Tra toni frufrù e piaggeria politica va in scena il flirt tra il Currierùn e Giorgia

Che dirà Giorgia? L’incendio di Milano (un operaio in gravissime condizioni, altri feriti: lo si dovrebbe ricordare sempre, per tenere il conto dei morti da lavoro e degli infortunati) l’ha relegata in nona pagina, neppure un richiamo in prima (le è stata preferita la Pellegrini che ci ha edotti circa il suo desiderio di maternità), in nona pagina dopo le controversie europee sul prezzo del gas, persino dopo Letta, cui sono stati riservati l’ottava pagina e un titolo delizioso, di banale nequizia, “Letta chiude al presidenzialismo. La vera Giorgia è quella di Vox”, come se altre proposte, proposte magari positive, non esistessero nel programma del segretario del Pd (ma si scrive di Letta per attaccare Letta). Per la precisione: accanto a Letta, il boxino ricorda che è di Giorgia, appunto, l’aspirazione al presidenzialismo, ma non ricorda che di mezzo ci sarebbe lo stravolgimento della Costituzione.

Comunque con un po’ di pazienza, dopo aver subito la vista dei disastri vicini e lontani, a pagina nove si arriva e si arriva alla lettura di un articolo per paradosso, probabilmente a prescindere dalla volontà dell’autrice, esemplare per chiarezza, per la franchezza di una cronaca (una manifestazione all’Aquila) che mostra tutta la povertà intellettuale e politica e tutte le virtù propagandistiche della candidata Giorgia, cui va riconosciuta una baldanzosa capacità di lanciare slogan e di produrre fake news. Comunicava ad esempio ai sostenitori aquilani, denunciando l’egemonia culturale del Pd (magari fosse vero, roba d’altri tempi): “E’ una egemonia di potere. Gente uguale a loro nei posti che contano”. Domanda: è mai stata in Rai, ha mai letto gli organigrammi della tv servizio pubblico? In questo caso, un giornale che fosse un giornale dovrebbe correre in soccorso alla Meloni e spiegare a lei e ai rari lettori come funziona la Rai e chi percorre in lungo e in largo i suoi corridoi. Non è successo.

“Gli extracomunitari non pagano le tasse”

Meloni, il comizio all’Aquila

Un altro “caso”. La Meloni concludeva il suo comizio, denunciando “la disparità di trattamento delle aziende gestite da extracomunitari”: non pagano le tasse, dice la Meloni… Immagino gli applausi, le ovazioni.  Anche in questo caso un giornale che fosse un giornale dovrebbe spiegare, chiarire, perché magari quanto sosteneva la candidata è falso o parzialmente falso (mi risulta)… Soprattutto avrebbe dovuto mettere in fila le cifre: quanto pagano gli immigrati allo Stato italiano e  quanto evadono…

Una settimana fa è comparsa sullo stesso giornale, richiamata in prima pagina, una intervista a Hillary Clinton, a Venezia, una lunga intervista, anticipata da un titolo di prima pagina che faceva: “Premier donna? Una rottura con il passato. Vedremo i fatti”. Ecco l’intervistatrice che si fa avanti coraggiosamente: “… che cosa pensa della possibile vittoria di Giorgia Meloni, giovane e donna”. Risponde Clinton: “L’elezione della prima premier in un Paese rappresenta sempre una rottura con il passato ed è sempre una buona cosa”. La signora Clinton, malgrado la sua storia e le sue ricchezze presenti, probabilmente non conosce la realtà italiana e il momento preelettorale che stiamo vivendo e tanto meno conosce la nostra storia. Qualcosa di altre sue colleghe via via insediate in questo o quel paese dovrebbe sapere, dovrebbe sapere ad esempio quale rottura rappresentò Margaret Thatcher nel Regno unito. Un giornale appena appena avrebbe potuto suggerire qualcosa a proposito di un contesto tanto delicato come il nostro e spiegare che non si tratta di una questione di genere, ma di una questione politica. Niente.

