Tra essere e dover essere, quanto fa soffrire il corsetto di Sissi

L’iconoclastica “Marie Antoinette” di Sofia Coppola, “La favorita”, su Anna Stuart, di Yorgos Lanthimos per una volta lontano dai suoi fantasmi e felice di esaltare il talento di Olivia Colman, la serie “The Great” dedicata a Caterina II di Russia, “Spencer” di Pablo Larrain, con Lady Diana sulla via della separazione dal principe Carlo. Di tutte le regine e affini che titillano ultimamente fior di registi, con il favore del box office, tra riletture attualizzanti e introspezioni al femminile, la bellissima lungocrinita e nevrile Sissi, nata Elisabetta di Wittelsbach duchessa di Baviera e divenuta imperatrice d’Austria dopo il matrimonio con Cecco Beppe, rappresenta la fascinosa quintessenzialità.

Sissi, un mito vivente

Donna di inquietudini moderne nella corte più assolutista d’Europa, segnata da tragedie, chiacchieratissima per quanto lo si poteva essere nella seconda metà dell’Ottocento, Sissi era già mito vivente all’epoca sua, avrebbe trionfato da icona non marcescibile nei secoli a venire e da jolly vincente per la settima arte, giocato senza risparmio fin da prima della zuccherosa, fiabesca trilogia di Ernst Marischka negli anni Cinquanta, con Romy Schneider giovinetta sagace e monella, poi cresciuta in ombre e maturità nel “Ludwig” di Luchino Visconti. A poche settimane dallo sbarco su Netflix della miniserie “L’Imperatrice” con Devrim Lingnau nel ruolo di Sisi (per nominarla alla tedesca), va ora in sala “Il corsetto dell’imperatrice”, titolo originale “Corsage”, busto, corpetto stringente e soffocante, che molto dice dello sguardo di Marie Kreutzer, regista e sceneggiatrice, su Elisabetta d’Austria e Ungheria e Boemia e Croazia.

Alla magnetica Vicky Krieps – “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson ne aveva già sottolineato l’alta caratura – il compito, splendidamente assolto, di incarnare il dolente paradosso di una donna virtualmente potentissima, in realtà incamiciata nei doveri di rappresentanza come augusta consorte di Francesco Giuseppe di Asburgo Lorena. Di che restare contente per molte, non abbastanza per Sissi, troppo “piccole” per lei , donna intimamente libera e d’indole inconciliata, la reggia di Schönbrunn e la Hofburg. Non era facile svettare nel catalogo nutrito (e in perenne aggiornamento) di opere dedicate a un cliché dell’immaginario austriaco e non solo, con lungometraggi e serie che escono a nastro, tenendo poi presente che i film storici costano un botto. E invece qualcosa di cinematograficamente fresco, sensato e forte è nato.

Il corsetto e la fine dell’impero

Marie Kreutzer e la “sua” Sissi si conoscevano, avevano lavorato insieme nel 2016 in “We used to be cool” ed era stata proprio Vicky Krieps a chiederle un paio d’anni fa se voleva girare un film su Elisabetta d’Austria: “All’inizio – ha raccontato la regista – pensavo stesse scherzando perché, questo personaggio ormai è diventato un souvenir. Ho letto tanto su Sissi, ma nel suo diario c’erano molte pagine bianche e allora le ho riempite con la mia immaginazione”. Compresi voluti anacronismi, un servo con montatura d’occhiali moderna, un trattore a motore sullo sfondo d’una scena agreste. Come dire: il mio non è (solo) un biopic.

Si punta decisi sulla fisicità, la corporeità del personaggio, ricreato dalla statuaria e dolce Vicky Krieps, giustamente premiata come migliore attrice a Cannes nella sezione Un Certain Regard e agli European Film Awards. La sua Sissi ha quarant’anni anni, siamo nel 1877, e ha sulle spalle ventitré anni di un matrimonio non privo in passato di affetti e passione con Francesco Giuseppe (Florian Teichtmeister). Ma ormai vive da separata in reggia, prende appena nota dell’infatuamento del consorte per una ragazza molto vacua e però giovane. Il mondo sta cambiando e molto si muove dentro all’imperatrice, esibita come alto corredo nelle manifestazioni pubbliche, presa di mira da royal watchers che ne soppesano la forma fisica di donna ancora attraente e i frequenti deliqui.

