Trent’anni senza Gianni Brera, e noi ancora a straparlare di calcio

Occhi intasati da partite a raffica, tivù golose disposte a ben foraggiare, lauti giri di pedatori spendibili in prima pagina, gossippini a pioggia. È appena finita la fiera qatariota e già l’Infantino promette futuri Mondiali sempre più extra large, per squadre nazionali e di club, si chiacchiera a tutto spiano di campeones consacrati o in disarmo, di Leo “Messia” e Cristiano Ronaldo arabo. C’è una crescente bulimia emozionale e mediatica di pallone, del gioco più piacione del mondo che dà ritorni economici pregiati. Sono così tante le portate da indurci a consumare, vedere, leggere calcio purchessia, senza curiosità critica. E sempre più, allora, ci mancano e mancheranno Mario Sconcerti, Gianni Mura e il decano indiscusso del giornalismo sportivo nostrano, Gianni Brera, scomparso nel dicembre di trent’anni fa. Ogni santa volta che scriviamo e parliamo di balùn, paghiamo un debito alla grande tradizione del giornalismo sportivo postbellico, finalmente sciolto dall’autarchia lessicale e ibridato con quanto offrono lo spagnolo, il portoghese, l’inglese che del calcio è lingua madre. Ma la fucina dove tutto si mescola e rinasce, si conserva e si rivoluziona, ravvivato dalla linfa del dialetto letterariamente giostrato per regalare surplus di senso, ha un nome in gloria, Gianni Brera. E poche balle. Giaonbrerafucarlo ci manca, ma è qui, adesso. Forcing, centrocampista, goleador, pretattica, melina, libero, disimpegnare, incornare, palla-gol (volendo approfondire: “Il calciolinguaggio di Gianni Brera” di Andrea Maietti). Tutta farina sua, del genio senza confini che soprannominava – da Abatino (Rivera) a Abatone (Antognoni), da Accaccone (Helenio Herrera) a Accacchino (Heriberto Herrera) – e, soprattutto, nominava, quasi che un gesto, una situazione di gioco, un ruolo, grazie al battesimo breriano uscissero con contorni più distinti, più veri e recepibili in una lettura del gioco che abbandonava l’impressionismo e si faceva critica, storia, metodo d’analisi. Creandosi un nuovo epos, nuovi sentieri narrativi, inaugurando un approccio globale al fatto sportivo, forte di una generosità umana e intellettuale mai vista prima.

Gianni Brera
Gianni Brera (Milano , 24-6-1987, Fotogramma)

A scuola si va non solo per apprendere, ma per imparare a imparare, a reperire coordinate e conoscere mappe, a rafforzare la ricerca di personali sentieri. Brera non ha fatto scuola, troppo personale il suo estro. Ha acceso dei fari e deliziato, scosso qualche parrucca, elettrizzato pensieri sul calcio, ‘mistero senza fine bello’. Affiorano dubbi, siano locuzioni alte o semplici snodi nel racconto di una partita vien da chiedersi: ma eretismo podistico, per dire di quella sorta di arrazzamento vigente nel calcio moderno che obbliga al pressing perdifiato, alla copertura dei famosi spazi, ai raddoppi l’avrà mica inventato Brera? Sì. È invenzione che dona senso e, allo stesso tempo, danza dei significanti che diletta. E smanacciare? Sì, ancora lui. Il portiere in genere smanaccia quando, ricevendo tiro angolato alto alla sua destra, non riesce a opporsi con la mano dritta e così chiama in soccorso estemporaneo la mancina. Che, sollevata, lavora a palmo aperto e, toccando a piene falangi più inizio del metacarpo, devia la palla nella maggior parte dei casi sopra o sulla traversa. La mano sinistra è detta, in questo caso, mano di richiamo o seconda mano, appendice convenzionale per i normodotati che qui si muta in prezioso arto di scorta, insomma, un’extrema ratio, una provvida negazione di fisica e tecnica: quando la bola vola alticchia proprio mentre il corpo dell’estremo difensore, esaurita la spinta e la tensione del tuffo, inizia a scendere, la mano “giusta” ormai serve solo per attutire la caduta; l’altra, a braccio fulmineamente levato, può giocarsi una chance, dando lustro al portiere. Non è tuffo plastico, non sta nel mansionario.

