Tra il dolore, la paura e la speranza
Moretti trova il film che cercava

Invito ai lettori di strisciarossa: andate a vedere “Tre piani”, il nuovo film di Nanni Moretti che uscirà nei cinema a settembre, senza leggere nulla. Anzi, non leggete nemmeno qui. Siate liberi, in quest’epoca di social network vomitevoli. Arrivederci.

Sì, verrebbe davvero voglia di non scrivere nulla. Di lasciare gli “haters” nel loro brodo. Ma i cari, vecchi compagni di strisciarossa mi chiedono di scrivere qualcosa su Nanni Moretti, appena passato in concorso a Cannes, e allora proviamoci. Non è facilissimo, dopo aver letto certe cose. Ma provandoci torno indietro nel tempo – e fra poco vedrete che l’idea del viaggio nel tempo ha un suo perché.

Settembre 1989. Sta per cadere il Muro di Berlino e Nanni Moretti presenta a Venezia “Palombella rossa”. Le polemiche fioccano, anche perché la Mostra non ha voluto il film in concorso e solo la Settimana della Critica, selezionandolo come “evento speciale”, ha permesso che il film sulla crisi del Pci passi sugli schermi del Lido. Ricordo una conferenza stampa nervosa, piena di sottili polemiche. E ricordo una domanda, assurda ma paradossalmente utile oggi, 32 anni dopo. Qualcuno, non ricordo chi, gli chiede se pensa che il suo film verrà capito dagli americani (!?). Nanni fa una faccia che potete facilmente immaginare, prende la rincorsa e scandendo bene le parole, come solo lui sa fare, dice: “Sentite, io ho tanti problemi. E credo che da questo film si capisca. Ma se c’è un problema che non ho, non ho mai avuto e spero mai avrò, è cosa pensano gli americani dei miei film”.

Ecco. Oggi, grazie a un pregevole articolo (articolo?) di “Dagospia”, apprendo che la rivista di settore “Hollywood Reporter” lo definisce “opera minore, spingendolo nella bolgia del cinema art-house che piace solo agli europei”. Non andate sul traduttore automatico di google, vi aiutiamo noi: “art-house” è espressione gergale del giornalismo americano per indicare i film che noi una volta definivamo “d’essai”. Come fosse un insulto (una “bolgia”?), come se fosse un male piacere “solo agli europei”, viste le fragorose schifezze che il cinema mainstream americano partorisce ormai in modo seriale.

Volete sapere la verità? “Tre piani” non piacerà a un sacco di gente. Soprattutto non piacerà a chi pensa che il cinema sia solo effetti speciali e supereroi in mutande. O a chi chiede, al cinema, velocità, sempre più velocità: per non dover pensare, che con questo caldo poi si suda.

A me è piaciuto tantissimo. Ho addirittura un sospetto: che sia il film che Nanni Moretti tentava di fare da decenni, non riuscendoci fino in fondo per un suo tratto artistico e umano che io adoro, ma che lui ha voluto (solo per questa volta?) escludere: l’umorismo. Io rido tantissimo con i film di Moretti: ma “Tre piani” è il suo primo film in cui non si ride, che dico?, non si SORRIDE mai. È un film doloroso e al tempo stesso pieno di speranza, ma una speranza che nasce dallo scorrere del tempo e dal fare i conti con le tragedie di cui la vita è disseminata. Riprendo un’altra, famosa, confessione di Moretti. Parlando anni dopo di “Ecce bombo”, la sua folgorante opera seconda, disse: “Io credevo di aver fatto un film doloroso sulle vicende di un piccolo gruppo di miei amici. Scoprii mio malgrado di aver fatto un film comico su un’intera generazione”. Ecco, con “Tre piani” Nanni ha finalmente fatto il film che “Ecce bombo” voleva essere e non era. Solo che anche stavolta non riguarda solo i suoi amici. E non riguarda nemmeno una generazione: ne riguarda almeno tre (come i piani).

Basandosi sull’omonimo romanzo israeliano di Eskol Nevo, “Tre piani” incrocia altrettante storie familiari (che nel libro rimangono staccate l’una dall’altra). Si svolgono tutte nello stesso condominio borghese (nella realtà, a due passi da viale Mazzini, Roma). Storia 1: Nanni Moretti e Margherita Buy sono due coniugi non giovanissimi il cui figlio, rientrando una sera in macchina ubriaco, investe una donna e l’uccide: la storia narra di come la madre tenti disperatamente di aiutare il ragazzo e di mantenere un rapporto con lui, mentre il padre (lo stesso Moretti in un ruolo durissimo, programmaticamente sgradevole) decide di non volerlo vedere mai più. Storia 2: Alba Rohrwacher è una moglie sola, perché suo marito Adriano Giannini è sempre in viaggio per lavoro, tanto che nel condominio la chiamano “la vedova”; all’inizio del film, incinta, esce di casa con un trolley per andare a partorire; la storia narra di questa maternità difficile, nonché del problematico e misterioso rapporto con il fratello del marito (Stefano Dionisi) che l’uomo, il marito appunto, non vuole più vedere. Storia 3 (l’unica che segue abbastanza fedelmente il libro): Riccardo Scamarcio ed Elena Lietti sono una coppia felice con una bambina, che viene spesso lasciata con gli anziani vicini, gli adorabili “vecchietti” Paolo Graziosi e Anna Bonaiuto; ma il vecchietto sta perdendo la memoria, un giorno lui e la bimba escono, si perdono e vengono ritrovati in un parco, con lui del tutto fuori di testa; Scamarcio si convince che la figlia abbia subito violenza e nulla e nessuno riuscirà a fargli cambiare idea…

“Tre piani” è un film di padri (e nonni) ossessivi o assenti, e di madri disperate e impaurite. È un film sul disperato bisogno di comunicare con generazioni diverse, con mondi diversi dal proprio. Ed è un film nel quale, ogni tanto, irrompono creature che sparigliano tutto: i neonati, o comunque i bambini, anche una bambina troppo cresciuta (ma pur sempre tale) che sconvolge la vita del personaggio interpretato da Scamarcio. La trama copre un arco narrativo di dieci anni e il senso profondo del film è la necessità di tornare a volte indietro nel tempo, anche con l’aiuto di un’anacronistica segreteria telefonica (idea che viene dal romanzo) per riagganciarsi al proprio Io di un tempo, per rivedere giudizi, errori, opinioni. Per la densità emotiva delle storie, sembra un film di Bergman. È un film antico (attenzione, non vecchio: proprio ANTICO) anche per come è girato, con un’economia espressiva assoluta, mai un’inquadratura fuori posto, mai un ghiribizzo della macchina da presa. Anche per questo non piacerà a chi ha visto troppi film (e solo quelli) degli ultimi 15-20 anni. Ho però il sospetto, anzi, la speranza che nella piccola bolla di voi che leggete strisciarossa potrà emozionare. Lo consiglio con tutte le mie forze. Al cinema, dal 23 settembre.