Serve una forza
di centro-sinistra
radicalmente riformatrice

Non è elegante infierire sugli sconfitti. Ma bisogna pure sforzarsi di dire con equilibrio la propria opinione quando la situazione, come in questo caso, diventa particolarmente drammatica.

Una rottura profonda

Le elezioni in Umbria sono andate molto male per la cosiddetta alleanza giallo-rossa e il candidato della destra ha ottenuto un risultato per molti aspetti sensazionale. Una delle cose più terribili nella vita degli individui è l’abitudine, la capacità quindi di adattarsi alle situazioni e non riuscire a vedere, come è accaduto domenica, la rottura profonda che queste elezioni rappresentano nella storia dell’Umbria, e per quanto si tratti di una piccola regione, della sinistra italiana.
A vederla oggi la foto dei quattro leader dei partiti – compreso Speranza che rappresenta una forza del 2% – fa veramente un effetto patetico. E fa venire in mente la battuta degli antichi, i quali dicevano che Dio toglie il senno a coloro che vuole perdere.

Facile previsione

Non era infatti molto difficile prevedere che quell’alleanza aveva poca consistenza per una pluralità di motivi, e che quindi, con assai probabilità, sarebbe andata incontro a una disfatta. Anzitutto per un motivo: era stata costruita in tempi molto brevi, sotto l’urgere della necessità e, anzi, dell’angoscia quando è apparso chiaro ai leader dei quattro partiti che la situazione stava volgendo verso il peggio.

Un’alleanza di quel tipo, tra contraenti di quella natura e con la loro rispettiva storia, aveva bisogno di una maturazione, se non lunga, almeno adeguata dal punto di vista dei tempi. Almeno che non si volesse riproporre una soluzione di carattere politicistico come è stato fatto con la costituzione del secondo governo Conte. Rispetto a questa ultima operazione c’era però una differenza fondamentale: in questo caso, volenti o nolenti, bisognava pur darla la parola al popolo, il quale ha avuto quindi modo di esprimersi nel modo che abbiamo visto.

Una lezione da comprendere

Fa perciò impressione sentire qualche dirigente del PD riproporre nuovamente questa alleanza come prospettiva strategica senza voler comprendere la lezione che è pur venuta da queste elezioni e che è stata, per molti aspetti, inequivocabile.
Alla base di queste posizioni ci sono almeno due elementi sui quali questi dirigenti del PD non vogliono riflettere: la profondità della crisi italiana e delle diseguaglianze che connotano la nostra società. Le quali chiedono con insistenza soluzioni radicali e non manovre di carattere politicistico, avvertite dagli italiani come puro strumento per la sopravvivenza del loro potere e in questo caso come espediente per ritornare comunque al governo del paese.
Una volta Francesco Guicciardini ha distinto tra gli scontenti e i disperati, spiegando che i problemi per la tenuta di una società si pongono in termini drammatici quando è la disperazione a prevalere sul malcontento.
In Italia oggi c’è un risentimento profondo da parte di larghi strati della popolazione che ha a che fare con la disperazione piuttosto che con il risentimento; né in effetti si tratta di una novità perché è una corrente di fondo ormai della nostra società che attende di essere riconosciuta e che non può essere incanalata con strumenti ordinari, almeno come è accaduto in Umbria, rischiando di essere travolti.

