Troppi silenzi sulla morte di Soumayla

C’è tensione a San Ferdinando, nella baraccopoli dove viveva Soumayla Sacko, il sindacalista Usb ucciso da un colpo di fucile. Ormai la dinamica sembra chiara: mentre i tre maliani cercavano nell’ex Fornace, un edificio industriale abbandonato e usato come discarica, lamiere per costruirsi una baracca migliore di quelle di plastica e cartone, qualcuno li ha usati come preda. Ha sparato, ha ucciso, ha ferito.
Appena la notizia si è diffusa forze dell’ordine e sindaco si sono affrettati a dire: il razzismo non c’entra. Non c’entra? Sicuri? Non sarà che ora qualcuno già pensa che sia legittimo sparare ai neri? O forse inquirenti e amministratori già sanno chi è stato?

Prendere vecchie lamiere abbandonate da una discarica non è rubare. Fosse anche, in Italia non c’è pena di morte per i ladri, almeno per ora. E addolora sentire le giustificazioni, le dichiarazioni: avevano il permesso di soggiorno. Se no? Così, per capire: “è finita la pacchia” significa via libera al tiro al nero?
Peccato che sia solo l’Usb, e non tutti i sindacati, ad aver indetto un giorno di sciopero e di lutto. Nessuno deve morire nelle strade d’Italia, al sud e al nord. Che sia un clandestino o che sia un sindacalista. Che sia un bracciante o un venditore di chincaglierie. Un edile o un camionista.

Il ritorno dei braccianti. Opera di Nabi Niasse, foto di Ella Baffoni

Il fatto è che a Rosarno ancora ricordano la rivolta degli africani, quando a uno di loro fu maciullato un braccio per sfregio. Quando si dicono cose forti e razziste, bisognerebbe pensare, è vero, che i nostri immigrati hanno una pazienza di Giobbe, ma anche quella a un certo punto finisce.

Finisce quando le cose si fanno serie, quando il sangue scorre. Così, davanti a quei ragazzoni neri seduti in terra con in mano la foto del loro fratello ucciso o pezzi di lamiera, o cartelli con scritto “Schiavi mai”, al sit in indetto dal sindacato in cui Soumayla Sacko militava, bisognerebbe ricominciare a pensare.

Pensare alla vita spezzata di questo giovane uomo, ma anche a come riportare legalità nell’agricoltura, soprattutto nelle paghe e nelle condizioni di lavoro. A come organizzare l’accoglienza, che non si muoia più per un pezzo di latta e non si viva in baracche infami. Che il diritto a bere e lavarsi, per chi lavora più di dieci ore al giorno per due spicci arricchendo agricoltori e supermercati, dovrebbe essere automatico.

E’ singolare invece il silenzio. Il silenzio degli inquirenti, speriamo lavorino bene anche in direzione dei razzisti. Il silenzio del ministro dell’Interno Salvini, quello della pacchia. Il silenzio del ministro del lavoro e di quello all’Agricoltura, che hanno il dovere di conoscere le vicende della raccolta di frutta e ortaggi meglio di noi che ministri non siamo. Il silenzio dei Cinque stelle, infine, che gridano legalità a corrente alternata e se ne sono fatti un brand elettorale. E quello del Capo del Governo, avrà un pensiero anche lui. Perché tutti tacciono, allora?