astuto sarebbe celare dietro frasi di circostanza.

Mani avanti sul risultato

Foto di Ralf Genge da Pixabay

È questo, certamente, il caso dei suoi propositi in vista delle ormai prossime elezioni presidenziali. Dichiarazione dopo dichiarazione, tweet dopo tweet, Donald Trump non ha, in questi giorni, fatto mistero alcuno dei suoi disegni prossimi venturi. “Signor presidente – ha chiesto un giornalista durante una recente conferenza stampa – è lei disposto ad accettare, vinca o perda le elezioni, un pacifico trasferimento dei poteri?”. E questa è stata la risposta, sintatticamente approssimativa ma molto nitidamente leggibile, di Donald Trump: “…bisogna vedere quel che accade…se ci si sbarazza dei voti (il riferimento è ai voti per posta n.d.r.) si avrà un molto pacifico…no non ci sarà un trasferimento, ci sarà una continuazione”. Trump non poteva, in effetti, esser più cristallino: in un solo caso, quello ovviamente d’una sua vittoria, i risultati delle urne potranno essere da lui accettati. Ogni diverso esito non potrà che esser frutto d’una frode. Insomma: o vinco io, o salta tutto.

Ipotesi di non accettazione

È la prima volta, confermano gli annali, che un presidente Usa in carica apertamente e preventivamente avanza l’ipotesi d’una sua non-accettazione del pacifico trasferimento dei poteri (universalmente considerato uno dei presupposti d’ogni democrazia). E va da sé che, alla base d’una tanto drastica e “sincera” asserzione (o, se si preferisce, di questa a suo modo candida confessione) giace una colossale, spudorata e molto trumpiana falsità: quella secondo la quale il voto per posta – prevedibilmente destinato a moltiplicarsi in questi tempi di pandemia – sarebbe di per sé fonte di brogli d’ogni tipo, tutti immancabilmente destinati a favorire il suo rivale.

Il voto per posta è sicuro

contro trump
Foto di StockSnap da Pixabay

Il piano di Trump è chiaro: preparare una frode gridando alla frode. Ovvero: screditare preventivamente il sistema elettorale per coprirsi le spalle nel caso d’una (tutt’altro che improbabile, stando ai sondaggi) sconfitta. Il voto per posta, già ampiamente e senza problema alcuno sperimentato in molti Stati, è sicuro quanto quello in persona. I casi di irregolarità fin qui registrati sono stati negli ultimi anni, laddove si sono fatte verifiche, pari allo 0,0001 per cento. Un’impercettibile inezia. E lo stesso direttore del FBI, Christopher Wray (dal medesimo Trump nominato) ha di recente smentito, in una udienza congressuale, ogni possibile sospetto in merito a possibili brogli. Unico problema: essendo esaminati solo al termine del normale scrutinio, i “mail-in ballots” – che tutti i sondaggi indicano come in rilevante maggioranza favorevoli al candidato democratico – sono destinati a rallentare l’annuncio dei risultati definitivi. Ed è qui, nel limbo di quest’attesa – un limbo prevedibilmente caotico data l’estrema balcanizzazione d’un sistema elettorale che varia di Stato in Stato ed in virtù dei tagli di personale e di strutture coi quali il medesimo presidente sta cercando d’azzoppare i servizi postali – che Trump s’appresta a lanciare la sua offensiva. Il conteggio – va senza sosta ripetendo – deve terminare il 3 novembre. E terminare nell’unico modo possibile: con una sua vittoria. Tutto il resto sarà frode. E toccherà, a questo punto, alla Corte Suprema chiudere la partita.

La forzatura sulla Corte Suprema

trump anatra
Foto di dfsym da Pixabay

La Corte Suprema, per l’appunto. Proprio questo – un cambio “epocale” nella composizione della Corte dal cui arbitraggio, come già accaduto nell’anno 2000, potrebbe dipendere l’esito del voto – è l’evento che, nell’ultima settimana, è andato sovrapponendosi ai drammi (la pandemia, la crisi economica, il riesplodere della questione razziale) sul cui inedito sfondo va consumandosi questa campagna elettorale. E non si tratta che del punto d’arrivo d’una lunga storia. Una storia che viene da lontano e che lontano, quali che siano i risultati del prossimo 3 novembre, è destinata ad andare.

