Trent’anni da Mani Pulite: perché il malaffare prospera ancora?

A trent’anni dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite – giunta alla ribalta della cronaca il 17 febbraio 1992 con l’arresto a Milano del presidente del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario Chiesa – una delle domande che restano senza risposta è questa: perché – nonostante sembrasse giunta la resa dei conti con i tangentisti – il malaffare di quel tipo non solo non è diminuito, ma è addirittura aumentato? Lo dimostrano le continue notizie dedicate a tangenti e mazzette: dai vari post-terremoto all’approvvigionamento di mezzi anti-pandemia, per esempio.

Mario Chiesa

Per rispondere al quesito, ci potremmo addentrare in analisi socio-economiche, che in questi decenni non sono mancate; oppure in disamine sul ruolo svolto da certa politica nel favorire il fenomeno o, addirittura, nel rappresentare in parlamento lobby che campano a suon di mazzette. Di certo, però, la via giudiziaria (e quella giustizialista, che sono cose diverse) non hanno eliminato né ridotto il fenomeno corruttivo in Italia; questo infatti, dal 1992 in poi, si è riorganizzato e irrobustito adottando anche nuovi sistemi (basti pensare che siamo nell’era poco limpida delle criptovalute), oltre a quelli stravecchi, come la solita bustarella o la vecchia valigetta 24 ore, piene di banconote.

La deterrenza delle pene

Allo scopo di schivare discorsi molto lunghi e macchinosi, la domanda sulla persistenza e resilienza della corruzione italiana può avere due risposte “facili” e parallele. Da un lato – a proposito della funzione dissuasiva delle pene cui possono andare incontro corrotti e corruttori – vale quello che nel 1957 Albert Camus scriveva nelle sue Riflessioni sulla pena di morte (lui era contrario, mentre in Europa, a cominciare dalla Francia, i boia erano ancora molto attivi). Camus, tra l’altro, sosteneva: niente dimostra che la pena capitale svolga una funzione deterrente; nessuno può dimostrare che un solo criminale sia stato frenato dal timore di finire sul patibolo: “Tutte le statistiche senza eccezione, quelle riguardanti i paesi abolizionisti oppure gli altri, dimostrano che non esiste rapporto tra l’abolizione della pena di morte e la criminalità”. È invece evidente che la “potenza dell’intimidazione agisce unicamente sui timidi non destinati al delitto e cede di fronte agli irriducibili sui quali vorrebbe precisamente agire”.

Nel caso delle tangenti, ovviamente non si tratta di rischiare un match col boia (per altro, oggi in Europa l’unico Paese in cui esiste ancora la pena di morte è la Bielorussia; in Russia c’è ma dal 1996 non viene più eseguita). Tuttavia  i fan delle tangenti non sono scoraggiati neppure dal rischio di finire in galera per parecchi anni. Capita semplicemente perché chi commette un reato pensa sempre di farla franca. Tanto più sul fronte della corruzione, fenomeno che arriva solo in misura minima all’attenzione della magistratura, a causa dell’omertà imperante e del timore nel denunciare.

il pool di Mani Pulite

La classifica della corruzione

Quest’ultima considerazione introduce la seconda risposta al quesito iniziale. Passando da Camus al nostro Massimo Troisi, si può citare una sua battuta nel film Le vie del Signore sono finite: per giustificare il proprio insuccesso come lettore di libri, dice, riferendosi agli scrittori, che la “lotta” è impari: “Io sono uno a leggere, loro sono un milione a scrivere!”. I magistrati, per quanto ce ne siano di stakanovisti, in proporzione si trovano nelle stesse condizioni di Troisi: sono pochissimi, mentre loro (corrotti e corruttori, grandi e piccoli) sono migliaia e per lo più, appunto, la fanno franca. Col risultato che nella classifica 2021 dell’Indice di percezione della corruzione nei 180 Stati esaminati da Transparency International – elaborato in base a una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello) – l’Italia è al 42° posto (con un “miglioramento” rispetto ai 53 punti del 2020): si trova tra i Paesi messi peggio nell’UE (la cui media è 64) ed è più a rischio di vari Stati extra-europei, dagli Usa al Bhutan, dal Costarica al Cile.

Dunque chi si aspetta che la repressione da parte della magistratura possa funzionare come unico deterrente fa un grosso sbaglio oggi; e lo faceva trent’anni fa. Semmai la soluzione va trovata rimediando alla maleducazione civica che pervade ancora il nostro Paese. Ha ragione Giuliano Pisapia (avvocato penalista all’opera sul fronte di Mani Pulite, poi sindaco di Milano, oggi europarlamentare del PD) quando – nella prefazione del libro del giornalista milanese Mario Consani, Tangentopoli per chi non c’era – scrive: “Il sistema giudiziario non è, e non può essere considerato, onnipotente. L’opera dei magistrati è fondamentale, ma intorno al loro lavoro non può né deve esserci alcuna aura salvifica. Non sono stati, né avrebbero potuto esserlo, gli arresti e i processi a battere la corruzione. La questione… deve essere affrontata dal punto di vista culturale”.

