Ucraina: tocca all’Europa
cercare la via della de-escalation

L’escalation della guerra sembra compiere ogni giorno, quasi ogni ora che passa un passo verso il disastro. Le prospettive di fermarla si fanno sempre più complicate, tra la cieca determinazione di Vladimir Putin a raggiungere una vittoria sul campo che ormai non si capisce neppure più in che cosa dovrebbe consistere e le contraddizioni e le divisioni nel campo occidentale: un gioco nel quale anche Volodymyr Zelensky ha una sua parte. A questo punto chi è ancora in grado di prendere l’iniziativa di una de-escalation prima che l’inerzia degli eventi porti il confronto a un esito tragico? Tra gli europei, alcuni paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche e, con qualche contraddizione, la stessa Ucraina di Zelensky sembrano aver scelto la strada del confronto duro nella convinzione di poter buttar fuori dalla scena Putin (senza porsi il problema di chi gli succederebbe). Altri, come la Francia di Emmanuel Macron sono semiparalizzati dalle elezioni o, come la Germania di Olaf Scholz, indeboliti dagli antichi amoreggiamenti con Mosca a suon di investimenti d’oro e di gas. Oppure balbettano, come l’Italia quando si prospetterebbe la necessità di dire qualcosa di diverso da quello che si dice a Washington. La Commissione di Bruxelles pare aver fatto subito rientrare la road map che pareva aver offerto a Zelenski offrendogli un percorso rapidissimo verso l’ingresso nella UE in cambio di un compromesso su territori che c’è il serissimo rischio che alla fine perda lo stesso.

Gli avvenimenti in fila

Resta, come vedremo, la residua speranza di un’iniziativa europea, ma bisogna riconoscere che al momento, mentre la situazione precipita, nessuno sembra avere la chiave giusta per indicare soluzioni credibili. Quello che si può fare è prendere in esame, uno per uno, gli elementi il cui combinato disposto, nelle ultime ore, ha prodotto il drammatico e rapidissimo aggravamento della crisi e cercare di capire se e come ciascuno di essi possa essere disinnescato. Mettiamo gli avvenimenti in fila.

