Tra proteste e rabbia
si offuscano le cinque stelle di Di Maio

Forse per il partito che urlava onestà-onestà è arrivato il momento della verità-verità. Qualcosa, infatti, sembra essersi incrinato nel rapporto tra il movimento fondato da Beppe Grillo e il popolo di cui si vantava di essere l’unico legittimo rappresentante. Quello che sta accadendo in queste ore – dalle bandiere del M5S bruciate nel Salento al grido “dimissioni dimissioni” contro la marcia indietro del governo sul no alla Tap fino alla manifestazione in Campidoglio contro la sindaca Raggi incapace (“mayor unfit”, c’era scritto sui cartelli a uso e consumo dei turisti stranieri) – è il primo segnale di un cambio di clima. Quanto duraturo e quanto irreversibile è presto per dirlo. Ma la novità c’è e non va sottovalutata. La cresta dell’onda sta sfumando lentamente e presto potrebbe trasformarsi in un pantano impraticabile.

Diciamo che si è rotto l’incantesimo sul quale i capi grillini hanno fondato le loro fortune nella lunga marcia verso la conquista del potere: noi siamo la Via, la Verità, la Vita sostenevano nelle piazze del vaffa-day come fossero novelli Salvatori. Allora il movimento era allo stato nascente e tutti i sogni e le promesse erano possibili. Possibili, non realizzabili. Nessuno si preoccupava di quanto di quello che si predicava sarebbe poi effettivamente diventato realtà. Nessuno pensava a quella che si chiama “arte del governo”. Figurarsi se qualcuno pensava alle compatibilità economiche, ai cavilli dei contratti, alle penali da pagare. Robetta da prima repubblica, buona per quei fannulloni dei politici che, secondo il vangelo grillino, hanno dissanguato il Paese pensando solo agli affari loro.

D’altra parte Palazzo Chigi era lontano, ed era facile costruire il castello delle buone intenzioni promettendo di tutto e di più senza pensarci nemmeno un momento. Dal no Tav al no Tap, dalla chiusura dell’Ilva al taglio degli stipendi dei parlamentari, dal reddito di cittadinanza libero a meno tasse per tutti, dalla lotta senza quartiere alla mafia e alla corruzione all’efficienza della sanità e infine – sul fronte di Roma – dalla funivia anti-traffico che avrebbe dovuto sorvolare la periferia nord di Roma alla rivoluzione nei servizi che avrebbe cambiato il volto della Capitale a favore dei cittadini.

Che cosa è rimasto dentro il cassetto dei sogni pentastellati? Il Trans-Adriatic Pipeline (cioè il gasdotto che parte dall’Azeirbaigian e sbarca in Salento) si farà perché quel no pronunciato in campagna elettorale avrebbe dei costi spropositati in termini risarcimento danni (e non di penali come ha inventato Di Maio), sulla Tav basta aspettare e il ripensamento arriverà quasi sicuramente, del taglio degli stipendi dei parlamentari nemmeno se ne parla, il reddito di cittadinanza farà a botte, appena arriva, con il sistema arcaico dei centri per l’impiego, le tasse le hanno abbassate agli evasori con il condono fiscale, di lotta alla mafia neanche a parlarne ma in compenso si mettono in vendita i beni confiscati ai boss con buona probabilità che tornino nelle loro mani. Per non dimenticare, nel decalogo delle promesse volatili, la chiusura dell’Ilva di Taranto che non è avvenuta provocando un mare di proteste tra i cittadini che ci avevano creduto.

A che cosa sia dovuto questo inesorabile fallimento del sogno grillino è difficile dirlo con chiarezza. Sicuramente c’è l’ansia da prestazione che caratterizza i partiti pigliatutto, soprattutto quelli alle prime armi, che tentano appunto di prendere ogni pezzo di elettorato e non badano a promesse. Sicuramente c’è l’imprinting del comico genovese al quale in fondo di governare non è mai importato nulla e ha costruito un movimento contro: contro tutto e contro tutti. E sicuramente c’è anche una buona dose di incapacità e di impreparazione che segna un partito che ha voluto fare tabula rasa del passato anche sul fronte delle competenze, con l’illusione che bastasse dirsi “nuovi” per fare bene o affacciarsi al balcone e gridare “abbiamo vinto” per vincere davvero.

Non va sottovalutato infine, in questa lenta deriva grillina, il ruolo svolto da Matteo Salvini. Il quale è stato più abile e più furbo del suo alleato di governo nel dominare la scena e nel costruire la narrazione del “governo Salvini” con la quale è riuscito ad oscurare il partner a cinque stelle e tutta la sequela di promesse che si portava dietro. Oggi il dominus del governo è lui, il capo della Lega. E’ lui che detta l’agenda. A Di Maio non resta che far viso a cattivo gioco perché non può fare altro: deve limitarsi a pronunciare mirabolanti dichiarazioni in favore di telecamere e ingoiare tutto quello che una parte del suo elettorato (soprattutto quello che proviene da sinistra) non avrebbe mai voluto ingoiare.

Stretti tra il conto delle promesse tradite e la sudditanza al verbo di estrema destra della Lega i grillini assistono quasi impotenti all’offuscamento delle loro cinque stelle. I sondaggi li danno stabilmente in caduta, il malumore tra i militanti aumenta e non a caso la manifestazione dell’”Italia a cinque stelle” del Circo Massimo a Roma si è rivelata un mezzo flop. Come si dice in questi casi, la luna di miele sembra già finita e cominciano i primi problemi.

Se ci fosse una sinistra, questa sarebbe una buona occasione per tornare in gioco. Perché è la prova che si sta aprendo uno spiraglio che può consentire di riconquistare quell’elettorato che, stanco e sfiduciato, si era lasciato attirare dalle stelle luccicanti del M5S. Se ci fosse una sinistra potrebbe ricominciare da qui, cercando di ritrovare il filo di una nuova possibile connessione sentimentale con un popolo sperduto e disorientato. Ma c’è una sinistra?