Un problema di cultura

Insomma, deve cambiare l’approccio al fenomeno da parte della collettività, quella che poi elegge i politici; la maggior parte degli italiani non dovrebbe trovare conveniente vivere in un Paese in cui “oliare” la macchina dei partiti o della burocrazia appaia più efficace delle vie legali. Per arrivare a questa forma di maturità civile, occorre un lavoro educativo enorme, a cominciare dalla famiglie e dalle scuole, che tuttavia non è mai stato avviato sul serio. I risultati si vedono: non solo sul fronte dei casi anti-corruzione che approdano nei palazzi di giustizia, ma anche per quel che riguarda la qualità di molti politici che arrivano sui ponti di comando.

Intanto, comunque, sono passati tre decenni da quel fatidico 17 febbraio 1992, quando Chiesa fu beccato mentre intascava soldi nell’ambito dell’inchiesta coordinata dall’allora pm Antonio Di Pietro. Ben presto sui mass media diventò di moda il termine Tangentopoli, per definire un sistema diffuso di corruzione in cui si intrecciano partiti, finanza, imprenditoria e società più o meno civile. Agli italiani più “anzianotti” quella parola evoca anni di fibrillazione e aspettative. Mentre tanti – under-40, troppo giovani per ricordare, e coloro che sono nati dagli anni Novanta in poi – probabilmente conoscono Mani Pulite vagamente, per lo più grazie a una trilogia televisiva: quella – non troppo fedele ai fatti – andata in onda su Sky nel 2015, 2017 e 2019, con i titoli 1992, 1993 e 1994.

In ogni caso, ricordare nel 2022 quegli anni è sempre opportuno. Tuttavia – anche alla luce di quanto esposto prima – il problema oggi non consiste nella capacità di rievocarli. Consiste piuttosto nella scarsa capacità di storicizzarli: in Italia non si è ancora in grado di spiegare quel cataclisma giudiziario in relazione al preciso periodo storico in cui si è verificato, esaminando tutte le componenti in gioco. Un’analisi di questo tipo dovrebbe spettare, tre decenni dopo, agli storici; perché di giudizi sociologici, giornalistici, giurisprudenziali, giustizialisti, innocentisti e politicisti ne sono già stati emessi parecchi. Dunque sarebbe ora – anzi, sarebbe indispensabile – che la storia cominciasse ad avere la meglio sulla memoria, quella dei protagonisti.

Il tempo trascorso, in teoria, è più che sufficiente. Nello stesso arco di tempo, per esempio, c’è stata tra 1945 e 1975 un grande revisione storiografica del fenomeno fascista in Italia; basti pensare alle analisi dello storico Renzo De Felice sulle sue radici di massa, iniziate nel 1965 e arrivate con clamore al grande pubblico nel 1975, quando con Laterza pubblicò l’Intervista sul fascismo. Invece, per quel che riguarda Mani Pulite, prevale ancora un tipo di lettura memorialistica. Lo testimoniano tre libri usciti a fine 2021, due scritti da giornalisti che seguirono quelle cronache giudiziarie (Goffredo Buccini del Corriere della Sera e il già citato Consani de Il Giorno) e uno redatto dal più “giustizialista” dei magistrati del pool anti-corruzione: Piercamillo Davigo. Il volume di Buccini – Il tempo delle mani pulite 1992-1994 – e quello di Davigo – L’occasione mancata. Mani pulite trent’anni dopo – sono, da punti di vista diversi, racconti autobiografici; con conclusioni in entrambi i casi piuttosto amare, a proposito delle conseguenze. Mentre il libro di Consani – Tangentopoli per chi non c’era – ha un taglio didascalico, nel senso positivo del termine: in terza persona, l’autore scrive una cronistoria dedicata ai più giovani.

Una prospettiva storica

Guarda caso, la necessità di esaminare quegli anni con una prospettiva storica viene suscitata dalle affermazione di un altro protagonista dell’inchiesta, in un’intervista che conclude il libro di Consani: l’ex pm di Mani Pulite (e di altre clamorose inchieste) Gherardo Colombo, dal 2007 ex magistrato. Afferma: “Non credo si faccia un servizio alla storia prospettando la vicenda come se quell’inchiesta fosse separata dalla realtà dell’epoca, nata in provetta e basata sul nulla. Ed è fuorviante sostenere che le indagini siano state la causa dell’implosione del sistema politico tradizionale”.

Ovviamente le ricostruzioni di ciascun protagonista diretto – magistrati, giornalisti, avvocati, imputati – possono essere considerate “di parte”. D’altronde, anche l’autore di questo articolo è stato uno dei cronisti che seguì l’inchiesta milanese, per l’Unità; quindi a sua volta potrebbe apparire parziale. A maggior ragione, è ora di capire quello che accadde nel suo contesto complessivo, nazionale e internazionale: ciò è necessario anche per colmare la narrazione lacunosa – e dannosa – che influenza oggi la coscienza pubblica, divisa tuttora tra chi rimpiange un’occasione “salvifica” perduta (tanti ci speravano, molti un po’ ingenuamente) e tra chi vede Mani pulite come un attacco al cuore dello Stato costellato di obbrobri giudiziari (che, in qualche caso, ci furono). In questo dualismo irrisolto sguazza ancora un certo tipo di confronto politico, come se quella stagione non fosse passata da un terzo di secolo. Forse si dovrebbe spezzare l’incantesimo e far diventare la saga di Tangentopoli un patrimonio su cui riflettere. Non ha senso lasciarla in pasto a un dibattito tuttora fazioso, che non aiuta gli italiani né a capire, né a maturare, né a cercare soluzioni.