Troppe parole
che non lasciano
il segno

Davanti a una catastrofe immane, la massima che può infondere il coraggio è che nessuno sia morto invano. Tra i pochi grandi esempi di discorso pubblico che riescono a trasmettere questa idea semplice e potente, propongo la lettura delle parole che Abraham Lincoln pronunciò a Gettysburg, in Paennsylvania, il 19 novembre 1863, quattro mesi dopo la battaglia nella quale morirono 23.000 combattenti, tra nordisti e confederati. La lettura richiede pochi minuti: 1500 caratteri (275 parole).

Il discorso di Abraham Lincoln

“Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.
Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo.
I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono.
Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano (per nulla); che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire sulla terra”.

Che cosa resta oggi nella nostra mente?

Non voglio comparare quella guerra civile a questa pandemia, la rinascita auspicata da Lincoln alla nostra. Ciò che propongo è molto più semplice: rispondere alle letture quotidiane di articoli che vogliono esortarci al coraggio, senza riuscirvi; che usano tante parole senza lasciare un segno nella nostra mente, dimenticati appena letti. Mi sono allora chiesta, come potrebbe essere la retorica dei momenti tragici, come inanellare le parole che devono comunicare, subito, forza d’animo a chi vive nella costrizione e nella sofferenza.

Abbiamo bisogno di discorsi schietti, che parlino alla ragione perchè sanno parlare al sentimento; che non rescriminino (non recriminava Lincoln, che pure parlava di combattenti assoluti in una guerra civile), che non facciano giri lunghi di parole, che non imbastiscano argomenti impliciti. Cerchiamo discorsi che offrano quel che promettono: se promettono di infondere coraggio, devono cercare di muovere i sentimenti più costruttivi per un cambiamento necessario. Questo è il senso di rilegere Lincoln.

Dobbiamo cercare di capire che cosa ci ha portato a questa distruzione, sapendo che, prostrati e vinti, nulla sarà più come prima. La pietà per i morti deve illuminarci affinchè non dimentichiamo mai quel che ci ha portato a questa pandemia: una condizione di interazione globale governata secondo interessi imperiali e nazionalistici; scelte politiche nazionali ispirate dall’ingordigia delle privatizzazioni; la salute sacrificata sull’altare della spending review. Oggi, l’eco di tutto questo si sente nelle nostre città silenziose e deserte, nei nostri ospedali rumorosi e affollati. Sta a noi sopravvisuti fare in modo che l’idea di una civiltà dell’uguale dignità e della libertà politica, per la quale tanti e tanti hanno combattuto, “non abbia a perire sulla terra”.