Breve ricapitolazione dei fatti. Il 13 febbraio del 2016, ultimo anno del secondo mandato di Barack Obama, moriva il giudice Antonin Scalia, membro della Corte Suprema dal lontano 1986. Nominato da Ronald Reagan, Scalia era a buon diritto considerato il decano dell’ala più marcatamente conservatrice della Corte, quella che, sotto le bandiere del cosiddetto “originalismo”, predica una totale ed incondizionata aderenza al testo originale della Costituzione del 1788. Aderenza che comporta un’aperta avversione ad ogni adattamento, si tratti dei diritti civili, del diritto all’aborto, del diritto alla salute, di qualsivoglia limitazione al diritto di possedere armi o ai privilegi che comporta il possesso del danaro.

La pratica voleva che – con le nuove presidenziali lontane più di otto mesi – toccasse al presidente in carica nominare e presentare all’approvazione del Senato il sostituto del giudice scomparso. Ma così non fu, perché il presidente del Senato, il repubblicano Mitch McConnell, in un ovvio abuso di potere, chiuse implacabilmente porte in faccia a Merrick Garland, il super-moderato e qualificatissimo candidato prescelto da Obama, negandogli persino la possibilità di presentarsi per un voto d’approvazione o di rigetto. La ragione? Essendo il 2016 anno di elezioni, aveva sostenuto McConnell, giusto era lasciare “la scelta al popolo”. Vale a dire: lasciare che fosse il nuovo presidente, dal popolo eletto, a scegliere il sostituto di Scalia.

La storia che si ripete al contrario

Lo scorso 18 settembre, quando alle elezioni non mancavano che 45 giorni, la storia s’è per molti versi ripetuta. E ripetuta al contrario. Al termine d’una lunga malattia è deceduta Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema dal 1993 (nominata da Bill Clinton). Contrariamente a Scalia, la Ginsburg era un’icona del femminismo e della scienza giuridica più progressista, una riconosciuta e celebrata campionessa della lotta contro ogni forma di discriminazione. E, come Scalia, aveva abbandonato questa valle di lacrime nel pieno d’un anno elettorale. Stesse circostanze – anzi, circostanze assai più chiare considerata la molto più ridotta prossimità delle elezioni – stessa regola? Neanche parlarne. Qualche ora appena dopo l’annuncio della morte della Ginsburg e a dispetto dei suoi ultimi desideri (“Mi auguro che il mio sostituto venga scelto dal nuovo presidente eletto”), Donald Trump, Mitch McConnell e l’intero apparato repubblicano (con la sola eccezione di due senatrici) hanno deciso che urgentissimo (un’impellente “dovere costituzionale”) era occupare lo scranno rimasto vuoto. Ed occuparlo, ovviamente, con un (o una) “originalista” di provata fede.

E così è stato. Sabato scorso, in una solenne cerimonia nel Rose Garden della Casa Bianca, Donald Trump ha presentato al mondo la 48enne Amy Coney BarrettCorte, una molto qualificata alunna proprio di Antonin Scalia. E, ancor più Mitch McConnell già aveva da par suo assicurato che, debitamente forzando i tempi d’un iter d’approvazione di norma lungo più di due mesi, avrebbe garantito alla nominata il “sì” del Senato per una data anteriore al 3 novembre.

La maggioranza conservatrice

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Foto di Bruce Emmerling da Pixabay

Sarà dunque, salvo sorprese, una Corte al completo (e con una solida maggioranza conservatrice di 6 a 3) quella che, nella tutt’altro che improbabile eventualità d’un impasse elettorale, dovrà dipanare (a vantaggio di chi fin troppo facile è pronosticare) la matassa che il medesimo Trump ha provveduto a preventivamente aggrovigliare. Qualcosa di molto simile era accaduto, come si ricorderà, nell’anno 2000, quando il repubblicano George W. Bush, pur perdendo il voto popolare, vinse la corsa alla Casa grazie alla sentenza (5 a 4, giudici di nomina repubblicana contro giudici di nomina democratica) con la quale la Corte Suprema decise di sospendere il riconteggio dei voti della Florida (significativo dettaglio: per l’occasione Antonin Scalia ed altri giudici conservatori, misero da parte la propria fede “originalista”, annullando la decisione presa da una Corte statale). Ed un ancor più controverso bis – non da pochi ritenuto inevitabile – potrebbe registrarsi il prossimo novembre.

