“Troppe bandiere rosse”: storie di un film che Tornatore non ha mai girato

Fra il 1989 e il 1991, dopo il crollo del muro di Berlino, il PCI cambiò nome e l’Unione sovietica – lo Stato faro del movimento comunista mondiale – si dissolse come neve al sole. Giuseppe Tornatore immaginò di fare un film su quel mondo che scompariva: sulle persone che avevano creduto in una utopia che si rivelava come un gigantesco inganno. Persone che conosceva dall’infanzia, la famiglia allargata dei comunisti siciliani (e di qualche socialista) che avevano pensato la politica come una cosa buona, prima che diventasse – sempre più – un’ignominia.

Il film non si fece. Tornatore ancora si vede davanti agli occhi Cecchi Gori che gli dice: “Amico mio il film l’è bello. Ma ci sono troppe bandiere rosse. Lasciamo perdere”. Alcune immagini, alcune suggestioni entrarono, anni dopo, in Baarìa, ma il soggetto originale (scritto con Gianni Riotta) e tutti i materiali preparatori, erano rimasti chiusi, fino a qualche mese fa, in una cartella di file di word.

Fra quei materiali anche le interviste che ora sono diventate un libro, con lo strano titolo All’epica (all’iebbica), un’espressione che in dialetto si usa per “all’epoca” ma che ha assonanza con l’epica contadina che Tornatore avrebbe voluto raccontare, l’espressione dialettale lo aiutava a smorzare il consapevole rischio di cedere alla retorica.

L’occupazione delle terre

“È una accumulazione di materiale grezzo, magmatico – dice – … testimonianze vive di uomini e donne che hanno vissuto un’epoca, ciascuno per la propria personale avventura. Possono servire oggi? A chi? Non lo so. Mi auguro che riescano utili per qualcun altro. Per chi vuole studiare quella stagione e scriverci delle storie… materiale di lavoro. Per me non finirà mai di esserlo. Ti rimane in mente. Ci sono cose bellissime. Il giovane pronto a occupare le terre nudo e senza scarpe: per impedirglielo la madre gli ha nascosto abiti e calzature. Il professore che nel 1946 sospende la lezione su Dante perché ‘oggi vi parlerò di Gramsci’. La fiducia irremovibile del vecchio compagno, povero allevatore analfabeta, che ogni anno e per decenni destina uno dei suoi vitelli per pagare l’affitto della sezione. I carabinieri in lacrime, perché apprestandosi a respingere armati gli occupanti del feudo, vedono nel fronte opposto le donne in prima fila. Un capo dell’insurrezione contadina che si impossessa dei soldi dell’esattore, raccolti in un cuscino, per lanciarli dalla finestra nel fuoco che brucia in piazza”.

Concretezza d’artista

Nelle interviste Tornatore non cercava la storia ufficiale ma i sapori e gli odori, le ragioni e i sentimenti individuali. La concretezza che permette all’artista di creare un racconto e di rappresentarlo: un ragazzetto che il giorno prima è un semplice bracciante e il giorno dopo è sindacalista e va alla pesa per far rispettare la divisione del frumento a 60-40. Prima dei decreti Gullo il mezzadro prendeva 50 ma, siccome il padrone gli metteva in conto gli attrezzi e persino il petrolio del lumino, togli questo togli quello, al contadino non rimaneva niente. La delusione della riforma agraria, quando i latifondisti vendono tutto il vendibile e, con il sorteggio, i contadini che avevano occupato vengono estromessi dalla distribuzione dei lotti.

Si elaborava il lutto.

Non è che gli intervistati fossero persone ingenue, alcuni avevano lasciato il partito da anni, altri avevano cambiato mestiere e non facevano da tempo i rivoluzionari di professione. Luigi Lumia (1928-2002): “Insomma, io ho smesso di fare il funzionario, quannu vitti ca ‘un si canciàva cchiù ‘u munnu” (quando vidi che non si cambiava più il mondo).

Girolamo Li Causi

Tanti sapevano e negli anni della militanza avevano ragionato e magari criticato, fatti esterni (nel 1956, nel 1968) e interni, il centralismo democratico che era solo centralismo, il rito dell’autocritica, l’intromissione del partito nella vita privata. Però corre una arrabbiatura, da un’intervista all’altra, che non è contro l’ineluttabile fluire della storia, il cambiare delle condizioni. È come se il grande crollo, non ancora chiarito in tutte le sue implicazioni, si stesse portando via con il male il bene. Gli intervistati sono Francesco Renda, Luigi Lumia, Franco Grasso, Girolamo Scaturro, Rosolino Cottone, Fabio Rinaudo, Girolamo Li Causi, Paolo Bufalini, Giuseppe Miceli, Maria Domina, Giuseppe Speciale, Mimmo Drago, Gustavo Genovese, Giuseppe Tornatore, Filippo Speciale, Mimì Carapezza, Salvatore Lo Piccolo, Napoleone Colajanni, Lucia Mezzasalma, Emanuele Macaluso.

“Non c’è da piangere e sospirare”

“Hai detto che questa epopea è da ritenersi conclusa – domanda Tornatore a Francesco Renda (1922-2013) nella prima intervista –. Addirittura che il PCI ha fallito e non c’è da piangere e sospirare ma da storicizzare. … Non c’è proprio nulla, adesso che l’avventura è conclusa, da recuperare a livello etico?”

