Tra Omar e Dario Bellezza
la solitudine sbranata dal branco

Omar Palermo è morto alcuni giorni fa a 42 anni (la mia stessa età) in una clinica di Laurignano, nel Cosentino, poco distante da Corigliano-Rossano dove abitava. E’ morto per cause naturali durante la fase di riabilitazione in seguito a una brutta caduta. Omar era obeso, anche se negli ultimi tempi era riuscito a perdere 55 chili. Era conosciuto come “Youtubo anche io” star dei social e in particolare dell’omonimo canale di video, 500mila iscritti e 60 milioni di visualizzazioni, numeri difficilmente raggiungibili da molte emittenti televisive locali.

Cosa faceva Omar per ricevere tanta attenzione ? Mangiava. Mangiava in quantità esorbitanti, nel silenzio della propria abitazione. Non era un mangiatore professionista (esistono competizioni molto seguite nei paesi anglosassoni in cui si ingeriscono grandi quantità di cibo in un breve periodo, i partecipanti si allenano, soprattutto per aumentare il volume dello stomaco, come veri e propri “atleti”), non era un culturista che filmava il proprio “cheat day” (il giorno della settimana in cui chi fa palestra a livelli competitivi non segue la dieta programmata ma inserisce nel proprio corpo un alto numero di calorie): il video in cui, con estrema lentezza e un linguaggio forbito, Omar concludeva il pasto con un pollo allo spiedo, dopo 40 kinder fetta al latte, è stato visto ad oggi da oltre quattro milioni di persone. Per fare un paragone letterario il testo pubblicato dal network internazionale CNBC con l’intervento di Amanda Gorman alla cerimonia di insediamento di Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti, è stato guardato da “appena” tre milioni di persone.

Omar era consapevole dei motivi della sua visibilità, sapeva che la sua celebrità (per citare Warhol) dipendeva da questo, ma è lo stesso Warhol in una delle sue citazioni (raccolte in La filosofia di Andy Wahrol per l’editore Abscondita e precedentemente pubblicata in Italia da Einaudi) ad affermare “essere famoso non è poi così importante. Se non fossi stato famoso, se non fossi stato Andy Warhol, non mi avrebbero sparato”.

Al netto delle cause naturali ad uccidere “Youtubo anche io” e ad armare chi lo incitava ad autodistruggersi attraverso il cibo è stata la solitudine. Sono grandi solitudini quelle che ci fanno mostrare, che ci portano al baratro. L’affermazione del sé passa inevitabilmente attraverso l’ostentazione del corpo, esteticamente perfetto in alcuni casi, portato ai limiti e spesso oltre in altri.

“Ma mi accora la tua foto / dove inerme guardi velato / di tristezza l’arido mondo. // Dove la certezza dell’amore / è solo la quiete inquieta / della fine”.

Così Dario Bellezza in Invettive e licenze racconta in maniera diversa, guardando l’amore e l’affetto insieme, lo stesso mondo e il suo disallineamento: vicinanza e lontananza, reale e virtuale, comunanza e cattiveria viaggiano sullo stesso filo, si scontrano e si avviluppano nella ostentata ricerca di like e followers. Il consenso, nuova forma di ricchezza, può essere pagato finanche con la stessa vita.

Dario Bellezza è l’emblema letterario di questa solitudine e cattiveria, morto in povertà, vittima di un’altra pandemia, quella dell’Aids, spentosi ad appena 52 anni nel 1996 dopo aver vinto vent’anni prima, giovanissimo, il Premio Viareggio con Morte segreta. Una ostilità latente lo ha emarginato nonostante l’importanza dei propri libri.
Altre cattiverie nel tempo si sommano. L”idea del branco che si diverte a vedere scomparire il singolo uomo continua a prendere il sopravvento, senza più un volto carnefice ma nell’anonimato virtuale, nella piccolezza dei troll. Il dato nuovo, come in una moderna sindrome di Stoccolma, è come la vittima invochi i propri aguzzini, come li cerchi, ne assecondi il sadismo.

Nuovi parallelismi di una società sempre più sfilacciata delineano eterne fragilità ed eterne solitudini. Siamo sicuri che le nuove tecnologie non ci stiano comunque facendo percorrere le stesse odissee ?

Dario Bellezza, Invettive e licenze, Garzanti 1971.