Tornano i gialloverdi (più B) e affondano Draghi. Per il Pd ora è un rebus

Alla fine la coalizione giallo-verde (con l’aggiunta dell’azzurro berlusconiano) è tornata e ha completato l’opera. La legislatura si chiude come era cominciata, nel segno del populismo. Il governo Draghi viene affondato, nel pieno di una crisi economica ed energetica drammatica, di una guerra devastante e di una pandemia non ancora sconfitta. Valgono più le rivendicazioni dei tassisti rispetto ai miliardi di taglio del cuneo fiscale, vale più il monopolio dei balneari rispetto ai miliardi ancora da assegnare all’Italia dal Pnrr una volta completate le riforme richieste dall’Unione europea per la concorrenza, la giustizia. Vale più il risentimento di un leader di partito (anzi di movimento) di una legge di bilancio per mettere in sicurezza i conti del Paese.

La sbagliata tentazione del premier

Nel suo discorso mattutino Mario Deaghi era incorso nella solita tentazione di contrapporre la società civile (i sindaci, le imprese, i settori produttivi) alla politica, ma poi con fermezza tutta politica aveva tenuto la barra dritta, sfidando gli ultimatum di Conte e di Salvini. Qualcuno ha sottolineato la sua durezza, attribuendole l’esito negativo della giornata. Può darsi, ma va dato atto al premier che, a differenza del suo predecessore, non è andato alla ricerca dei vari Ciampolillo e dei cosiddetti responsabili per restare al suo posto a ogni costo. Rivolto alla Lega: nessuna ulteriore concessione sulla riforma della concorrenza, nessun passo indietro sul sostegno anche militare all’Ucraina, nessuno scostamento di bilancio o sulla cosiddetta pace fiscale. Stesso discorso ai 5 stelle sulla guerra e sul bilancio, con in aggiunta la conferma di una modifica del reddito di cittadinanza. L’unica parziale apertura ha riguardato l’agenda sociale: Draghi ha tentato soprattutto di inserirla nella cornice europea a proposito del salario minimo (la Commissione guidata dalla Von der Leyen ha già votato una raccomandazione al riguardo), mentre ha confermato l’intervento del governo per ridurre il cuneo fiscale. (Piccola divagazione: ma chi ha eletto Conte paladino dei più deboli, lui che è stato per tre anni alla guida di due governi e non ha fatto nulla per i lavoratori sottopagati e per i precari?).

Salvini e Berlusconi hanno colto la palla al balzo per tentare di spostare a destra il baricentro dell’esecutivo e della maggioranza, chiedendo un nuovo governo con un nuovo programma e nuovi ministri. Draghi sostenuto dai partiti che con più coerenza l’hanno appoggiato (in primis il Pd ma anche Iv, i centristi e Ĺeu) si è sottratto alla trappola ed è andato di fatto allo scontro con una parte dei suoi ex sostenitori.

Si è verificata la tempesta perfetta

La campagna elettorale è di fatto iniziata subito sui banchi del Parlamento, con nuovi attacchi all’Europa e nuove denunce di sbarchi di massa degli immigrati da parte della Lega e dei postfascisti di Fdi, richieste di flat tax eccetera.  La destra, divisa fino a ieri sul governo, può ora ricompattarsi, anche se non è chiaro che cosa Salvini e Berlusconi possano inventarsi per rigettare la leadership di Giorgia Meloni. Il centrosinistra invece è in alto mare: il cosiddetto campo largo sta evaporando, nonostante le capriole dialettiche di qualche irriducibile. E ancora non si intravede una strada alternativa. Il partito di Conte vale elettoralmente ormai uno o due punti in più di quello di Calenda: anche ai più cinici è chiaro che non sarà mai la carta vincente. E dopo l’ennesima prova di irresponsabilità ce lo vedete un elettore democratico votare un 5 stelle in un collegio uninominale?

Oggi Draghi salirà al Quirinale per dimettersi. È la tempesta perfetta, come teme il commissario europeo Paolo Gentiloni, il trionfo degli irresponsabili come ribadiscono Letta e Renzi. Nuove scissioni sono all’orizzonte tra i 5 stelle ma anche a destra. Ma questa è un’altra partita che a questo punto vale per quel che vale.