Trattativa Stato-mafia, il processo
non è stato un azzardo

Ripetiamolo, a scanso di equivoci: le sentenze si rispettano, anche se lasciano perplessi. Logica vorrebbe che si rispettassero anche gli impianti accusatori, a volte fonte di interrogativi e dubbi, e gli inquirenti che li formulano. Per il semplice fatto che se non ci fossero questi ultimi, oltre naturalmente alle difese che accanitamente li contrastano, le sentenze non esisterebbero. Il processo è strumento complesso e le consuete dispute tra innocentisti e colpevolisti spesso non aiutano a capirlo. Se si prende la parte che ci piace e si butta tutto il resto, ci si può sentire appagati (“Io l’avevo detto”), ma non si può dire di aver compreso il caso da cui un dibattimento è scaturito. Pochi leggono le motivazioni delle sentenze, ma il processo per la trattativa Stato-mafia ci ha rivelato, come è già stato sottolineato, che molti non leggono nemmeno i dispositivi delle stesse, quelle poche righe che dicono “tizio è stato condannato e caio assolto”, con corredo il corredo delle formule previste dal codice di procedura penale.

L’assoluzione degli uomini dello Stato

La sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo ha mandato assolti, “perché il fatto non costituisce reato”, gli uomini dello Stato che contrattarono con Cosa Nostra la cessazione della strategia stragista in cambio dell’alleggerimento del carcere duro per i mafiosi oltre a una revisione, ovviamente gradita a Riina e colleghi, della legislazione sui cosiddetti “pentiti”.

Marcello Dell’Utri già strettissimo collaboratore di Silvio Berlusconi, condannato in altro processo per concorso esterno ad associazione mafiosa, è stato assolto “per non aver commesso il fatto”. Era accusato di aver comunicato all’allora presidente del Consiglio i desiderata della cosiddetta cupola. Condannati invece “ambasciatori” e “messaggeri” di Cosa Nostra: 27 anni, invece di 28, a Leoluca Bagarella; 12 anni per il medico Antonino Cinà, che veicolava i “papelli”, le liste con le richieste di Cosa Nostra. Per i mafiosi l’accusa era di minaccia a corpo politico dello Stato. Per i loro interlocutori, in divisa o grisaglia, quella di aver concorso alla realizzazione del medesimo reato, rendendo edotti uomini politici e di governo che Cosa Nostra non aveva ancora esaurito munizioni ed esplosivo ed era pronta a usarli se non fosse stata accontentata.

Reazioni: i “semplici di spirito”…

La sentenza è in sé piuttosto semplice, ma decifrarla attraverso le reazioni – alcune delle quali scomposte – apparse sui media sembra per molti versi impossibile. I commentatori si possono suddividere i due categorie. La prima è quella dei “semplici di spirito”. Qualcuno ha esultato per il “teorema” colpito e affondato,¸ altri si sono spinti ad affermare che la trattativa tra Stato e mafia non è mai esistita. Basta leggere il dispositivo della sentenza per capire che le cose non stanno così. I mafiosi sono stati condannati per aver minacciato il governo: o fai le leggi come piace a noi o, dopo la strage di Capaci, con cui abbiamo eliminato Giovanni Falcone, faremo esplodere altre bombe.

Il generale Mori

I carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, che con loro trattarono, sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Questo significa che per i giudici il fatto, cioè la trattativa, sussiste ma, dal punto di vista penale, non è censurabile. Lo stesso dicasi per Dell’Utri: se il fatto, come dice il dispositivo, non l’ha commesso lui è evidente che l’ha commesso un altro al posto suo. Altrimenti i giudici avrebbero scritto che il fatto non sussiste, facendo intendere che la pubblica accusa aveva scambiato lucciole per lanterne. Dunque, se qualcosa è affondato, non era certo un teorema; in secondo luogo, nessun giudice in Italia si spingerebbe ad affermare che la trattativa non c’è mai stata, visto che la sua esistenza è già attestata da una decisione, quella per le bombe del ’93 a Firenze, passata in giudicato.

…e gli “storici”

Più complessa e in qualche modo insidiosa, l’altra categoria, quella che potremmo definire degli “storici”. I loro commenti sono riassumibili nello slogan: non si può rinchiudere la storia in aula di giustizia, dunque questo processo non si doveva fare. Il copyright è di due autorevoli intellettuali siciliani, Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo. Dalle loro tesi ha tratto ispirazione il quotidiano la Repubblica , sostenendo, per la prestigiosa penna di Carlo Bonini, che la complessità del contesto avrebbe dovuto sconsigliare di imbarcarsi in una simile impresa giudiziaria. Una tesi simile veniva riproposta dal Corriere della sera.

Purtroppo, se si considera “la complessità dei contesti”, molti processi, giunti felicemente a conclusione dopo tre gradi di giudizio (quello sulla trattativa Stato-mafia è solo al secondo), non avrebbero mai dovuto essere celebrati. Vale ad esempio per la bancarotta dell’ Ambrosiano, popolata da massoni, spie, esponenti vaticani, gente legata alla Banda della Magliana, mafiosi, un indigeribile garbuglio di alleanze, coperture e operazioni finanziarie estero-su-estero. Lo stesso dicasi per almeno la metà dei processi per mafia. I fascicoli sulle stragi degli anni 70-80 dovrebbero essere rinchiusi negli archivi, mentre invece inchieste e dibattimenti vanno avanti, dribblando omertà, bugie e depistaggi, rendendo appunto i contesti meno nebulosi.

