Trent’anni fa la fine dell’Urss Il tramonto del Pcus e di un’epoca

La Lada azzurra della “Militsiya (la polizia) procedeva lenta sulla Piazza del Maneggio. La raggiunsi quando aveva già superato il “Detskiy Mir”, il grande emporio dei giocattoli, e si stava lasciando alla sua sinistra il grigio e imponente edificio della Lubianka, il quartiere generale del KGB. La statua del fondatore della Ceka (l’antico servizio di sicurezza), Feliks Ėdmundovič Dzeržinskiy, era già stata abbattuta tre giorni prima, a furor di popolo: avvinta da lunghe corde, la figura in marmo era rovinata al suolo e la testa era rotolata come se fosse stata ghigliottinata. Il “golpe” da mesi annunciato, era arrivato il 19 agosto 1991. Trenta anni fa come oggi. All’alba. Le truppe speciali giunte sotto il Cremlino, Mikhail Gorbaciov rinchiuso con i suoi familiari, isolato nella dacia di Foros sul Mar Nero, uno dei capi del ”perevorot”, Ghennady Janaev, ubriaco davanti ai corrispondenti di ogni mondo nella sala stampa del ministero degli esteri, il furbo Boris Eltsin sopra un carro armato ad incitare alla resistenza.

Il putsch era durato 72 ore. Tre giorni di confronto, tra folla e militari, attorno ai palazzi del potere, tre giovani morti. E poi, dal 21 agosto, era iniziata la veloce strada della dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) e la scomparsa del PCUS. Si stava andando verso il “più grande disastro geopolitico del XX secolo”, come dirà alcuni anni dopo Vladimir Putin, al tempo funzionario del Kgb. Gli ultimi, spettacolari e drammatici, mesi della scommessa politica di Mikhail Sergheevich Gorbaciov da Stavropol, l’uomo che con le sue dirompenti parole – perestroyka e glasnost’ (ristrutturazione e trasparenza) – aveva provato a salvare l’unità della vastissima entità socialista, a riformare lo Stato e, anche, quel partito che ne stava alla guida dal 1917. Un’operazione anche disperata. Che, alla fine, dovette archiviare le parole (non la musica poderosa) dell’inno che esaltava l’Unione “indissolubile di libere repubbliche, cementata per i secoli dalla grande Russia”.

Quel giorno, proprio in direzione del quartier generale del partito comunista, la vettura della polizia di Mosca, con a bordo un deputato cittadino, si stava dirigendo. L’orologio segnava le due del pomeriggio di sabato 24 agosto 1991. A Mosca faceva molto caldo, il sole era a picco dopo giorni di pioggia. Dall’altoparlante, fissato sul tettuccio della vettura, usciva una voce perentoria: “Unitevi a noi, andiamo a chiudere il Pcus dove ci stanno ancora i banditi, i traditori”! Mi avvicinai, sempre alla guida della mia “Zhigulì”. Rallentai e mi misi al passo. Dove mi sta portando? Ci volle poco per capirlo. Roba da stropicciarsi gli occhi. Laggiù, a 500 metri c’era la “Staraya Ploshchad’”, la Piazza Vecchia. Una metonimia che stava a indicare, da sempre, la sede del “Tsentral’njy Komitet”, il Comitato Centrale del Pcus, il potente partito comunista dell’Urss.

C’era una grande folla dietro una lunga serie di transenne, tenuta a bada da molti agenti. Il palazzo era sostanzialmente circondato. Mi accorsi, per caso, di Leonid, un mio amico della sezione esteri del Pcus che stava a guardare la scena. Eravamo, lui ed io, per ragioni diverse, nel pieno della storia più incredibile e inattesa che ci potesse essere data da vivere. Leonid fissava un portone semichiuso del palazzo dove lui aveva il suo ufficio di responsabile dei rapporti con i partiti comunisti dei Paesi europei. A volte era anche l’interprete di Mikhail Gorbaciov per via del suo italiano perfetto. Alcune centinaia di persone, che si erano radunate proprio lì sotto, scagliavano pesanti ingiurie a chi, in fretta e con gli occhi bassi, sgattaiolava, attraverso il portone, con in mano una sporta di stoffa colma di scartoffie miste a generi alimentari. Erano i funzionari e gli impiegati del “ZK” che abbandonavano il palazzo. Uscivano per l’ultima volta. Straniti. Confusi. Mortificati. Alcuni piangenti.