Sissi ne è consapevole, il corsetto delle forme, dei riti si fa strumento di costrizione per continuare a mostrare il classico vitino da vespa. “Stringi, stringi ancora”, chiede sempre alla cameriera. Ossessionata dalla forma fisica, ginnasta, cavallerizza, disponibile addirittura a un ménage da coppia aperta, sibila con tristezza che “a quarant’anni ci si dissolve” e sembra riflettere in sé i cigolii di un impero tanto vasto quanto arduo da tenere unito, è una donna del disincanto che vive in anticipo la finis Austriae, il crollo dell’assolutismo.

Lo avverte tra le pieghe di varie sollevazioni popolari e ne è consapevole pure il figlio Rodolfo (Aaron Friesz), neanche ventenne, per quanto attanagliato dal senso del dovere dinastico: “La monarchia è morta” dice alla madre, “Non lo dire a tuo padre”, gli risponde Sissi. Rodolfo morirà suicida a Mayerling nell’89 con l’amante Maria Vetsera, altra vicenda ben saccheggiata al cinema. Per nulla insofferente è per contro la piccola Valeria, figlia che ha introiettato il ruolo di principessa ed è lontana anni luce da Sissi, al punto di non riconoscerla, in una scena straniante indimenticabile.

Tra essere e dover essere

Imperatrice dal temperamento “rock”, sembra la sorella maggiore di “Miss Marx”, ovvero Eleanor, l’irrequieta, vitalistica, combattiva figlia minore del filosofo di Treviri alle prese con un compagno di vita abbastanza indegno. L’Eleanor di Susanna Nicchiarelli (il suo film del 2020 ha segnato una tendenza) si ribella al patriarcato, Sissi i conflitti se li deve, come usa dire oggi, gestire. E non ci riesce. Debole di nervi, forse sofferente di anoressia, autopunitiva con cene a base di fettine d’arancia, ben oltre qualsiasi logica dieta, cerca l’evasione nei viaggi e sarebbe lieta di avere qualche commercio carnale col cugino Ludwig, re di Baviera (il bravo Manuel Rubey), per altro in odore di sodomia e bislacco decadente. I due, entrambi impari alle bisogna del rango, s’intendono. Buon sesso potrebbe invece nascere tra Sissi e Bay Middleton (Colin George) maestro d’equitazione bruno e affascinante incrociato durante un viaggio in Inghilterra, a casa Spencer (guarda caso).

Non se ne fa nulla, erano tempi che prevedevano l’internamento per le adultere, come Sissi avrà modo di constatare di persona durante una visita nel reparto femminile di un manicomio, dove porta in dono vezzose scatolette di violette candite. In un ospedale per feriti di guerra arriverà a sdraiarsi a letto con un militare amputato di una gamba per fumarci insieme una sigaretta. Alla faccia dell’etichetta.

Il conflitto tra essere e dover essere in questa donna che non ha letto Nietzsche e Freud ma ne vive sulla propria pelle il potenziale culturalmente rivoluzionario, da cambio d’epoca, diventa gravoso. Lei sa di valere più dell’imperatore, lo vince a scherma, non si fa mettere a tacere durante una discussione sul destini dell’Ungheria. E il corpo amato viene rifiutato, Sissi si leva un peso tagliando la fluente capigliatura, vanto d’antan, manda una sua controfigura con veletta nera agli incontri pubblici. E poi questo non è (solo) un biopic e Sissi scopre una piccola via di fuga in Louis Le Prince (Finnegan Oldfield), un predecessore dei Lumière realmente esistito e mai in effetti incontrato, che gira qualche breve sequenza con l’Imperatrice: eccola che mostra la lingua, va a cavallo, saltella qua e là, urla la sua rabbia muta (“Non si sente la voce, vero?” chiede per precauzione). Ha trovato un’altra dimensione, lì è libera. La grande, ultima fuga avverrà durante un viaggio italiano, la Sissi di Marie Kreutzer si uccide gettandosi in mare da un bastimento, mentre l’imperatrice storica verrà accoltellata nel 1898 a Ginevra da un anarchico italiano, Luigi Lucheni. “Dietro a una donna, ce n’è sempre un’altra, come se ci fosse una società segreta dietro di noi”, parole di Vicky Krieps.

