Tassare i ricchi per dare ai giovani, Letta ha ragione sulle disuguaglianze

I numeri parlano chiaro. Crescono le disuguaglianze in Italia. Tra classi sociali e tra generazioni. Eppure una proposta come quella del segretario Pd Enrico Letta per un limitato aumento di tassazione a carico dei più ricchi e una redistribuzione di risorse a favore dei giovani attraverso una modifica dell’imposta di successione, ha scatenato un vespaio di reazioni politiche. Che non cancellano il valore politico di un primo passo verso la giustizia intergenerazionale che ci avvicini agli altri grandi paesi d’Europa.

Partire dalla premessa, le crescenti disuguaglianze, è fondamentale. Nell’arco temporale compreso tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza posseduta dal 50% meno benestante degli italiani adulti – circa 25 milioni di persone – è crollata dall’11,7% al 3,5% del totale nazionale. Tutto ciò mentre sul versante opposto i 50mila cittadini più facoltosi, pari allo 0,1% della popolazione italiana, quasi raddoppiavano la loro quota di ricchezza dal 5,5% al 9,3%. I dati sono contenuti in un recente studio intitolato The concentration of personal wealth in Italy e firmato dagli economisti Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e Salvatore Morelli.

Si allarga la forbice tra ricchi e non

In una recente intervista ad Avvenire , Morelli ha spiegato come il pensiero economico dominante degli ultimi decenni, secondo il quale tagli della spesa pubblica e crescita del settore privato avrebbero diffuso la ricchezza a tutti sia stato clamorosamente smentito: “Abbiamo invece assistito – ha detto l’economista dell’Università Roma Tre – a una sorta di inversione delle fortune e dei destini, con un crollo della ricchezza media di quasi l’80% per la metà della popolazione che sta più in basso nella scala sociale”. E nel confronto internazionale? Anche se il livello attuale di concentrazione della ricchezza è in linea con gli altri maggiori paesi europei, come Germania, Francia e Spagna, l’evoluzione nel tempo, con il declino della ricchezza per la metà meno benestante della popolazione, è in Italia la più accentuata con una dinamica più simile agli Stati Uniti.

Ma la disuguaglianza in Italia ha anche un carattere smaccatamente generazionale. A marzo 2021, ultimo dato Istat, la disoccupazione giovanile risultava ben sopra il 30%; siamo al 33,7%, a fronte di un tasso generale di disoccupazione del 10,1%. Peggio di noi in Europa solo Spagna e Grecia. A questa difficoltà di inserirsi nel mercato del lavoro, per i giovanissimi si è aggiunto un preoccupante gap di competenze – tra il 30 e il 50% in matematica e nelle lingue – per via della scuola “a singhiozzo” che va avanti da un paio d’anni. Non solo. Durante i mesi del lockdown, l’Istat ha stimato che circa tre milioni di studenti di età compresa tra i 6 e i 17 anni hanno avuto difficoltà a seguire le lezioni nella modalità didattica a distanza, soprattutto per carenza o inadeguatezza dei dispositivi informatici in famiglia. Tale situazione è accentuata nel Sud, dove interessa circa il 20% dei minori.

La situazione è preoccupante anche per i laureati. L’Italia (qui i dati sono pre-pandemia) si colloca tra gli ultimi posti, con un tasso di laureati fra i più bassi d’Europa, pari al 27,8% nel 2018, a fronte di una media europea pari al 40,7%, e un tasso di occupazione dei neolaureati pari al 56,5% nel 2018 (rispetto a una media europea dell’81,6%), superiore solo a quello della Grecia. E in questi mesi la situazione non è certo migliorata.

La dote da 10mila euro

La proposta di Letta (che prende spunto anche dal lavoro del Forum Disuguaglianze e Diversità di Fabrizio Barca) alla quale hanno anche lavorato l’ex viceministro e responsabile economico Antonio Misiani e la responsabile dei giovani Chiara Gribaudo, mira a costituire una ‘dote’ di 10 mila euro una tantum per circa la metà dei 18enni italiani, utilizzando il criterio di selezione dell’Isee familiare. Anche se i dettagli restano da definire, la misura è pensata per dispiegarsi nel tempo a favore della generazione che oggi è compresa tra I 13 e i 17 anni con l’assegno che ogni anno arriverebbe a circa 280 mila ragazzi e ragazze. L’unico vincolo sarebbe quello di destinazione: la somma andrebbe spesa per costi universitari, di formazione o istruzione (anche per pagarsi l’alloggio se si sta fuori casa) o per avviare un’impresa.