Tra gli dei di Eupalla

Parole, parole, vien voglia di giocarci un po’, non si vive e si legge di  sole plusvalenze e bilanci farlocchi, di football a sensazione, prendiamoci una pausa in attesa del Campionato e del Var, questo delirio panottico che fa il paio coi primissimi piani insistiti degli dei di Eupalla (Brera, sempre lui). E dunque, l’atleta fra i pali tocca, sfiora (è facile con quei guanti oversize), per l’appunto agguanta (ormai raramente ghermisce). Si potrebbe trattare di riflesso istintivo e scatto di reni in una frazione di secondo dell’estremo difensore, mentre in caso d’insuccesso, il braccio risulterà vanamente proteso. Non meno inderogabili, e sulla breccia da almeno cinquant’anni in virtù della loro pregnanza e della forza d’abitudine, sono numerose altre espressioni di stretto ambito calcistico, non poche abusate per pigrizia o amore del quieto scrivere, proprio il nadir rispetto allo zenit di Brera. E dei benedetti che lavorando con le parole avendo buoni motivi per farlo, vanno un passo oltre o di lato e ci invitano a svagarci con gusto sommo nel loro mondo unico rinato in pagina. Esempietto, rimanendo nel nostro orto: “Al pallone si appioppano le prime (che vuol dire semplicemente pedate vigorose, sia di prima che di rissalto, o da fermo, o di rugolone) e le prime si appioppano spesso di punta: ma bisogna imparare a dargli di falso, e chi ha la Ténica gli dà principalmente di falso, e qualche volta di ranca: strana gente, bravi però”. Così Luigi Meneghello nel felicissimo consigliatissimo “Libera nos a Malo” del 1963. Malo nel Vicentino, la sua culla, come San Zenone Po per Brera. E quanta parentela nei due sommi, tra uso e riuso del dialetto che è madre e padre.

Tra le creazioni lessicali oneste perché strumenti utili alla cronaca, spicca per succosa sintesi, accanto all’ala tornante ora in pensione, il problema di girarsi, di probabile ascendenza televisiva (Bruno Pizzul?). I casi più frequenti in cui emerge il problema di girarsi riguardano la ricezione del passaggio spalle alla porta nelle zone mediane del rettangolo di gioco. Lì al problema di girarsi dell’attaccante corrisponde, da parte dell’opponente, il dovere di “non farlo girare”. Il giocatore è marcato, tallonato o francobollato con ancora più verve quando è ben insediato nell’area avversaria. In un recente passato si è visto sovente Alberto Gilardino, assoluto specialista della mossa, abbassare il baricentro allargando le gambe e appoggiarsi al marcatore, sia per capirne meglio la posizione che per sbilanciarlo. Il fine della manovra? Girarsi quanto basta per liberarsi al tiro. Ma come detto, il più classico problema di girarsi si verifica quando, senza sodali in appoggio, si riceve la sfera spalle alla porta nei pressi o poco oltre la metà campo e si deve far respirare o far salire la squadra. Il calciatore in questi casi, apprezzata una scomoda solitudine, non affronta nemmeno il problema di girarsi che pure lo opprime e alleggerisce con un retropassaggio, sempre che – menato abbastanza il torrone con la palla tra i piedi mentre l’avversario lo pressa con modalità imbarazzanti – un collega non abbia finalmente deciso di seguire l’azione e non si proponga in modo da ricevere palla a latere. Nelle azioni  verticali d’attacco, invece, l’esterno aggredisce lo spazio e detta il passaggio in profondità.

Un passaggio velenoso

Gianni Brera, al centro, con Sergio Zavoli (a destra) e Ivo Albertelli.
Gianni Brera, al centro, con Sergio Zavoli (a destra) e Ivo Albertelli (foto ACI/Fotogramma 09-06-1980)

Potremo vedere in seguito lo stesso giocatore del reparto avanzato quando, adocchiato un traversone, si coordina per tentare la volée da terra o acrobatica e che gli dei lo assistano, la lisciata obbrobriosa – a campo aperto o nello stretto – è sempre in agguato, piuttosto che niente meglio una svirgolata. Infortunato al capo in uno scontro aereo, nonostante la vistosa fasciatura (la fasciatura al capo è vistosa o non è) rimarrà stoicamente sul terreno di gioco, quindi porterà addirittura in vantaggio la sua squadra con uno stacco perentorio di testa. Svettando sul marcatore, questo è sicuro. E, galvanizzato, dopo aver fatto intelligentemente da torre in un paio di occasioni, coronerà nel serrate finale una prestazione maiuscola sfoggiando un lancio millimetrico o un lancio col contagiri che metterà solo davanti alla porta avversaria un compagno. Una sciabolata? No perbacco, si parla di sciabolata solo per lunghi lanci trasversali, a sfera volante. Restando terra terra, ecco invece il passaggio filtrante, che risulta velenoso quando l’attaccante o chi per lui, giunto a fondo campo e vicino all’area piccola, tocca in mezzo magari di punta cercando di indovinare, tra gambe che vanno e vengono, il piede amico per la battuta a rete.