“Il corsetto dell’imperatrice” è stato girato con un’abile economia di mezzi, evitando scene urbane di massa e concentrandosi sugli interni di magioni un po’ délabré ma perfettamente funzionali alla poetica del film, ottimamente fotografato al naturale da Judith Kaufmann. E fa la sua parte una suggestiva colonna sonora, a partire dalla cover della cantante francese Camille di “As Tears Go By” degli Stones. Hanno coprodotto Austria, in massima parte, Lussemburgo, Germania e Francia, distribuiisce da noi Bim in 168 sale.

E invece “Chiara”…

Sempre nel genere biopic femminile, è nelle sale con 01 Distribution e Rai Cinema “Chiara” di Susanna Nicchiarelli, a completare una trilogia iniziata nel 2017 col bellissimo “Nico, 1988”, sugli ultimi anni di vita della cantante dei Velvet Underground e proseguita col citato “Miss Marx”, lavori dove ancora scorre la fresca vena dell’esordio, nel 2009, con “Cosmonauta”. “Chiara” è Santa Chiara d’Assisi, nata nel 1194, nobile fanciulla votatasi alla povertà predicata da San Francesco, così scomoda e libera dai binari dogmatici da andare in urto frontale con madri badesse, clausure e diktat del pontefice Gregorio IX. Nicchiarelli ama decostruire e rimontare le sue eroine, con tocchi di contemporaneità, a indicare la sempiterna fatica delle donne in un mondo costruito a misura d’uomo, pure sotto le volte di Madre Chiesa. Peccato che stavolta non colga il bersaglio, con una Chiara pop antesignana del femminismo e scene che paiono prese da un musical celebrativo dei figli dei fiori. Poco aiuta l’esangue Margherita Mazzucco, l’Elena Greco della “Amica geniale”, attrice dal becco ancora troppo tenero per reggere il ruolo di una donna carismatica, fondatrice delle Clarisse e rivoluzionaria a suo modo. L’affiancano Andrea Carpenzano nel saio di Francesco, Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia.

Nota a parte per l’italiano volgare parlato in “Chiara”. Nell’“Armata Brancaleone” la neo-vetero lingua dei picari guidati da Gassman era volutamente buffa, divertiva perché si era divertito a crearla Monicelli con Age & Scarpelli, qui il lavoro di sceneggiatura di Nicchiarelli e della medievalista Chiara Frugoni, recentemente scomparsa, sortisce talvolta effetti strambi involontariamente. Per uscirsene con frasi come “appiccia lo foco e monda li funghi” ci vuole il contesto giusto, altrimenti la frana è dietro l’angolo e la memoria corre irriverente a vecchi B-movie scollacciati come “Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno”.

Non salva il film qualche flebile eco del rosselliniano “Francesco giullare di dio” (1950), sovrana purezza formale che si fa mistica. Un altro mondo proprio e, visto che siamo in vena di rimpianti, ci sarebbe da citare, oltre al “Francesco” di Liliana Cavani, “Tre nel Mille” di Francesco Indovina (1969) con gli sgangherati, affamati, medievalmente veracissimi Franco Parenti, Carmelo Bene e Giancarlo Dettori. In “Chiara” al massimo ci si può consolare con l’immancabile iniezione musicale contemporanea, nel caso la canzone “Le cose più rare” di Cosmo: “Ci ho provato, lo giuro / ma non riesco a capire / cosa cazzo è successo / mi sembra di affogare”. Sigh.