Troppo caldo, troppa gente: ecco perché la montagna è pericolosa

Cambiamenti climatici e maggiore (eccessiva?) fruibilità della montagna: queste le due cause che sono alla base della tragedia di domenica sulla Marmolada dove il distacco di un enorme “seracco” di ghiaccio ha travolto decine di escursionisti con un bilancio di numerose vittime. Vittorio Ducoli è il direttore del Parco di Paneveggio Pale di S.Martino. Premette di parlare in termini generali ma di affrontare nel suo parco problematiche in parte simili a quelle della Marmolada, anche se la zona delle Pale presenta una orografia più favorevole che riduce i rischi. “Nel nostro territorio – spiega – ci sono due piccoli ghiacciai: uno è ridotto ai minimi termini, l’altro più esposto a nord ha resistito un po’ meglio anche se gli arretramenti sono stati notevoli. Ma il loro destino mi pare segnato”.

L’evoluzione di questi due ghiacciai è stata analoga a quello della Marmolada con un consumo di ghiaccio inarrestabile?

Sì. Il ghiacciaio della Fradusta, quello più compromesso, era vasto alcune decine di ettari a metà Novecento e adesso di fatto si sta trasformando in un ghiacciaio sepolto che non sappiamo quanto resisterà. L’altro è il Travignolo in un canale esposto a nord che si riprende con le nevicate abbondanti ma poi arretra perché le estati sono sempre calde. Tra l’altro sono ghiacciai residui di un complesso glaciale che caratterizzava le Pale negli anni Trenta e Quaranta del Novcento.

Vittorio Ducoli, direttore del Parco Paneveggio Pale di San Martino

C’è troppa gente in montagna?

La montagna è diventata facilmente accessibile. È una condizione che, statisticamente, aumenta la possibilità che ci siano incidenti più o meno gravi. Non parlo nello specifico dell’incidente sulla Marmolada. Parlo di un certo uso dell’ambiente montano che è stato offerto a fruitori impreparati: ecco, partendo dalla disgrazia di domenica, forse sarebbe il momento di fare una riflessione sulla disneyzzazione della montagna.

Eppure sono rimasti coinvolti anche alpinisti esperti, guide alpine…

A disgrazia avvenuta sappiamo che il ghiacciaio stava su per miracolo e le alte temperature l’hanno staccato. Però è indubbio che se lo stesso distacco fosse avvenuto qualche decina di anni fa la tragedia non avrebbe avuto le conseguenze di ieri perché ci sarebbe stata meno gente.

Diceva che la montagna è diventata facilmente accessibile. Perché?

Esistono impianti ed un circuito di interessi che sono cresciuti nel tempo. Qualche errore è stato commesso perché non c’erano strumenti per valutare che la situazione climatica stesse compromettendo la sicurezza. Laddove ci sono importanti masse glaciali, qualcosa può succedere. Abbiamo imparato col tempo a prevenire o identificare le aree a rischio valanga o a capire quando esiste un rischio valanga significativo. Probabilmente dove ci sono i ghiacciai alcune aree dovranno essere interdette al pubblico.

Se la disneyzzazione avanza dovrebbero aumentare anche i controlli.

La tragedia della Marmolada è avvenuta in un contesto particolare con un grosso accumulo di ghiaccio che non si riscontra in molte altre situazioni. Forse l’unico paragone che si può fare è quello dei seracchi dell’Adamello. Poi è vero: la storia insegna che i controlli vengono fatti e le tecniche affinate quando le disgrazie sono successe come avviene, ad esempio, nel campo della sicurezza sul lavoro. Indubbiamente la percorribilità degli ambiti montani è un tema centrale che richiede a tutti, istituzioni e escursionisti, maggiore preparazione.

Nel vostro parco avete situazioni di pericolo che dovete tenere monitorate e per le quali cercate di arginare l’invasione degli escursionisti?

Non abbiamo situazioni così pericolose come quelle della Marmolada. Però esistono impianti di risalita che consentono di raggiungere alte quote. I rischi ci sono, nel senso che anche sulle Pale ogni anno, soprattutto d’estate, c’è da pagare un tributo di morti e feriti. Andare in montagna è rischioso e molte volte non tutti sono pienamente coscienti dei rischi a cui vanno incontro anche perché bombardati da pubblicità e da un modello che vede nella montagna un luogo dove tranquillamente riposarsi.

E non è vero?

Beh, sì è vero. Voglio dire è che certi luoghi della montagna andrebbero riservati agli specialisti.

E voi operatori quanto vi sentite preparati ad affrontare questi cambiamenti?

Il Parco cerca di non favorire la frequentazione di massa. Gestiamo sentieri, facciamo informazione e attività guidate di escursionismo. La disgrazia però è sempre dietro l’angolo, imprevedibile. Le faccio l’esempio del permafrost e cioè lo strato di roccia tenuto assieme dal ghiaccio. È chiaro che i versanti diventano più instabili con gli eccessi di caldo e possono mettere a rischio i sentieri sottostanti. Ovvio che su questo non ci sia tanto da fare.

C’è anche chi ha proposto la chiusura delle Dolomiti. Le pare una soluzione ipotizzabile magari in certi periodi dell’anno?

Credo che in determinati luoghi sia necessario considerare ogni fattore di rischio e gestire poi le attività e gli accessi. Non penso che si arriverà a provvedimenti estremi. Non si riesce a limitare i passi dolomitici alle moto e al traffico indiscriminato, figurarsi cosa succederebbe con la chiusura. Un pezzo di economia locale spinge per una forte frequentazione. L’importante è che tutti abbiano consapevolezza che esistono luoghi dove in determinati periodi dell’anno il rischio supera una determinata soglia.

Chi frequenta la montagna adesso lo fa più alla leggera rispetto agli anni passati?

Il Covid ha portato la montagna al centro dell’attenzione facendola percepire come luogo dove si può stare più al sicuro dal contagio. Abbiamo avuto un forte aumento di arrivi e presenze, è cresciuto il turismo del fine settimana e del singolo giorno. Tutto questo inevitabilmente si è portato dietro gente non preparata. Poi se trovi un impianto che ti porta a tremila metri tu ci vai semplicemente pagando un biglietto senza pensare che magari hai nei piedi le infradito. C’è anche un altro problema di mancato rispetto della montagna che dobbiamo affrontare: è aumentato, dopo un lungo periodo di miglioramento, l’abbandono di rifiuti.

Avete forze e risorse sufficienti per fare fronte all’invasione indotta dal Covid?

La prima cosa che facciamo è cercare di manutenere al meglio la sentieristica, condizione indispensabile per fruire in sicurezza del territorio.