La misura, che ha un costo stimato pari a 2,8 miliardi, sarebbe finanziata da un aumento dell’imposta di successione a carico solo dell’1% degli italiani. Tale modifica avverrebbe con una revisione delle aliquote nel senso di una maggiore progressività rispetto a oggi, ma mantenendo la franchigia di un milione di euro per ogni erede attualmente in vigore ed elevando al 20% la tassazione massima per le eredità e donazioni tra genitori e figli sopra i 5 milioni di euro. Va ricordato che oggi in Italia si paga un’imposta di successione del 4% per eredità in favore di coniugi o parenti in linea retta; del 6% in favore di fratelli e sorelle (con franchigia di 100 mila euro in questo caso per ciascun beneficiario); sempre del 6% in favore di parenti fino al quarto grado e fino all’8% per le somme trasferite a tutti gli altri soggetti, in questi casi senza alcuna franchigia.

Redistribuire, ma come?

Un’imposta di successione più progressiva avvicinerebbe l’Italia al resto d’Europa visto che l’aliquota tricolore del 4% tra genitori e figli è una delle più basse del Vecchio Continente. In Francia l’aliquota varia dal 5% al 60% con un valore medio del 45%; in Germania la tassa di successione si colloca tra il 7% e il 30% mentre nel Regno Unito la tassa di successione applica un’aliquota del 40%. La Spagna si colloca tra il 34% e un’aliquota massima che può toccare l’86% mentre in Belgio il livello della tassazione è compreso tra il 30% e l’80%.

Vincenzo Visco, ex ministro dell’Economia, uno dei massimi esperti fiscali italiani se da un lato non ritiene che la sola imposta di successione possa fornire un contributo risolutivo alla riduzione delle disuguaglianze economiche, in un commento pubblicato da Inpiù, spezza una lancia a favore dell’iniziativa del segretario del Pd e del suo spirito politico. “In effetti Letta – sottolinea Visco – è il primo segretario del Pd che ha il coraggio di proporre un aumento di tassazione esplicitamente collegato a un processo di redistribuzione: dai defunti ricchi, ai giovani. Se riferita all’intero sistema fiscale si tratta di un intervento marginale, poco rilevante, salvo per i ricchi veri. Il fatto che abbia suscitato la levata di scudi cui abbiamo assistito la dice lunga sulla profonda crisi culturale ed etica che oggi caratterizza la cultura politica, non solo della destra italiana, ma anche della stessa sinistra: le tasse sono tabù, l’evasione fiscale si deve combattere solo a parole, i ceti benestanti non possono essere toccati, i ricchi, quelli veri, non devono essere neppure evocati e tanto meno disturbati. Il bello è – puntualizza l’ex ministro – che storicamente l’imposta di successione è il prelievo preferito dal pensiero liberale classico, da Stuart Mill a Luigi Einaudi, in quanto si riteneva disdicevole il fatto che il nipote imbecille di un nonno intelligente continuasse a vivere di rendita senza lavorare. L’orientamento culturale dei nostri politici risulta quindi più prossimo all’ancient régime che al pensiero liberale. Questo fatto meriterebbe qualche riflessione e un contrasto politico esplicito e duro”.

Un secondo caveat Visco lo dedica allo strumento, troppo indiscriminato, scelto per sostenere i giovani. “Quello che invece mi lascia del tutto perplesso, anzi fortemente contrario, rispetto alla proposta Letta (e prima di lui di Fabrizio Barca), è la destinazione dei proventi. Sarebbe ora, soprattutto a sinistra – sottolinea Visco – di farla finita con le erogazioni monetarie a pioggia, con i bonus volti ad ottenere un facile consenso, e sicuramente destinati ad un inutile spreco di risorse pubbliche. Esistono decine di proposte utili per i nostri giovani e preferibili all’erogazione di 10 mila euro una tantum”.

La proposta del segretario Pd, fondata su elementi fattuali difficilmente confutabili, è insomma certamente passibile di miglioramenti. Ma non è estemporanea e, nell’ottica di una riforma fiscale complessiva, potrebbe trovare anche un atteggiamento più aperto da parte del premier Mario Draghi. Anche in considerazione del fatto, per citare le recenti dichiarazioni di Letta, che “la riduzione delle disuguaglianze è un obiettivo delle classi dirigenti dei Paesi occidentali”.