Quello che resta trent’anni dopo la strage di Capaci

Trent’anni pesano, sono tanti, e vorrei resistere alla tentazione e al senso di colpa di parlarne in chiave di “memoir”. Da testimone della diaspora dei tanti che in quegli anni andammo via da Palermo. Serbando negli occhi la memoria del sangue, del fuoco e dei “misteri” delle stragi, da noi percepite tragicamente come il punto di non ritorno.
In particolare, non ho finora partecipato a nessuna delle manifestazioni che a Palermo con alti e bassi di solennità e sciatteria hanno segnato questi anniversari, e così farò anche quest’anno.

La strage di Capaci

Spero solo che anche il trentennale della strage di Capaci non si risolva in una messa cantata. Anche se traggo i peggiori auspici dalla lettura delle cronache locali. Che sembrano fatte apposta per farci condividere il “cattivo pensiero” confessato qualche giorno fa dall’ex pm Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Falcone, Francesca, morta al suo fianco: “sono morti inutilmente”? La Sicilia – ha detto il magistrato – “a trent’anni dalle stragi è in mano a condannati per mafia”, citando senza nominarli i due personaggi politici eccellenti, l’ex presidente della Regione Cuffaro e l’ex-vicerè berlusconiano Dell’Utri, che dopo aver scontato pesanti condanne per mafia hanno scelto il candidato del centrodestra al Comune, ex rettore dell’Università Lagalla, e benedetto il candidato alla Presidenza della regione, il riconfermando Musumeci.

Tutto come prima? Prima di Falcone e Borsellino? Prima del pool antimafia creato da Chinnici e sviluppato da Caponnetto? Giudizi riecheggiati dalla sorella di Falcone, Maria.

Il giurista Giovanni Fiandaca, per tanti anni vicino al pool e poi approdato a forti polemiche contro “l’antimafia delle parole”, ha obiettato – in difesa dei selezionatori dei candidati e dello stesso candidato al Comune suo collega di Università – con argomenti di diritto penale e costituzionale: “Una condanna penale, anche per un reato di mafia, non comporta affatto un giudizio di perpetua indegnità morale o di perpetua inaffidabilità sociale o politica della persona condannata”.

Berlusconi e Dell’Utri

Ma non sempre ciò che è lecito, ciò che non è vietato, è giusto in termini di etica politica e di etica pubblica. E in questo caso si può ritenere accettabile a trent’anni dalle stragi il ritorno in scena dal retropalco carcerario di questi due burattinai elettorali? E il giudizio politico negativo nei confronti di chi non si sottrae o addirittura cerca quell’abbraccio per ottenere o far consacrare la propria candidatura non dovrebbe essere unanime?

Ho affrontato più volte con Falcone e in un’occasione più recente anche con Paolo Borsellino il tema della politica e dei suoi rapporti con la mafia.
Trent’anni dopo il loro sacrificio vorrei ricordarli con le loro parole.

Sull’esistenza del “terzo livello”

Falcone, Borsellino e Caponnetto

FALCONE. Chi mi critica per aver definito rozza e sbagliata la convinzione che su un piano più elevato della mafia il potere politico e finanziario possa pilotare trame e delitti – sosteneva Falcone – non si accorge come sia tanto più grave il giudizio politico su chi consideri un soggetto alla pari l’interlocutore di Cosa nostra, mettendo istituzioni e partiti in rapporti organici e paritari con la mafia. Quando dico che la mafia fa politica e non è eterodiretta dai politici, non si capisce o non si vuol capire che il comportamento del sistema e dei singoli politici è un tradimento etico e civile del proprio ruolo? Al Csm che mi interrogava sui miei presunti silenzi sui vertici politici che comanderebbero i mafiosi l’ho detto: il terzo livello, inteso come direzione strategica, che è formata da politici, massoni, capitani d’industria, eccetera, e che sia quello che orienta Cosa Nostra, vive solo nella fantasia degli scrittori: non esiste nella pratica. Magari ci fosse un terzo livello. Basterebbe una sorta di Spectre, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo.