“Io dico – risponde lo storico che era stato organizzatore dei contadini – tutto e nulla. Io credo che al fondo dell’utopia comunista vi sia stato il più grande disegno che l’uomo abbia mai concepito di una trasformazione profonda: il conseguimento della giustizia. Poi si è trasformato in una grande ingiustizia”. E, precocemente, indica il tema ancora aperto, a trenta anni di distanza: “Come garantire a quella parte del popolo italiano che si identificava nel popolo comunista, come salvaguardare nella nuova realtà quella garanzia di diritti, di rivendicazioni, di aspettative, che diversamente non ci sono”.

Maria Domina (1925-1998): “Sulla questione di cambiare nome, io l’avrei cambiato qualche anno prima. Certo, cambiamo nome, ma non abbiamo niente da rimproverarci. Vero è, abbiamo avuto difetti da rimproverarci col popolo italiano. Vero è, forse contavamo poco. Però il fatto che non ci siamo già si vede. Eh!? Già si va indietro parecchio. Quindi, con tutti i nostri difetti, le nostre contraddizioni, il fatto che c’eravamo, noi eravamo il riparo delle conquiste sociali e civili”.

Giuseppe Tornatore

Le interviste di Tornatore sono una miniera sulla storia della Sicilia del dopoguerra fino alle proteste contro il governo Tambroni, che fecero tre morti a Palermo. E sulla storia del mezzogiorno e dell’Italia.

Alla scuola di partito

Lo spirito critico sempre vigile dei siciliani si mescola agli aneddoti, alla fede, al ribellismo. L’incontro-scontro dei giovani che avevano aderito al PCI per “fame di terra e sete di libertà” con l’apparato. Esilarante il racconto di Giuseppe Tornatore (1926-2000) sulla scuola di partito: il direttore Giachetti si presentava all’una meno un quarto (la campana per il pranzo suonava all’una) per raccontare l’eroica figura di una compagna coreana che, quando aveva saputo che gli Stati Uniti avevano invaso la Corea … “lui diceva che gli americani avevano invaso, tutti eravamo convinti, anche se poi storicamente si è scoperto il contrario”. Comunque, si facevano le due, le due e mezza, alla fine, quando finalmente venivano liberati, la minestra era una schifezza. E guai a protestare, in Africa, in America Latina, i compagni … altro che sacrificare la minestra.

L’aneddotica fa comprendere l’atmosfera del tempo, come quando Luigi Lumia racconta le discussioni con Lillo Roxas sui tempi della rivoluzione: “io nel ’45 avevo 17 anni, lui ne aveva 19. … il mio pronostico era di due tre anni. ‘tu – mi attaccò- non hai capito il problema delle masse’. Insomma, alla fine ci accordammo che a un anno, un anno e mezzo la rivoluzione si sarebbe compiuta. Iddu mi spiegò come e qualmente la cosa era in via di attuazione … io in poche parole ‘un avia caputu nienti’, non capivo le masse. Quindi poi si trovò questa via di mezzo. Picchì prima iddu avìa sparatu che entro sei mesi la rivoluzione sarebbe stata cosa fatta”.

La testimonianza di Giuseppe Miceli (1914-2009), fa entrare con incredibile vividezza nei Cantieri navali di Palermo, durante il grande sciopero del 1948, il primo dopo la sconfitta del 18 aprile, citato da Togliatti come importante segno di ripresa del movimento. I Piaggio e l’accordo con la mafia dell’Acquasanta per la gestione della mensa, per il caporalato dentro il cantiere, la lista infinita degli occasionali, il potere delle maestraenze interne, operai specializzati fondamentali per assicurare nei tempi un lavoro ben fatto agli armatori. La vittoria dello sciopero che conveniva anche a Piaggio, poiché assicurò al Cantiere 5 commesse governative.

Combattente contro la mafia

Alcune figure, in particolare quella di Girolamo Li Causi, emergono nella loro complessità: grande trascinatore, oratore popolare e scrittore potente e diretto, combattente – dall’attentato di Villalba in poi – contro la mafia. Ma accentratore nel partito, come si vide nei casi di Totò Di Benedetto e Pancrazio De Pasquale, entrambi incomprensibilmente allontanati dalla Sicilia. E moralista. Il complicato rapporto con Togliatti, che non si fidava e gli affiancava vicesegretari inviati da Roma: Mazzetti, Robotti, Fedeli. E dei quali a sua volta Li Causi non si fidava.

Una vena d’oro nella miniera di dei fatti è rappresentata dai racconti di Giuseppe Speciale (1919-1996), giornalista, poi capogruppo PCI a Bagheria, poi deputato. Accidenti che giornalista! Fatti, nessi, relazioni. Nel racconto figura anche mia madre. Quando fu disperso il gruppo che era cresciuto con Pancrazio De Pasquale: “arrivarono Emanuele Conti, che poi divenne vicesegretario della federazione di Palermo, la moglie, e Maria Costantino che quando arriva qui scocca la scintilla con Paolo Bufalini. Una storia veramente assurda. Li Causi fa la battaglia perché, secondo lui, Paolo Bufalini non può sposarsi, come avrebbe voluto, dato che lei aveva già dei figli. … Ci furono riunioni. Mi ricordo che io facevo parte del direttivo della federazione e la questione fu posta lì. Io, in quella circostanza, dissi che questo non era un problema politico. Che facevamo male a occuparci di queste cose. Il segretario di federazione e vicesegretario regionale, Bufalini, non era presente. Forse, appunto, sapendo, lui non partecipò”.

Giuseppe Tornatore, All’èpica. C’era una volta la politica, Roma, Albatros, 2022, pp. 528, euro 14,90.