Hillary Clinton

Qualche cosa avrebbe potuto apprendere la signora Clinton leggendo un articolo di giorni fa (6 settembre), un’intera pagina, una brillante agiografia redatta in quel tono lieve che tanto piace ai lettori di questi tempi in un giornale denso di gossip, di celebrità, di futilità e di pubblicità.

Questione di genere o questione politica?

Anche in questo caso la Meloni arriva avanti, a pagina 11. Prima di lei Salvini, Berlusconi (con la compagna), Tremonti, persino Letta ( per dire però che litiga con Calenda). Eccola: “La figlia, gli amici e la rivoluzione per superare 7 maschi. Io sono un soldato”. C’è tutto: il padre, la madre,la scuola, gli amici, l’amato Orbán (“Si trova bene con Viktor Orbán, il leader ungherese nazionalista e dai pronunciati tratti illiberali”), la Roma (giallorossa), la fiamma tricolore, la patria, la famiglia, la lobby lgbt, il video dello stupro, le devianze, eccetera eccetera. Tutto con una prosa che sa di edulcorante e persino Orbán, quello che alza fino spinato contro gli immigrati e perseguita gli oppositori, che non vuole l’aborto, che discrimina i gay, pare sia soltanto un po’ patriottico (come ci ha spiegato la Meloni) e i “pronunciati tratti illiberali” siano un banale difetto del carattere e la fiamma non sia una  marcata e difesa eredità di un passato fascista che non muore e che non si vuole cancellare. “Soldato”, per intenderci, perché sta al posto dove la mettono, salvo, citando una canzone di Modugno (lo suggerisce l’autore dell’articolo, Roberto Gressi), precisare: “Vorrei vedere un altro/ al posto mio/ Ma no, non ne parliamo/ il posto è mio”.

Perfetta irriverente, cinica nei confronti dei vari concorrenti (e pure degli elettori), nello stesso giorno la vignetta di Giannelli: la Meloni , nei panni di Mary Poppins che si alza in cielo con l’ombrellino a mo’ di paracadute, nel cielo elettorale e la didascalia: “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù”

Più di un mese fa ci capitò di leggere in prima pagina, titolo d’apertura,: “Palazzo Chigi: Meloni si candida”. Osservammo in un post che già lo si sapeva. Ma evidentemente al Corriere, perché è del Corriere, che stiamo parlando, pensarono bene che sarebbe stato il caso di ripeterlo: “Meloni si candida”.

Una questione di democrazia

Il Corriere ha scelto da tempo la sua strada e ora, giorno dopo giorno, la conferma. Urbano Cairo, il padrone, una volta procacciatore dipendente di Silvio Berlusconi, da tempo in proprio, con il cuore e la testa attenti al portafoglio e non certo alla qualità dell’informazione, ha trasformato il grande giornale di via Solferino in un contenitore di pubblicità dichiarata o sommersa (in barba alla cosiddetta deontologia professionale), di ritratti di personaggi vari, di diete, di vacanze, di cosmetici (i modelli sono i suoi periodici), e, non potendo rinunciare alla politica, lo ha schierato con impudenza a sostegno di una candidata che i sondaggi proclamano vincente.  Andrà poi all’incasso. Purtroppo i voti e un elettorato, che ha a disposizione rari strumenti di conoscenza e che forse in buona parte non vuole neppure averne, gli daranno ragione. Speriamo nel miracolo, speriamo che abbiano tutti fatto male i conti. Ma non crediamo.

Però il Corriere, quello che visse felicemente durante il ventennio fascista, che si ripresentò ripulito nel dopoguerra (grazie anche ai comunisti) e che sopravvisse, tra qualche turbolenza, agli anni della P2, il Corriere che ci ha pure regalato pagine importanti di giornalismo e che si definiva ancora nell’Italia postfascista organo della illuminata borghesia milanese, democratica e imprenditoriale, il Corriere che vantava la propria indipendenza (un vanto e poco altro) non esiste più, piombato nel pantano della crisi (e trasformazione) del sistema dei media in Italia. Peccato che, se non funziona l’informazione, non è questione di buone o cattive notizie, di vere o false notizie, ma di democrazia. Ma quanto conta la democrazia?