Tra “bari” e king maker la partita del Colle ha troppi tavoli e nessun candidato

A meno di due settimane dall’inizio delle votazioni, la partita del Quirinale si gioca ancora su tanti tavoli separati. C’è innanzitutto quello dei “bari”: il centrodestra, a parole compatto sulla candidatura di Silvio Berlusconi ma nella realtà alla ricerca del modo più soft per affossarla sul nascere. C’è poi quello del Pd e dei grillini, che non appaiono compatti neppure a parole, dove le opzioni si arricchiscono ogni giorno che passa. Da qualche tempo è stato apparecchiato il tavolo degli aspiranti king maker, ovvero Matteo Salvini (che gioca dunque in due squadre) e Matteo Renzi, che – alla pari di Berlusconi – non intende stare in panchina anche se il suo consenso elettorale arriva a mala pena al due per cento. In una seconda squadra comunque gioca pure lui, quella dei centristi di Toti e Brugnaro e di altri cani sciolti, costola del centrodestra e forse no. Per chiudere il quadro ci sono i parlamentari sparsi nel gruppo Misto, che vanno alla partita più importante della loro carriera politica con un solo obiettivo: evitare che uno scontro fragoroso tra i grandi elettori travolga la legislatura e metta fine al loro mandato. (E comunque qualcuno ha già avuto il suo piccolo momento di gloria: una telefonata personale di Silvio Berlusconi, “il signore del bunga bunga”…).

Un nome “autorevole” di centrodestra

Provare ora ad attribuire dei nomi ad ogni tavolo è l’operazione più complicata. Del tavolo dei “bari” si è già accennato: Berlusconi è pesantemente in campo ed è impossibile dirgli apertamente di no. Il problema è come e quando l’anziano fondatore di Forza Italia potrà capire di non avere possibilità di successo. Alla quarta votazione (ovvero la prima per la quale è sufficiente la maggioranza assoluta), quando saranno i numeri certificati a far tramontare le sue ambizioni? E come reagirà in quel caso l’ex capo del centrodestra? Un problema non da poco per Salvini, Giorgia Meloni e per gli stessi esponenti di Forza Italia alla ricerca del cosiddetto piano B. Che consisterebbe in un nome “autorevole” di centrodestra gradito o comunque non osteggiato dal centrosinistra. Da qui una serie di ipotesi oggettivamente di scarso appeal: Marcello Pera, Letizia Moratti, Elisabetta Casellati… In subordine, uscendo da quell’area, il candidato-non candidato, Mario Draghi, la cui elezione al Quirinale aprirebbe la partita del nuovo premier e del rinnovato esecutivo di unità nazionale.

Il nome di Draghi compare anche sul tavolo dei partiti del centrosinistra e dei 5 Stelle: più dei primi, in realtà, che dei secondi. La preoccupazione espressa da Enrico Letta è chiara e difficilmente contestabile: evitare che una risorsa come quella rappresentata dall’ex presidente della Bce finisca per essere travolta dalle macerie della battaglia del Quirinale, sia nel caso che sia proprio lui il candidato alla presidenza della Repubblica sia che debba continuare la sua azione alla guida del governo. Comunque vada ci sarebbe da rinnovare il patto che ha dato vita all’attuale esecutivo: questo al momento è l’unico punto di incontro con la Lega e con Salvini.

Il no di Mattarella al “bis”

I 5 Stelle, dal canto loro, rischiano di deflagrare prima ancora che inizi la partita: il loro leader Giuseppe Conte ha espresso una preferenza per una donna, anche e forse preferibilmente espressione del centrodestra, mentre buona parte dei parlamentari-grandi elettori propendono per un bis di Mattarella, incuranti dei no ripetuti a più riprese dal presidente uscente. Né gli uni, né gli altri, evidentemente, sono pronti a spendersi per Draghi. Anche da una parte del Pd, comunque, la riconferma di Mattarella sul Colle e di Draghi a Palazzo Chigi sarebbe la soluzione migliore per concludere la legislatura e portare a compimento la mission intrapresa un anno fa sul piano sanitario, economico e sociale. Si vedrà.

E il tavolo Salvini-Renzi? Il senatore di Rignano – non si capisce a che titolo – riconosce al leader leghista il diritto di dare le carte, tra le quali cerca di inserire qualche suo candidato, come Pierferdinando Casini, ma a quanto pare senza trovare per ora grande ascolto. Così i centristi che un po’ giocano di sponda con Salvini, un po’ in proprio. Risultato: troppi tavoli, troppi candidati, nessun tavolo, nessun candidato. Almeno fino al 24, quando non ci sarà più tempo per bluff e rese dei conti (nel centrodestra innanzitutto) e bisognerà iniziare a fare sul serio. L’istinto di sopravvivenza del Parlamento può fare anche il miracolo (un presidente davvero autorevole e condiviso) ma è meglio non farci troppo affidamento.