  • L’affondamento della Moskva. È la prima mattina di ieri quando il bombardamento di una fabbrica di missili a Kiev, che da parecchi giorni veniva risparmiata, lascia intendere che i russi hanno preso atto anche agli occhi del mondo del fatto che l’affondamento dell’incrociatore più importante della loro flotta non è stato un incidente (comunque disastroso dal punto di vista dell’immagine) ma un clamoroso successo militare degli ucraini. La fabbrica dei missili Neptune, quelli usati contro la nave, è stata colpita per vendetta e anche per impedire la costruzione di nuovi ordigni così pericolosi per il futuro della guerra sul mare. Ma il riconoscimento del fatto che il nemico ha colpito un “pezzo di Russia”, ben più importante degli obiettivi sul territorio della Federazione nelle immediate retrovie del confine centrati nei giorni scorsi, porta con sé un altro riconoscimento: la messinscena dell’operazione speciale dagli obiettivi precisi e delimitati non regge più. Nessuno in buona fede ci aveva mai creduto, di fronte alle uccisioni di civili e alle devastazioni criminali che si sono viste per cinquanta giorni, ma ora non si può non cambiare registro. Le fonti ufficiali ieri tacevano, ma le voci della propaganda sui media del regime, a cominciare dai talkshow in tv, reclamavano a gran voce la formale dichiarazione di guerra.
  • La dichiarazione di guerra. Molti osservatori già ieri hanno cominciato a dare per scontato che l’ufficializzazione dello stato di guerra avverrà nel giro delle prossime ore. Qualcuno si chiederà che cosa cambia, considerato il fatto che la loro spezoperatija i russi finora l’hanno condotta con tutti i crismi più spietati della guerra “vera”. In realtà qualcosa cambia e non è di poco conto. Con la dichiarazione di guerra il governo può imporre la coscrizione obbligatoria generalizzata e può legittimamente chiedere l’entrata in guerra degli stati formalmente alleati della federazione: la Bielorussia, intanto, e poi l’Armenia e i sei stati dell’Asia centrale che hanno firmato il Trattato di Alma Ata nel 1991. A parte, forse, il Kazakhstan, in termini di risorse tecniche da questi paesi la Russia non può aspettarsi molto, ma in termini di soldati sì e secondo tutti gli analisti la carenza di fanti è una delle principali ragioni delle difficoltà che le truppe di Putin stanno incontrando sul terreno.
  • Le armi nucleari tattiche. Quello che finora era un puro esercizio teorico, l’uso di ordigni nucleari di potenza limitata (TNW) sul teatro convenzionale, da ieri è diventata un’ipotesi concreta da inserire nei piani di difesa militari. L’eventualità che un Putin “disperato” per l’andamento negativo della guerra decida di compiere quel passo dell’escalation è stata evocata apertamente, ieri, dal direttore della CIA William Burns ma, quel che ha colpito in modo più forte e diretto gli osservatori, è stata considerata come una “possibilità da considerare” dal presidente ucraino. Zelensky ha detto in un’intervista alla CNN di essere preoccupato, “come tutti nel mondo dovrebbero esserlo”. A differenza degli Stati Uniti e della NATO la Russia ha inserito le armi nucleari di piccola potenza nella sua strategia e, come scrisse tempo fa strisciarossa (https://www.strisciarossa.it/ucraina-lincubo-delle-bombe-nucleari-tattiche/) sulla base di documenti e analisi occidentali, non si può escludere che in condizioni estreme Mosca decida di far esplodere una piccola bomba, magari solo a scopo di deterrenza sul mare, contando sulla ritrosia degli Stati Uniti a rispondere con un ordigno strategico.
  • L’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Ieri tanto la prima ministra finlandese Sanna Marin che quella svedese Magdalena Andersson hanno un po’ smorzato gli entusiasmi che si erano accesi nei giorni scorsi nei loro paesi sulla prospettiva di un rapido processo di adesione alla NATO. L’una e l’altra hanno insistito sui “problemi” che dovrebbero essere risolti prima, ed è parso di capire che per quanto riguarda Helsinki chi insiste per una forzatura sui tempi siano soprattutto ambienti legati al ministero degli Esteri e alla ministra degli Affari europei Titty Tuppurainen. Il problema più grosso sarebbe rappresentato dal pericolo di rappresaglie russe cui la Finlandia si troverebbe esposta nell’intervallo di tempo che intercorrerebbe tra l’annuncio della domanda di adesione e l’adesione vera e propria, soltanto dopo la quale entrerebbe in vigore articolo 5 del Trattato NATO che prevede l’entrata in guerra di tutti i membri dell’alleanza nel caso che uno dei paesi che ne fanno parte venga aggredito. Ma senza ricorrere a questa ipotesi estrema, molti osservatori fanno notare che in termini di sicurezza del proprio territorio la Finlandia avrebbe poco da guadagnare entrando nella NATO. Già ora il paese è inserito in una rete di accordi che prevedono esercitazioni comuni, condivisione di intelligence, assistenza in fatto di armi con i paesi occidentali e questa collaborazione è stata notevolmente rafforzata dopo l’aggressione di Putin all’Ucraina. Nella NATO Helsinki si troverebbe nella necessità di presidiare e difendere con sistemi di difesa credibili (e costosi) gli oltre 1300 chilometri di confine con la Russia. C’è da dire a questo proposito che mentre nei giorni scorsi le reazioni ufficiali russe alle prospettive di adesione alla NATO dei due paesi nordici erano stato piuttosto contenute, ieri sono venute pesanti bordate dalla portavoce del ministero degli Esteri Marija Zacharova e soprattutto dal vice di Putin nel Consiglio supremo di Difesa, l’ex presidente della Repubblica Dmitrij Medvedev. Quest’ultimo ha detto che se Svezia e Finlandia aderiranno allo schieramento occidentale “non sarà più possibile parlare di denuclearizzazione del Baltico” e la Russia “prenderà tutte le misure di difesa necessarie”: in pratica l’installazione di missili nucleari puntati sui due paesi. La partita per i russi è in effetti molto delicata. Se il Baltico diventasse una sorta di “lago della NATO” salvo soltanto la piccola striscia di costa russa tra la Finlandia e l’Estonia a nord e a sud di San Pietroburgo l’exclave di Kaliningrad diventerebbe difficilmente raggiungibile dalla Russia e Mosca potrebbe essere tentata di rivendicare un corridoio di passaggio dalla Bielorussia attraverso la Polonia: un altro contenzioso territoriale in un’area dagli equilibri delicatissimi e le tensioni esplosive. La memoria di quello che accadde con il corridoio di Danzica prima della seconda guerra mondiale può aiutare a capire il problema.
  • Una possibile iniziativa della UE

È proprio su questo quarto elemento, il contenzioso tra la Russia e i due paesi del nord, che potrebbe aprirsi lo spazio per una iniziativa europea. La Svezia e la Finlandia sono neutrali ma appartengono all’Unione europea, fanno parte cioè di una comunità che potrebbe offrire loro le garanzie di sicurezza che i loro popoli, comprensibilmente reclamano e che, com’è testimoniato dai sondaggi, ritengono di poter trovare ormai soltanto sotto “l’ombrello della NATO” (per usare un’espressione per noi storicamente suggestiva). La dissennata avventura di Putin ha avuto, tra i suoi tanti effetti disastrosi, anche quello di distruggere l’equilibrio che era stato garantito per tanti decenni proprio dalla neutralità della Svezia e soprattutto della Finlandia. L’Unione potrebbe farsi promotrice di un’iniziativa per la ricostruzione di un sistema collettivo di sicurezza reciproca sulla falsariga di quello che fu realizzato negli anni ’70 con il processo culminato nell’Atto finale di Helsinki. Il sistema potrebbe appoggiarsi sull’apparato giuridico delle Nazioni Unite che a loro volta sarebbero in grado di indicare soluzioni per la tutela delle minoranze senza che a nessuno venga la tentazione di modificare i confini o anche solo violarli. Esistono esperienze in cui questo approccio ha funzionato e una ce l’abbiamo proprio noi sotto gli occhi nel Sudtirolo.

Utopie mentre la guerra infuria e diventa sempre più crudele? Forse, e però nell’evidente divaricazione degli interessi che si va sempre più manifestando all’interno dell’occidente e della NATO stessa, non sembrano, al momento, profilarsi altre vie d’uscita che non prevedano, quanto meno come un rischio da correre consapevolmente, la prospettiva di una guerra totale e distruttiva. L’Ucraina e la Russia sono in Europa ed è l’Europa che deve cercare la via per farle convivere in pace.