Tra rischi di recessione e prezzi alle stelle va ripensato il PNRR

Siamo in recessione o ci stiamo finendo? Il governo nega. Il premier Mario Draghi e il ministro dell’Economia Daniele Franco hanno parlato finora solo di rallentamento della crescita che non sarà certo il record del 2021, forse si limiterà al 3% o all’1,9% ipotizzato da Confindustria. Potrebbe andare peggio, molto peggio ma il governo cerca di allontanare lo spettro di un’economia di guerra, attutisce il caro-bollette e si concede un intervento di austerità mettendo un tetto al fresco dei condizionatori degli uffici pubblici. I prossimi mesi saranno difficili, molto dipende da quanto durerà la guerra e se riusciremo ad arginare il terribile impatto, perché di questo si tratta, dell’emergenza gas sui prezzi, sul potere di acquisto dei lavoratori. Anche se politici e analisti si esercitano su prospettive più serene per l’economia, la crisi energetica, con Putin che un giorno minaccia la chiusura dei gasdotti e l’altro esige di essere pagato in rubli, ci sta avvicinando sempre di più allo scenario degli anni Settanta, quello del doppio choc petrolifero, con alta inflazione e recessione, quindi una stagflazione che rischia di inaugurare la stagione post-Covid.

Il crollo del Pil

Sono caduti molti vincoli e controlli legati all’emergenza pandemica, il Paese che sogna la normalità si trova in una realtà sociale ed economica estremamente delicata e un’operazione trasparenza andrebbe fatta proprio dall’esecutivo e dai partiti della maggioranza per onestà nei confronti dei cittadini. Tra rallentamento del Pil e morsa dell’inflazione, lavoratori, famiglie, pensionati rischiano di restare indifesi. I prezzi al consumo sono cresciuti di oltre il 6% (ma la crescita inespressa dei prezzi sarebbe già più alta) e di questo passo torneremo presto a un’inflazione a due cifre; il Pil frena proprio per l’effetto della guerra e dei rincari di materie prime ed energia. Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato dello 0,8% le previsioni sul Pil globale che crescerà del 3,6%. Per l’Italia la revisione al ribasso è più ampia: una riduzione dell’1,5% rispetto all’ultima valutazione con una crescita nel 2022 stimata del 2,3%, quindi un terzo circa di quanto realizzato nel 2021 e un dato sotto le stime aggiornate dal governo Draghi del 3,1% che beneficia dell’ultimo pacchetto di sostegno all’economia. Rallentamento dell’economia e balzo dei prezzi sono una variabile che allarga le diseguaglianze e mette in discussione i piani straordinari d’intervento in via di realizzazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, al quale abbiamo affidato tante speranze di rinascita e di modernizzazione del Paese, andrebbe ripensato alla luce di queste ultime tendenze macroeconomiche. I costi per le infrastrutture, per la transizione digitale ed ecologica, sono lievitati a causa degli effetti della guerra. Il PNRR va almeno aggiustato, mentre la Commissione Ue potrebbe aprire la strada a un nuovo intervento straordinario per contrastare gli effetti della crisi energetica e del rialzo dei prezzi.

ll pesante costo dell’inflazione

Da circa dieci mesi i prezzi al consumo in Italia hanno ripreso a salire, ma l’inflazione ha raggiunto la soglia di allarme solo nelle ultime settimane in coincidenza con il balzo dei costi dell’energia importata e con la guerra in Ucraina. In marzo i prezzi sono saliti del 6,7%: era dal 1991 che non si registrava una crescita così vistosa. Non siamo più abituati all’inflazione, per anni è stata prossima allo zero. Oggi il problema più urgente è trovare una protezione per i salari e il vecchio armamentario sindacale appare logoro. Il sindacato affida ai contratti la tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni: è un’arma spuntata e oggi quasi inutile. Dal 2009 vige un accordo tra Confindustria, Cisl e Uil (la Cgil non firmò) che impiega un parametro per adeguare le retribuzioni al costo della vita. Si chiama Indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (Ipca), nome impegnativo per nascondere una fregatura a danno dei lavoratori. Questo parametro, infatti, non tiene conto della dinamica dei prezzi dell’energia importata. Ma è proprio il rincaro record di gas e petrolio a determinare il balzo dei prezzi. Le imprese, dal canto loro, sono ben coscienti dell’impatto che i rincari hanno sui costi di produzione, di distribuzione e, c’è da scommetterci, non si troverà tanto facilmente un industriale disponibile a favorire il recupero pieno in busta paga delle perdite patite dai lavoratori a causa dell’inflazione. Questo rialzo dei prezzi, contrariamente a quanto pensa l’Unione Europea che l’ha definito “un fenomeno momentaneo”, rischia di protrarsi molto a lungo nel tempo perché il conflitto in Ucraina e le nuove tensioni internazionali non si esauriranno tanto presto.

In cerca di energia

Anche a proposito del gas, delle possibili fonti alternative, l’operazione verità andrebbe fatta ora. Il governo sta lavorando per sostituire le forniture russe che rappresentano il 38% del nostro fabbisogno energetico. Compreremo più gas in Algeria, in Azerbaijan, in Libia, in Congo e chissà in quali altri Paesi. Intanto bisognerebbe avvertire i consumatori che il famoso gas liquefatto che gli Stati Uniti vogliono generosamente venderci, per cementare il nostro Atlantismo, costa circa tre-quattro volte di più di quello russo. Ma l’Italia è in attesa che la transizione ecologica dia i suoi frutti. Però bisogna essere seri, di cosa stiamo parlando? Usiamo parole e numeri del ministro Cingolani. Ha detto al Corriere della Sera che nel primo trimestre di quest’anno sono state autorizzate opere per installare 3Gigawatt di energia rinnovabile, sufficiente “per una città come Milano”. Bene, ma quanta potenza rinnovabile è stata attivata negli ultimi anni? Negli ultimi sette anni, purtroppo, la media è stata bassissima: siamo sotto un Gigawatt per anno e con questo ritmo, secondo un rapporto di Legambiente, l’Italia può raggiungere gli obiettivi previsti di de-carbonizzazione solo nel 2100. Un po’ tardi, ma questa è la realtà.