Quel disprezzo dei Cinquestelle

C’è però un altro elemento sul quale i dirigenti del PD in particolare non hanno voluto riflettere: sugli elementi di risentimento e talvolta di vero e proprio disprezzo che i militanti dei Cinque stelle hanno espresso a lungo nei confronti sia dei dirigenti che dei militanti del Partito democratico. In modo particolare non si sono interrogati a sufficienza sulle motivazioni che hanno spinto molti cittadini orientati prima a sinistra e a votare per il PD a scegliere di schierarsi con i Cinque stelle.
L’hanno fatto dopo un lungo travaglio che li ha spinti a lasciare le appartenenze originarie e a collocarsi anzi, con durezza, contro di esse e coloro che le rappresentavano, a cominciare appunto dal PD. In altre parole della loro specifica identità politica è parte costitutiva una scelta contro il Partito democratico visto come un istituto consumato e corrotto del quale liberarsi per poter aprire una nuova stagione di riforme – e anche di pulizia morale – nella società italiana.
Pensare che questa gente potesse schierarsi ora, come se nulla fosse accaduto, con il Partito democratico, è stato un errore straordinario, anche da parte dei dirigenti dei Cinque stelle che non hanno compreso fino in fondo le pulsioni che agitano i loro seguaci.
È accaduto così che il Movimento sia sceso all’8% con un segnale preciso per chi vuol capire: su questa strada i Cinque stelle sono avviati alla dissoluzione con effetti catastrofici per l’intero sistema italiano perché, come è stato giustamente osservato, essi in questi anni hanno svolto una funzione di effettivo contenimento delle forze di destra e di estrema destra.

Un grande azzardo

Come si è visto dalle elezioni umbre, non sono più imbrigliate da quel vincolo e si stanno organizzando in vista di un loro successo in tutta la società italiana. Su queste basi pensare a un’alleanza tra il popolo del PD e il popolo dei Cinque stelle è stato veramente un grande azzardo ed è un gesto di irresponsabilità proporre ora questa strategia per le prossime elezioni regionali in Emilia Romagna ed in Toscana.
Cosa possa significare il successo della destra e dell’estrema destra in queste due regioni dell’Italia non è certo il caso di spiegarlo: sarebbe in senso proprio una vera e propria catastrofe.
So bene quale sia stato l’argomento principale che ha spinto alla costituzione del governo giallo-rosso: la paura di Salvini, il terrore che Roma fosse invasa dai barbari come era già avvenuto con i Visigoti e i Lanzichenecchi. È stata, bisogna riconoscerlo, una preoccupazione giusta, sensata. Resta però assai discutibile il modo tutto politicistico con cui l’operazione è stata condotta presentandola addirittura da parte di uno dei suoi maggiori promotori come una manovra di palazzo, senza tener conto che gli italiani non avrebbero apprezzato questa manovra e che, quando ne avessero avuto la possibilità, avrebbero fatto sentire la loro voce.

L’angustia della politica

Che fare dunque, in questa situazione? A mio giudizio – e l’ho scritto proprio su strisciarossa – era molto meglio andare alle elezioni, scontrarsi in campo aperto, riunire e motivare in questa battaglia tutte le forze interessate a un effettivo cambiamento e a una reale politica di riforme e sfidare su questo terreno Salvini.
È stata scelta un’altra strada dalla quale in successione sono derivate altre scelte e altre plausibilmente ne deriveranno: a cominciare dallo schieramento che si intende promuovere per le prossime elezioni regionali, almeno che i capi dei Cinque stelle non si ritirino dal gioco per una questione di pura sopravvivenza.
Dal punto di vista strategico credo che oggi sia necessario avviare la costituzione di una forza di centro-sinistra radicalmente riformatrice cercando di coinvolgere in essa tutte le energie che ci sono e che aspettano di essere motivate e sollecitate. Quello che colpisce oggi è da un lato la radicalità della crisi e delle trasformazioni – culturali, civili, religiose, antropologiche – dall’altro l’angustia della politica che non è capace di mettersi all’altezza di queste domande e di cercare di elaborare una risposta.
Lo so, è una via lunga e la politica ha invece bisogno di tempi brevi; ma se non ci avvieremo su questa strada rischiamo che la sinistra sia spazzata via e che la destra affermi il suo potere per un lungo ciclo della storia italiana.
Questa strategia richiede il rinnovamento radicale delle forze di sinistra, un mutamento delle loro classi dirigenti, la costruzione di nuovi canali di comunicazione fra governanti e governati. Non sarà mai troppo tardi per cominciare a farlo.