Tra il Natale e Tolkien: Meloni porta in Piazza del Popolo i postfascisti

Almeno è chiaro, forse, questo: il Paese era pronto per ospitare senza crisi di rigetto la pubblica manifestazione di gioia di una forza politica che condivide basi culturali e legami storicamente parentali con l’estrema destra, il nazifascismo, battuta nel 1945. Va bene: quelli che si sono dati appuntamento per tre giorni in Piazza del Popolo sotto le insegne di Fratelli d’Italia non sono gli stessi di allora. Condannano, ma solo da poco tempo, il fascismo inteso come motore di violenza, si dichiarano non razzisti e abbracciano la democrazia, sembra… e tuttavia conta il modo con cui approdano in quella piazza romana, cuore vivo di Roma, a sua volta cuore d’Europa. Perché non si è data appuntamento solo una forza politica ansiosa di celebrare il suo primo decennale, ma una massa di pensieri, di desideri e di piaceri frustrata da decenni di silenzio, da questa massa sofferti come prigionia, come segregazione, come un atroce cerotto sulla bocca che la vittoria elettorale di Giorgia Meloni ha definitivamente strappato.

Una destra nuova, ma che strizza l’occhio al passato

Cioè, si affacciano sulla scena politica come soggetto nuovo, che non ha parenti in vita e soprattutto che non si riconosce nella storia della destra italiana ed europea, non ne condivide i “fasti”, non è roba loro, loro non c’erano in quella storia. Ecco perché riempiono Piazza del Popolo mossi dalla sensazione entusiasmante di venire al mondo per la prima volta, benché molto spesso la destra abbia governato questo paese, anche quando per decenni la Democrazia Cristiana funzionava come “partito di raccolta” degli anti-comunisti, pescando spesso nei territori dell’estrema destra. La destra europea, la destra italiana non sono in crisi di astinenza, sanno cosa sia il potere, lo hanno esercitato spesso e volentieri.

Ragionevolmente, non possono, per questo, patire sensi di frustrazione, e nessuno si è mai sognato di metterli alla gogna e di chiuderne i sogni in una prigione. Da dove viene quel senso di frustrazione che si doveva lavare via in Piazza del Popolo? Dove si colloca storicamente il trauma della sconfitta originaria? E perché nel loro apparire domina quella frequenza fondamentale di profonda, radicale attesissima rivalsa? Rivalsa rispetto a che? Rispetto al mondo costruito sulle costituzioni post-belliche così detestato dal Movimento Sociale? Ma sui palchi questa serie di risposte annega nel mare del non detto, affiora nell’ammiccamento continuo – conservato spesso dai toni con cui le parole vengono pronunciate – alla comune condivisione di ciò che, benché non pronunciato, sta nei cuori di tutti, un piacere intimo, segreto del quale è visibile solo la schiuma di un’impresa politica di valore storico che si alimenta nel revanchismo rispetto alla “detenzione” imposta a quei pensieri dalla sconfitta del nazi-fascismo. In fondo, è questo il lavoro di Giorgia Meloni che sul palco fa la brava, non sbraita come ha saputo fare in altre occasioni (è la presidente del Consiglio e la novità è tutta lì): deve lavorare su due binari, far digerire la pallida modestia delle misure messe in atto con la finanziaria, pallide rispetto alla portata delle dichiarazioni di partenza, il fatto che non abbiano virilmente gonfiato il petto di fronte ai “caldi” consigli dell’Europa, e… intanto tenere accesa la fiamma, l’ammicco di massa, la fonte di energia della grande impresa.

Meloni porta gli elfi e Tolkien in Piazza del Popolo

Fin qui – anche se siamo solo all’inizio – ha dimostrato di avere a disposizione un pubblico che regge bene il trucco dell’ammicco

Cristina D'Avena canta per il decennale della nascita di Fratelli d'Italia
Cristina D’Avena canta a Piazza del Popolo, Roma, per il decennale della nascita di Fratelli d’Italia (ph Fabio Cimaglia / Fotogramma)

e l’anoressia delle “conquiste” rispetto all’Europa e a quel che avevano promesso, garantito per mesi. Del resto, Meloni è la sola carta a disposizione, dopo che Salvini è esploso come un puffo annebbiato. A proposito di puffi, in Piazza del Popolo in quella tre giorni, le cronache lo hanno ben raccontato, erano di casa gli elfi. Il richiamo alla simbologia articolata nel mondo di Tolkien è qualcosa di più di una scelta di “gusto” nei confronti di un fantastico mondo letterario, è il richiamo potente e non fraintendibile a quel luogo comune che vuole Tolkien odiato dalla sinistra perché bagaglio immaginario dell’estrema destra, è insomma il vettore principale di quell’ammiccamento perché quel mondo viene issato come bandiera dal fronte della rivincita. Come se alla sinistra stessero inevitabilmente sulle balle Frodo, gli elfi e Galadriel.

È una stupidaggine che Meloni tuttavia ritiene utile almeno a colorare la carta d’identità politica e culturale del “nuovo” che avanza ancora. Poco conta che l’autore abbia definito con rabbia Hitler “un dannato ignorante”, conta che Tolkien sia stato comunque un entusiasta sostenitore del “nobile spirito del Nord”. Così, con un semplice giro del destino rieccoci nel mondo para-celtico che credevamo di aver perduto con la fine della saga delle ampolline leghiste alle fonti del Po e dei corni sulle teste dei ferventi figli di Pontida. Poi, sono a corto di “profeti” e “cantori”, manca loro un mondo d’arte cui fare riferimento a caccia di motivi identitari, ancora una volta di simboli, e si arrangiano con quel che hanno, per questo si ritrovano a fare i chierici militanti neppure di Frodo Baggins – con quei piedoni smisurati niente in linea con la ricerca dell’avvenenza di un armonioso corpo “sano” e “determinato” – men che meno dell’orrendo Smeagol, quanto degli albini elfi, pelli che non conoscono il sole, tanto a nord sguazzano d’abitudine. Ecco spiegato il motivo per cui la loro passione identitaria verso l’universo di Tolkien odora come un fenomeno che sta dentro la tristanzuola sagrestia di una parrocchia fin troppo chiusa. Tutto questo ha chiesto e ottenuto “udienza” presso Piazza del Popolo in un trionfo di stelline natalizie. Hanno intrecciato Natale e Signore degli Anelli, vetrine in festa e miti nordici, Roma e i fiordi, voglia di riscatto, di vendetta sui loro “carcerieri” e programmi di governo già ridimensionati. Hanno invaso il cuore di Roma con un cesto di paccottiglia, e se è stato possibile mettere a punto questo progetto, fregandosene che attorno a Natale è meglio lasciar stare le piazze, possono sognare che quell’anello del potere sarà a lungo cosa loro.