Se permangono margini di dubbio sulla nascita del “problema di girarsi”, tutto sembra risolto per il tiro telefonato. La più che fortunata definizione per conclusioni a rete pigre, innocue, è nata con riferimento allo shoot non certo irresistibile dell’inglese William Jordan, capitato per caso alla Juventus nel ‘48 e afflitto da nostalgia divorante per le brume di Londra, nonostante la discreta fornitura di nebbie torinesi. Passava assai tempo al telefono con la fidanzata e un cronista arguto lo bollò. Per specificare all’opposto una conclusione a rete di devastante potenza, ha resistito fino all’alba dei Sessanta il tiro al fulmicotone. Sempreverdi risultano per contro il tiro sotto misura, ovvero effettuato nei pressi dell’area piccola, e quello che scheggia la traversa, mentre capita a molti attaccanti di svariare sul fronte offensivo, lasciando così punti di riferimento più labili ai difensori condannati alla zona.  Uno di loro si è opposto immolandosi a un tiro violento, speriamo non sia stato colpito là dove fa più male. Il resto sono tecnicalità, mai  condannabili di per sé in quanto adeguatamente esplicative, utili, codificate. Dall’esterno fluidificante (che non è una proprietà della pomata Vicks VapoRub) alle inflazionate ripartenze, al conturbante campo per destinazione, dove non arrivano per fortuna vagoni piombati ma vengono ospitate le panchine (è il terreno di rispetto che corre lungo tutto il perimetro del campo di gioco).

Scarpette e scarpini

Chi danza usa le scarpette, chi calcia gli scarpini. Perché? Il mistero è insondabile ed è pure vano chiedersi come mai il novantanove per cento dei figli adolescenti di ritorno dall’allenamento custodisca gelosamente nel borsone insieme agli scarpini un bel mezzo chilo di terra incrostata attorno ai tacchetti (i bulloni d’antan). L’operazione di ripulitura che richiederebbe a fine match un paio di minuti alla fontanella davanti allo spogliatoio, comporta a casa, una volta solidificatosi il magma, scalpellature e raschiature per tre quarti d’ora. Se ne occupa in genere il padre, sotto sotto contento di partecipare almeno in quel modo laterale alle imprese del figlio che, ormai ragazzo, giustamente mal tollera la presenza del genitore durante sgambate e partitelle infrasettimanali: già deve sopportare il genitore proiettivo (sul figlio) nelle partite di campionato, quando strepita, ha le vene del collo grosse, delira ad minchiam. L’avete notato? È quello vicino alla panchina, berciante e a costante rischio trombosi o rissa che controlla il minutaggio riservato al figlio, augura malattie vergognose o disastri aerei al terzino che gli ha buttato giù il pargolo con una gomitata, fa il gesto dell’ombrello a una giovane signora incinta che ha la grave colpa di essere la moglie dell’arbitro (un venticinquenne che è lì per passione, si è fatto trenta chilometri da casa al campo e non prende una lira), minaccia di immediata espulsione dall’Italia il ragazzo marocchino autore di una doppietta. A conferma della massima che, fosse stato malignamente sboccato, Leopardi avrebbe fatto sicuramente sua: “L’uomo della strada è una bella merda”.

Riposti gli scarpini dopo opportuna ingrassatura, apriamo un ultimo stipetto dove si conservano alcuni particolari vocaboli dedicati. Sono le parole-fossili credute estinte da chi disdegna il football e invece abbastanza vegete (benché non frequentissime) nella koiné pelotera. Parole-celacanto, parole-dodo, in bilico sul nulla e preservate inconsciamente dai parlanti e cronicanti calcio. Non molto tempo fa è stato segnalato un Roma corsara a Siena (per radio), a sottolineare la predace impresa lontano dalle mura amiche. E non molla il colpo senza fronzoli (variante: senza tanti fronzoli), a indicare un atteggiamento di gioco essenziale o un rinvio tanto rude quanto efficace. Della stessa famiglia è senza tanti piagnistei, per dire di un giocatore che, dopo un colpo alla testa, si sente frastornato ma rimane in campo oppure non la fa tanto lunga quando si prende un pestone: abitualmente batte il piede due o tre volte sul terreno e guarisce all’istante. Il fronzolo e il piagnisteo si richiudono nello stipetto al novantesimo come il conte Dracula nella cripta alle prime luci dell’alba. E riposano in compagnia di difesa arcigna (*), scodellare, arzigogolato, sciorinare (la prestazione maiuscola di cui sopra, obviously), compagine e cincischiare, quest’ultimo cugino lontano dell’obsoleto fare il Venezia, ovvero trattenere la palla oltre modo e decenza, fino a farsela fottere, baroccheggiare senza costrutto. Un’espressione di incerte origini.

