Tra sovranismo, privilegi e slogan: come sarà la Melonomics?

“Avete visto cosa è successo in Italia?” si è chiesto il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sorpreso dal trionfo di Giorgia Meloni. Forse anche gli italiani, che hanno determinato il clamoroso successo di quest’alleanza di destra, sono impressionati dal risultato ma ora si attendono che Meloni prenda le redini del governo e mantenga le promesse. Non è ancora ben chiaro cosa farà la nuova maggioranza, perché un conto sono gli slogan e un altro le decisioni concrete. La dottrina economica sovranista deve fare i conti con il debito pubblico record, la recessione all’orizzonte, l’inflazione galoppante e la crisi energetica che colpisce imprese e famiglie. In campagna elettorale Meloni ha ribadito la sua linea di difesa degli interessi e delle imprese nazionali, la tutela pubblica delle attività strategiche, affermando che “la pacchia è finita”, avvertimento rivolto all’Europa che sarebbe prevaricatrice e invadente.

Uno scontro pericoloso

Ma uno scontro con la Ue per l’Italia può essere davvero pericoloso, perché i fondi europei e la Bce hanno garantito la nostra sopravvivenza negli ultimi due anni, tra pandemia e crisi. Probabilmente Meloni e i suoi alleati di destra inizieranno a ricompensare le categorie che si sono schierate apertamente con loro, ad esempio balneari e tassisti che vogliono continuare a beneficiare dei loro privilegi sfruttando a costi irrisori i beni collettivi e a scapito dei cittadini consumatori, cancellando progetti di liberalizzazione dei servizi pubblici e l’applicazione della direttiva Bolkestein.

Ma la questione più delicata per Meloni è la scelta di un ministro dell’Economia autorevole, credibile, che raccolga la fiducia dell’Unione europea, dei mercati e prepari la prima manovra al tepore della fiamma tricolore. Questa è una prova importante, gli investitori osservano le prime mosse della destra in attesa di capire cosa succederà. In Gran Bretagna, per citare un esempio, il governo conservatore, la sterlina e la City stano affondando dopo le sciagurate scelte neo-thatcheriane della premier Liz Truss. Si fanno vari nomi: Fabio Panetta, che sta bene alla Bce, il piemonteste Domenico Siniscalco già ministro dell’Economia con Berlusconi, e Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia e teorico della flat tax incrementale, che si prenderebbe la guida delle Finanze in caso di divisione del ministero. In panchina c’è Giulio Tremonti, che a destra ora non vuole nessuno. Non è escluso che possa emergere un tecnico a sorpresa, magari la benedizione del Quirinale. Certo è bene evitare la bagarre della primavera 2018 quando i Cinquestelle e Matteo Salvini proposero due campioni anti-Europa come Paolo Savona e il leghista Claudio Borghi alla guida dell’Economia. Le conseguenze furono terribili sul mercato azionario, sui titoli pubblici, sullo spread. Intervenne il presidente Mattarella per evitare guai peggiori. Oggi è prioritario garantire il risparmio dei cittadini e la stabilità delle banche esposte alle variazioni del debito pubblico e dei suoi costi. La crescita dei tassi, l’aumento dei rendimenti dei Btp pesano sui portafogli degli istituti di credito che possono soffrire la frenata dell’economia ma anche le tensioni con Bruxelles sulla richiesta di revisione del PNRR.

Le partite aperte: non solo il gas

Ci sono molte partite aperte, a partire da quella del gas. La questione energetica è decisiva per il futuro, i costi attuali non sono sostenibili nel lungo periodo e non c’è ancora una linea unica, condivisa ed efficace in Europa. Cosa farà il nuovo governo? Meloni dovrebbe almeno convincere il sindaco di Piombino, di Fratelli d’Italia, ad accogliere il rigassificatore Snam di cui il Paese ha assoluto bisogno. Sul fronte energia la destra non può seguire l’esempio francese e riprendersi il 100% di Eni ed Enel, progetto dai costi insostenibili, come ha fatto Macron con il gruppo Edf. I vertici dei due colossi pubblici scadono l’anno prossimo.

Tra pochi giorni dovrebbe partire il nuovo aumento di capitale di 2,5 miliardi del Monte dei Paschi di Siena, di cui 1,6 miliardi versati dallo Stato e gli altri 900 milioni si spera di trovarli sul mercato. Salvini, che non si è ancora ripreso dopo la sconfitta, ha proposto che Mps resti indipendente e diventi un polo aggregante. La banca di Siena va privatizzata, e comunque da sola non sopravvive. La politica industriale della destra, poi, avrà altri territori accidentati su cui cimentarsi. Ci sono i resti di Alitalia. L’ex compagnia di bandiera è ridotta ai minimi termini e Ita Airways, il pezzo che ancora vola, è destinata a passare a una cordata con il fondo Cerberus e Delta Airlines. La destra, però, non vorrebbe perderla, ma se qualche patriota avesse velleità di salvarla è utile ricordare che il fallimento di Alitalia, consumato in più riprese, è costato alla collettività circa 13 miliardi. Poi c’è il destino della siderurgia, cosa sarà dell’ex Ilva di Taranto, il più grande impianto d’Europa? La produzione è dimezzata, 3000 operai sono in cassa integrazione, le casse sono vuote (Draghi ci ha messo un altro miliardo) e il costo dell’energia è una minaccia continua. Lo Stato, attraverso Invitalia, dovrebbe rilevare un’altra quota del gruppo da Arcelor Mittal, assumendo il controllo. Ci vogliono tanti soldi. Palazzo Chigi sovranista si misurerà, quindi, con le attività della Difesa, cioè la nostra industria delle armi. Grazie alla guerra in Ucraina e alle politiche di riarmo di mezzo mondo, Leonardo (ex Finmeccanica) non è mai andata così bene. L’amministratore delegato Alessandro Profumo, vicino al Pd con mandato in scadenza, vuole cedere i sistemi d’arma di Oto Melara e Wass (siluri), ma Meloni, che deve dare testimonianza della sua fedeltà atlantica, potrebbe avere idee diverse. Infine c’è la vecchia ex Telecom, oggi, Tim, una formidabile impresa depauperata dai privati. Privatizzata 25 anni fa, in campagna elettorale Meloni ha promesso di riportarla all’interno del perimetro pubblico, per controllare la rete unica. Bisognerà convincere i rissosi francesi di Vivendi, primo azionista della compagnia di telecomunicazioni, e mobilitare la Cassa Depositi Prestiti. Non sarà una passeggiata.