Sulle delusioni per gli attacchi da parte dei politici e degli intellettuali

BORSELLINO. Proprio a lui, a Falcone, proprio a noi, fu rivolta l’accusa infame di tenere nel cassetto le prove contro i potenti. Quando Giovanni rispose trattenendo a stento l’ira dal palco di Maurizio Costanzo, facendo appello al senso delle istituzioni e al rispetto della verità di chi gli imputava presunte acquiescenze, fu un momento assai drammatico, era come se ricevessimo uno schiaffo in pieno viso. Giovanni uscì turbatissimo e deluso anche dall’interrogatorio cui sottopose Leonardo Sciascia, un intellettuale che considerava come un suo punto di riferimento (che doveva chiarire i suoi rapporti con un amico d’infanzia che risultava essere stato l’accompagnatore in Europa di Michele Sindona durante il falso sequestro, ndr). Ma almeno con Sciascia, che pure mi attaccò personalmente come carrierista dell’Antimafia nel suo famoso articolo pubblicato dal Corriere avemmo un chiarimento, io in particolare in un faccia a faccia in privato improntato alla gentilezza e alla reciproca disponibilità a confrontarci, coronato con una stretta di mano davanti ai fotografi a Marsala a margine di un convegno.

Sui cerchi concentrici di mafia società e politica

(ai tempi della prima inchiesta di Falcone sui gruppi Spatola, Inzerillo, Gambino, 1979)

FALCONE. C’è un nucleo di alcune centinaia di persone, che hanno rapporti criminali tra loro, mafia e droga, soldi in cambio di eroina, (rivelati dallo scambio di assegni milionari trovati nelle tasche del boss Giuseppe Di Cristina, ucciso sul finire nel 1978 a Palermo dopo aver collaborato con i carabinieri contro i corleonesi, dieci anni prima di Buscetta ndr): al centro i trafficanti, che raffinano eroina in Sicilia, l’esportano per il mercato Usa attraverso i loro cugini di Cosa nostra Oltreoceano. E poi attorno per cerchi concentrici, ecco chi ha rapporti di affari, chi costruisce imprese nell’edilizia, nel commercio, nei trasporti.

Agli atti dell’inchiesta c’è una nota del presidente di una commissione di inchiesta senatoriale. Stila l’elenco delle famiglie americane che hanno gli stessi cognomi di quelle di Palermo, figli e nipoti sono imprenditori, hanno rapporti con l’amministrazione pubblica. Giri d’affari miliardari che nascono da quel traffico e crescono nella società e nelle istituzioni. Il presidente della commissione ha annotato a mano: industria, edilizia commercio sanità trasporti… What remains? Only the government . (Che rimane? Solo il governo). Ecco la firma: Joseph R. Biden, un democratico moderato…

Sulle bagatelle e la privacy

FALCONE. Trascrissi nell’ordinanza di rinvio a giudizio l’intercettazione di telefonate fatte da casa degli esattori Salvo da alcuni loro familiari dalle quali traspariva l’ansia drammatica in cui la guerra di mafia aveva gettato persone considerate insospettabili. Una signora si lamentava delle troppe “cose tinte” che stavano capitando a boss mafiosi uccisi per strada o rapiti senza ritorno per “lupara bianca”. I potenti finanzieri lasciavano la città fingendosi in una “troppo strana” crociera fuori stagione. E convocavano a Palermo un mafioso che stava in Sud America per mettere pace, di nome “Roberto” (ma era Masino Buscetta, ndr)…

Bastò questo per scatenare il procuratore generale Pizzillo contro il nostro consigliere istruttore Rocco Chinnici. Gli intimò di togliermi il caso, di farmi occupare da allora in poi di furti e bagatelle perché con la mie continue violazioni della vita privata di imprenditori importanti come i Salvo mettevo in pericolo l’economia… Rocco me lo riferì subito, incitandomi ad andare avanti senza indugi. E ritrovai quell’episodio nel diario che si trovò tra le carte di Chinnici dopo il suo assassinio con l’autobomba in via Pipitone Federico.