Tra io e desiderio, la memoria esplora la provincia dell’anima

“Il vero simbolo della provincia è essere incapace di narrare la propria storia”. È con questa citazione del fotografo Luigi Ghirri che si apre la raccolta di poesie New Jersey, di Marco Bini. Leggendo le poesie diventa però subito chiaro come non si tratti solo della provincia geografica, ma di una provincia dell’anima. I ricordi d’infanzia e dell’adolescenza, ormai ai margini della vita adulta, assumono infatti una dimensione assoluta, non come nostalgia di un paradiso perduto, ma come esperienze emotive che fondano il carattere e la visione del mondo. Si prendano ad esempio questi versi, che descrivono semplicemente una partita di calcio tra amici:

“In cinque contro cinque, campo grande,/ il fallo laterale pura speculazione, […]/ Si perdeva quasi subito il punteggio/ protési al bel gesto/ che fa leggenda e gerarchia”.

I ragazzi sono descritti mentre corrono in un campo che ha per limite solo il desiderio; la loro piccola comunità è il mondo intero, il teatro in cui, attraverso un confronto continuo, vengono attribuiti i ruoli. E ancora, risalendo ancora di più alle radici della memoria, un’altra poesia rappresenta invece un microcosmo fatto di mattoncini Lego:

“la polvere si annidava già nel perimetro/ di mattoncini da quattro dove in trenta/ o più vivevano, a partire dal Cavaliere Nero,/ la Questura per intero e, con l’aiutante, un pizzaiolo”.

Si noti il rapporto inversamente proporzionale tra “quattro” e “trenta”: è proprio la dimensione ridotta dello spazio simbolico, il palcoscenico fatto di Lego, a moltiplicare il numero degli attori, a consentire, cioè, la proiezione di un ordine mentale.

Questa dimensione intima, che Bini ci permette di vivere attraverso la lettura, non è fuga dalla realtà, ma una prospettiva straniata che illumina la realtà stessa da una prospettiva diversa. Ai versi della memoria, soprattutto nell’ultima parte della raccolta, vengono infatti accostate poesie che hanno come sfondo la storia collettiva. Si prenda ad esempio La guerra dei trent’anni:

“Davvero Dio interviene a sospingere i cavalli,/ a correggere il tiro dell’artigliere?/ Neppure la sua opera riassorbe il sottratto:/ le macerie fumano e galleggiano senza redenzione”.

Cosa è cambiato rispetto all’universo fatto di mattoncini Lego? Anche qui c’è qualcuno che gioca, che crede di essere al centro del mondo, di avere Dio dalla sua parte, come una mano sempre presente che può decidere la guerra nell’una o nell’altra direzione. Anche il mondo degli adulti è retto da un’identificazione infantile tra “io” e “desiderio”, ma elaborata culturalmente: non più un campo di calcio nella provincia, o un microcosmo giocattolo a portata di mano in qualche stanza nascosta, ma la sete di potere, le guerre di religione, la follia di chi identifica il proprio destino sanguinario con la volontà di Dio. I versi che concludono la strofa aprono però una breccia nel teatro: “Neppure la sua opera [di Dio] riassorbe il sottratto:/ le macerie fumano e galleggiano senza redenzione”.

La morte, la distruzione, restano lì, sotto un cielo muto, che non ha nessuna parola risolutrice. La divinità si rivela proprio chiudendosi nel suo mistero, lasciando parlare impietosamente le rovine, senza che nessuno possa più sfruttarle ideologicamente.
E anche la spiritualità di Bini nasce dal dubbio. È infinito desiderio di essere insieme – centro e provincia, presente e memoria – e al tempo stesso sguardo tenero sull’ingenuità umana, sulla facilità con cui il desiderio si lascia guidare, se basta una frase di Vasco Rossi a far nascere una religione:

“«Di’ soltanto una parola e io sarò salvato” […]/ […] incolmabile distanza + la certezza/ di un altrove che ci somiglia + l’inquieto/ appartenere al luogo che ci ha fatti./ Una parola sola non è così loquace,/ ma una breve frase forse sì/ […] in televisione/ Vasco ha detto alla folla ‘ce la farete tutti’/ e ho pensato ecco nascere una religione”.

Marco Bini, New Jersey, Interno Poesia Editore, Latiano (BR), 2020.