Come la scena di un film. Quelle donne e quegli uomini, i funzionari del Pcus, sino a pochi giorni prima erano considerati dei privilegiati. I funzionari dell’apparato. La “Piazza Vecchia” era uno dei luoghi più proibiti di Mosca e dell’Unione Sovietica. Il cuore politico del potere. La sede principale del partito e del suo “ghensek”, il segretario generale. Solo le Zil nere dei dirigenti e del governo vi potevano avere accesso: si alzava una sbarra e le auto scivolavano sino alla porta principale, quella riservata al segretario, al Politburo e agli altri massimi esponenti del Pcus. Il traffico di Mosca, invece, scorreva veloce per la grande via, sino al lungofiume. Sostare, nei pressi, una volta sarebbe stato impossibile. E, dunque, quel giorno, le immagini in diretta sullo sgombero del palazzo più inviolato del potere, sembravano appartenere ad una sceneggiatura cinematografica. Dentro un set perfetto, circondato da un’aria di sacralità, di timoroso rispetto. Ma non era finzione.

Durò qualche ora quell’evacuazione impensabile. Leonid osservava, con l’occhio lucido, l’uscita dei suoi compagni. Guardava e taceva. Lo fissai per alcuni minuti. Ebbi la consapevolezza di assistere ad un passaggio importante della storia attraverso la vita e i sentimenti di una persona. Un misto di commozione e di stupefatta incredulità. Mi venne in mente la domanda più cretina: adesso cosa farà Leonid? Poi mi avvicinai a lui, gli toccai la spalla. Mi guardò smarrito. “Zdravstvujtye”! (Salve), mi disse, come se mi avesse appena conosciuto. Non aggiunse altro. Restammo ancora un poco a guardare. Poi lo scossi, lo presi per un braccio e gli dissi: “Dai, vieni da me, ti offro un caffè, in ufficio”. E corremmo in Ulitza Pravda, dove l’Unità da decenni aveva la sede e l’abitazione del corrispondente (ne cito solo uno, Giuseppe Boffa, autore di una fondamentale “Storia dell’Urss”).

Quella notte, dopo una giornata di colpi di scena, di eventi inattesi, di lavoro frenetico insieme agli altri bravissimi amici e compagni venuti da Roma – Jolanda Bufalini e Marcello Villari – non tornai subito a casa. Ripresi a girare per la città. La percezione era di trovarsi come in una realtà sospesa. Mosca era comunque viva come sempre, sulla Gorki l’animazione consueta, specie dalle parti dell’Intourist e del palazzo del Telegrafo Centrale, mitico luogo di incontri e di ardui collegamenti telefonici degli stranieri con i Paesi d’origine. I corrispondenti, nei primi anni del dopoguerra, portavano lì i “pezzi” da trasmettere per telescrivente ai loro giornali. In auto con me avevo Luigi Colajanni, partito da Bruxelles dove era il presidente del Gruppo parlamentare della Gue, la sinistra unitaria europea. Riuscì a passare la frontiera senza visto, esibendo soltanto il suo tesserino di deputato europeo: la polizia dell’aeroporto in quei convulsi giorni, non aveva disposizioni ed aveva allentato i controlli, un fatto del tutto incredibile.

La sede del Cc del Pcus

Con la vettura abbiamo circumnavigato la Piazza del Maneggio, dietro al Cremlino, per dirigerci dal lato opposto, là dove si trovava quell’edificio del Comitato Centrale del Pcus che, di giorno, era stato assediato dalla folla. Ci siamo avvicinati con prudenza, rarissime le vetture in circolazione. Nessuna pattuglia di polizia. Non anima viva vicino al palazzo della Piazza Vecchia. Ciò ci permise di arrivare, nientemeno, sin sotto il portone del Comitato Centrale, quello riservato all’ingresso del segretario generale. Gorbaciov, incalzato da Boris Eltsin, il mattino aveva dovuto prendere atto, e firmare, il documento di scioglimento del partito per la manifesta incapacità dimostrata nel non contrastare il colpo di Stato da parte dei dirigenti del Comitato centrale in sua assenza. Eltsin non perse tempo e, a ruota, firmò l’atto di trasferimento di tutti i beni del Pcus alla Federazione russa.

Lasciai il motore acceso e scendemmo dall’auto. C’era qualcosa di strano. Uno sguardo al portone chiuso a doppia mandata: Notammo un foglio affisso su una delle ante. Lo reggeva a stento solo una puntina da disegno. Mi avvicinai e non credetti ai miei occhi quando lessi: “Comune di Mosca, questo edificio è stato sequestrato”. Il Pcus liquidato con uno sgualcito foglietto di carta. Pensai, in quel momento, alle spoglie di Lenin nel Mausoleo. Che stavano (e stanno tuttora) a poche centinaia di metri. Una grandissima storia del Novecento, anche tragica, si concludeva in una maniera sorprendente, per nulla prevedibile. Con un timbro ed uno scarabocchio sull’uscio di un palazzo.

1-segue ( qui il link al secondo articolo )