Una cosa è tuttavia certa. L’assalto alla Corte Suprema – condotto calpestando le regole della democrazia e quelle della decenza – è parte d’un più ampio, profondo e distruttivo fenomeno. O meglio: d’un processo che – iniziato ben prima dell’avvento di Trump e destinato ad andar ben oltre la sua sconfitta, o la sua vittoria, il prossimo 3 novembre – tende alla progressiva affermazione d’una “tirannia della minoranza”, tenebroso e contemporaneo contraltare di quella “tirannia della maggioranza” che, correndo l’anno 1835, nel suo celebre “Democracy in America”, era andato paventando Alexis de Tocqueville.

Vinca chi vinca le prossime presidenziali, con l’entrata nella Corte Suprema della 48enne Amy Coney Barrett, l’America più conservatrice garantisce a se stessa, all’interno del massimo organo giudiziario, una maggioranza destinata a durare per generazioni, e pronta a contrapporsi, contro qualsivoglia volontà popolare, ad ogni significativa trasformazione politica in direzione d’una maggiore giustizia sociale. Prime vittime designate (chiunque occupi domani la Casa Bianca): il diritto all’interruzione della maternità e la riforma sanitaria – il cosiddetto “Obamacare” – tanto faticosamente approvata nel 2010.

In calo la rappresentatività della democrazia Usa

marcia contro trump
Foto di Robert Jones da Pixabay

Il punto è che tutta la democrazia americana è andata, negli ultimi decenni, progressivamente perdendo la sua forza rappresentativa. Un’occhiata ai numeri aiuta a cogliere la sostanza del fenomeno. Grazie ad un’ovvia obsolescenza (basti pensare all’ormai grottesco metodo dei collegi elettorali attraverso la quale vengono eletti i presidenti) ed alla molto più moderna e perversa pratica del cosiddetto “gerrymandering” (la studiata ridefinizione dei distretti elettorali), il sistema elettorale americano “pende a destra”. E pende al punto da alterare, ormai, ogni equilibrio democratico.

Un tempo questa “pendenza” volutamente tendeva, almeno in parte, a privilegiare le aree rurali rispetto a quelle urbane. E le sue conseguenze erano, data la uniformità demografica dei due maggiori partiti, pressoché irrilevanti. Oggi, con il partito democratico sempre più concentrato nelle aree urbane, ed il partito repubblicano sempre più “ruralizzato”, tutto è cambiato. Si calcola che, per ottenere la maggioranza dei seggi della House of Representatives, i democratici debbano ottenere almeno il 58 per cento dei voti, contro il 46 per cento che basta (e spesso avanza) ai repubblicani. Il tutto mentre nel Senato, pur rappresentando un elettorato di quasi venti milioni d’anime inferiore, i repubblicani vantano 53 seggi contro i 47 dei democratici.

L’imitazione di un dittatorello

Donald Trump – che ha vinto le ultime presidenziali nonostante un deficit di quasi tre milioni di voti, e che potrebbe rivincere le prossime con un ancor più grande svantaggio nel voto popolare – non è in fondo che l’ultima rappresentazione di questa progressiva e perversa corrosione della democrazia. Ultima e molto fedele proprio per la sua apparente “impresentabilità”, per il suo assomigliare, nei gesti, nelle parole e, persino, nell’aspetto fisico alla brutta imitazione d’un dittatorello da repubblica delle banane.

Un’anatra deve nuotare come un’anatra

Sostiene un vecchio detto: “If it looks like a duck, swims like a duck and quacks like a duck, then it probably is a duck”. Se assomiglia a un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora è probabilmente un’anatra. E l’anatra Donald J. Trump – un’anatra nel cui culto s’è trasfigurato l’intero partito repubblicano – proprio questo è: l’effetto, non la causa, dell’agonia della democrazia Usa, il riflesso d’una decadenza che lo spiega e, insieme, lo trascende. Trump è venuto per restare. Che vinca o – cosa auspicabile e possibile, ma tutt’altro che scontata – che perda il prossimo 3 di novembre, il suo starnazzare continuerà, per molti anni a venire, ad esser parte della cacofonia che scandisce i tempi della politica Usa.

 

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