Com’è nata? Sospendiamo la pur bollente questione e diamo l’addio a un altro caro estinto, il rinvio alla viva il parroco. Espressione svanita dalle cronache nazionali contemporanee (non del tutto da quelle iperlocali dedicate alla serie minori che invitiamo a frequentare per riassaporare artrosi lessicali d’antan) e però colpo privo di stile frequente nei minuti di recupero, quando la squadra sotto assedio non vede l’ora che l’arbitro faccia sentire il triplice fischio e l’allenatore in ambasce se ne strafotte della costruzione dal basso e va bene tutto, anche il rilancio a campanile. Nostalgia, spudorata, sì. Nell’“Audace colpo dei soliti ignoti”, regia di Nanni Loy, anno 1959, il gruppo di malviventi da strapazzo visto all’opera nel precedente “I soliti ignoti”, capolavoro di Mario Monicelli, tentano di rapinare a Milano l’incasso del Totocalcio, mescolandosi ai tifosi della Roma in trasferta. Un colpo che fa sensazione. Rientrato nella capitale Peppe er Pantera (Vittorio Gassman) viene convocato in commissariato insieme ad altri sospettati, per crearsi un alibi ha imparato a memoria alcune fasi salienti del match dei quiriti contro il Milan e alla classica domanda della polizia sulla sua presenza allo stadio parte a macchinetta: “Al 41’ Altafini, detto Mazzola, ricevuta la sfera di cuoio dallo scattante Danova, aggirava l’accorrente Bernardin e lasciava partire di sinistro una secca staffilata che s’insaccava alla convergenza dei pali. Niente da fare per il pur vigile Panetti”. “Arbitro?”, gli chiedono. E lui: “Arbitro, imparziale ma irascibile, il signor Baralla di Livorno. 75.000 spettatori circa nonostante un leggero annuvolamento nel primo tempo, senza però che Giove Pluvio ponesse in atto la sua passeggera minaccia”. Uno strepitoso reperto di “calcese” d’epoca per la penna di Age & Scarpelli.

Scelga ciascuno quali parole del football salvare e quali buttare dalla torre del decente scrivere, quando già non ha provveduto la Storia a scremare e mutare. Beppe Furino, in una intervista all’Espresso di fine anni Ottanta, arrivò a rimpiangere il gioco maschio. Così: “Io è da tempo che non vedo più partite vere, maschie sanguigne, virili. Sembra che ci siamo dimenticati che il calcio è un gioco maschio. Non vedo nemmeno più un fallo vero, come una volta”. Sì, buona notte. È calata dolcemente qui in città, il clima è mite e (grazie Ciotti) “la ventilazione inapprezzabile”.  Tanto,  la fine, è nota, ha vinto il luogocomunismo: hanno deciso gli episodi, al di là del risultato mi è piaciuto l’atteggiamento della squadra e l’importante non è tanto il mio gol, ma aver portato comunque a casa i tre punti, come ci aveva chiesto il mister, perché a calcio si gioca in undici. Celebrare il trionfo? Non scherziamo, con la testa siamo già alla trasferta di domenica. Trattasi di campo ostico, comunque non partiamo battuti. E suderemo la maglia fino al novantesimo, che è slogatura grammaticale d’area, naturalmente, sudista.

(*) E qui nel Circolo Suiveurs Attempati, viene in mente la coppia centrale Cattaneo-Di Somma dell’Avellino a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, due arcigni per antonomasia. Subito seguita da Blason e Scagnellato, due dei catenacci che, con Rocco in panca, blindarono la difesa del Padova, contribuendo in modo decisivo (con il calcio ornato ed efficace dell’ala destra svedese Kurt Hamrin dai polpacci ignudi) all’inusitato terzo posto nel torneo di massima serie 57-58. Una stagione irripetuta, è il destino delle provinciali. E tanto sono lontane quelle imprese al vecchio Appiani che oggi i supporter più giovani, nei blogghini per amatori, ostentano orgogliosa rassegnazione: “Essere tifosi del Padova xe come avér un fradeo mona, te ghe voi ancora più ben”.