Per gli “storici”, la colpa dei Pm è quella di aver istruito non un processo ma un’ordalia, un giudizio divino trascendente le umane possibilità di giustizia. Anche qui niente di veramente nuovo. L’accusa è frequente ogni volta che un’indagine sulla criminalità organizzata, superato il piano strettamente militare, esplora coperture e alleanze politico-istituzionali. A questo punto, chi spesso le ritiene inutili e inconcludenti, invoca la creazione di Commissioni parlamentari di inchiesta, ritenute l’unico contenitore adatto alla complessità della storia. Dimenticando forse che queste Commissioni fisiologicamente si alimentano anche degli atti di indagine compiuti dalla magistratura, quindi ben difficilmente possono sostituirsi ad essa nella comprensione generale di un fatto. A questo si aggiunga che pochissimi sono gli storici di professione (e tra questi pochissimi, bisogna dargliene atto, c’è sicuramente Salvatore Lupo, che è un bravo storico senza le virgolette) desiderosi di addentrarsi nel labirinto delle trame mafiose.

Scenari complessi

Dunque sarebbe una soverchiante e sofisticata difficoltà a inoltrarsi nel tema “trattativa” a rendere impossibile un’indagine giudiziaria. Secondo il professor Lupo non si sarebbe capito, ad esempio, che il negoziato avvenne “tra alcune strutture investigative alla ricerca di informazioni e tra alcuni elementi intermedi tra il mondo ufficiale (rectius, istituzionale ndr) e il mondo mafioso” (Rai RadioTre, Tutta la città ne parla). Purtroppo di quella “ricerca di informazioni” non c’è traccia e quindi verosimilmente non c’è mai stata. Il generale Mario Mori non ritenne di informare di alcunché né la magistratura né i suoi superiori. Si premurò anche, secondo i giudici di primo grado, di far scomparire il mini-papello consegnato al maresciallo Tempesta dal confidente Paolo Bellini, oggi imputato per la strage di Bologna, in cui venivano indicati i nomi dei mafiosi da favorire per ottenere la restituzione di opere d’arte. Dunque se i carabinieri non cercavano prove e indirizzi per arrestare latitanti, di cosa parlavano con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e tramite tra i carabinieri e Riina e Provenzano?

Murales a Palermo

Non sembra una domanda così complessa da essere considerata oversize per un’aula di giustizia. Così come non si viene sicuramente colti da vertigine chiedendosi come mai, dopo aver arrestato Riina, Mori e i suoi uomini non ne perquisirono il covo, successivamente “ripulito” da chissà chi (per questo l’ufficiale fu processato e assolto insieme ad altri in un diverso procedimento, ma i giudici ne sottolinearono il deficit operativo). O perché i carabinieri non catturarono il latitante Bernardo Provenzano, che Luigi Ilardo, un confidente sul punto di diventare collaboratore di giustizia (fu ucciso a breve distanza dal primo incontro avuto con i magistrati), gli stava praticamente consegnando in confezione regalo. Sembra infine che non si cada in crisi mistica chiedendosi perché l’ex ministro Dc Calogero Mannino (anche lui da tempo riabilitato da ogni accusa), temendo che Cosa Nostra volesse ucciderlo – come aveva fatto con Salvo Lima, ormai ritenuto dai boss un referente poco affidabile – , anziché rivolgersi, magari con una denuncia, alla Polizia di Stato, che aveva il compito di scortarlo e proteggerlo, preferì chiamare Subranni e Mori, dando di fatto inizio a quella singolare “ricerca di informazioni”.

C’è stato dolo?

Riscontrata queste e altre anomalie (ovviamente non c’è qui lo spazio per richiamarle tutte) nelle condotte di eminenti esponenti dell’Arma, gli inquirenti e i giudici di primo grado decisero che la loro azione costituiva concorso nell’azione di Cosa Nostra volta a minacciare il potere politico di stragi nel caso le sue richieste non fossero state accolte. Lo fecero sulla base di una giurisprudenza costante, secondo cui il concorso si consuma anche incoraggiando o rendendo possibile una condotta criminosa: nel caso particolare, costruendo un canale attraverso cui i messaggi intimidatori dei mafiosi potevano raggiungere le orecchie giuste. Osservano autorevolmente – ancorché da punti di vista non coincidenti – magistrati come Giancarlo Caselli e Armando Spataro che, verosimilmente (lo sapremo con certezza solo leggendo le motivazioni), il problema sollevato dai giudici d’appello potrebbe essere il seguente: nelle condotte dei carabinieri Mori, Subranni, De Donno ci fu dolo? In altri termini, gli ufficiali volevano davvero agire da facilitatori della strategia mafiosa, o la loro condotta era ispirata, ad esempio, dalla volontà di evitare nuove stragi e quindi salvare vite umane? Quella di Caselli e Spataro è una notazione che oltretutto potrebbe rimettere il dibattito pubblico sui binari di una maggiore adesione ai fatti. Anche la sussistenza del dolo si accerta nelle aule di giustizia, non in quelle in cui si insegna storia. Quindi sarebbe il caso di smetterla di attaccare o insultare magistrati che non hanno istruito ordalie, ma semplicemente fatto il loro mestiere. Indossando una toga e non dei paramenti.