Il Pd sa ancora vincere
ma la febbre populista
resta alta

Il centrosinistra (meglio: il Pd) è vivo, il governo può andare avanti, ma la febbre populista è ancora alta. Il sostanziale pareggio, contro ogni previsione, nelle elezioni regionali di fine estate restituisce fiducia al campo democratico soprattutto per i successi determinanti di Toscana e di Puglia. Oltre la scontata Campania. Il fatto stesso che oggi il centrosinistra possa brindare per l’esito del voto regionale – in cui ha perso un’altra regione storica come le Marche – la dice comunque lunga sull’egemonia delle destre vecchie e nuove in questo Paese.

Un’egemonia rafforzata in qualche modo dal netto successo del sì al referendum sul taglio dei parlamentari, il cui segno populista è evidente, al di là delle buone intenzioni di Zingaretti e di una parte del Pd, la cui consistenza si vedrà quando saranno noti i flussi elettorali. Non è un caso se i 5 Stelle – travolti ovunque alle urne – si siano precipitati a incassare il risultato.

Sospiro di sollievo del governo

Anche il governo può tirare un sospiro di sollievo: il voto amministrativo era probabilmente lo scoglio politico più pericoloso da qui alle elezioni in alcune grandi città nella prossima primavera. Ma allo stesso tempo finiscono tutti gli alibi per il premier Conte e il suo esecutivo. Cos’altro si dovrà aspettare ora per modificare radicalmente i decreti sicurezza di Salvini? Quando si potrà accedere finalmente al Mes e ai suoi finanziamenti sempre più indispensabili per la sanità pubblica? In che misura le scelte riformiste caratterizzeranno il Recovery plan, ovvero il piano da 210 miliardi concessi all’Italia dal programma Next Generation Ue?

Sarà soprattutto questa la partita del Pd. Le urne regionali e anche quelle – stando agli exit poll – di alcune importanti città come Mantova o Trento, hanno premiato chiaramente le liste e i candidati del Partito Democratico, che su scala nazionale si profila di nuovo come primo partito. Sono invece ormai residuali i consensi dei 5 Stelle, ovunque precipitati a percentuali da Psdi. Così come è clamorosamente fallita l’operazione renziana di Italia viva, con un esordio flop ovunque, persino in Toscana.

Fragile l’alleanza strategica Pd-M5S

Alla luce di questi risultati appare ancora più fragile la proposta di un’alleanza strategica con i grillini. Non è un caso se nell’unica regione in cui si è potuta percorrere questa strada – la Liguria – l’alleanza giallorossa sia stata sconfitta, esattamente come era accaduto in Umbria. Così nelle suppletive per un seggio senatoriale a Sassari: il candidato unitario di Pd e 5 Stelle è stato superato da quello della destra. Forse per il Pd sarebbe meglio dedicarsi alla riorganizzazione del campo del centrosinistra, tuttora debole e frammentato, per sfidare le destre con proposte (e valori) più coerenti.

La sconfitta di Salvini

A destra il grande sconfitto è Salvini. E’ vero che a perdere le sfide decisive sono stati tutti e tre i partiti – la leghista Ceccardi in Toscana, il forzista Caldoro in Campania e Fitto (Fratelli d’Italia) in Puglia – ma è soprattutto l’ex ministro dell’Interno a subire i rovesci più clamorosi. In Toscana è fallita l’operazione di conquista di una roccaforte storica della sinistra, così come era avvenuto in Emilia Romagna, e la lista della Lega rimane nettamente al di sotto del Pd. Persino dove la destra ha stravinto come in Veneto, la lista Lega Salvini-premier è stata surclassata da quella personale del presidente Zaia. Forse anche lì qualcosa potrebbe ora cominciare a muoversi.

Per il No risultato dignitoso

Infine il referendum. Il recupero in extremis del No si è fermato poco al di sopra del 30 per cento, un risultato dignitoso ma nulla più, nel contesto-politico populista e anti-parlamentare, mascherato sotto la demagogica definzione di “guerra alla casta”. La febbre forse sta calando ma la temperatura resta alta.