Tina Merlin, un monumento per la giornalista del Vajont

A Belluno, nel trentennale della morte di Tina Merlin, il ministro Federico D’Incà ha raccolto la proposta di dedicare alla giornalista dell’Unità un monumento. Ascoltando anche le molte voci che, dopo l’inaugurazione della bruttissima statua alla spigolatrice di Sapri, hanno fatto notare quanto siano rare le donne ricordate nelle strade, nelle piazze e nei monumenti.

Così l’ha ricordata il ministro: “Tina Merlin era una donna coraggiosa, impegnata in prima linea nelle battaglie sociali e nella ricerca della verità. Una donna capace di lottare per la giustizia, mossa da uno spirito di libertà e uguaglianza nati dalla sua esperienza partigiana. Una giornalista che ha sempre raccontato i fatti, anche a costo di pagare prezzi alti. Allora le donne che riuscivano a diventare giornaliste, in contesti lavorativi spesso fatti di soli uomini, erano pochissime. Lei ce l’ha fatta provenendo da una famiglia umilissima, facendo sacrifici enormi per studiare, emanciparsi e difendere i suoi ideali. È stata la donna simbolo del Vajont, la prima a denunciare la fragilità di quel territorio, la portavoce dei cittadini che si battevano contro le speculazioni dettate dal potere economico. Lo ha fatto con i suoi scritti, con fermezza, lanciando appelli che al tempo rimasero inascoltati. Una delle pochissime voci libere e consapevoli a non essere travolte dal fango di quei giorni”.
Per questo ripubblichiamo questo articolo, uscito sull’Unità il 6 ottobre 2013, di un suo compagno di lavoro. Perché un monumento, importantissimo, non basta da solo a tener vivo il senso del lavoro di una delle più grandi femministe e intellettuali del Paese. Perché è bene che i giovani giornalisti sappiano che, pur rischiando, bisogna cercare la verità e difendere i diritti. Ecco il testo.

Chi era davvero Tina Merlin

Dopo “Vajont” di Paolini e dopo il film con Laura Morante, Tina Merlin divenne un personaggio “incontournable”, come direbbero i francesi. Una di cui non si può fare a meno, ineludibile. E in molti che l’avevano ignorata se non vilipesa, si scoprirono improvvisamente suoi inconsolabili amici. Parlo dei giornalistoni alla Pansa, ad esempio, che probabilmente quando arrivò a Longarone per “La Stampa”, non avrà neppure voluto saperne il nome. O dei Bocca, che difendevano la SADE (la società elettrica proprietaria dell’invaso del Vajont) scrivendo su “Il Giorno” due giorni dopo il disastro nessuno ne ha colpa, nessuno poteva prevedere, nessuno può riparare….tutto è stato fatto dalla natura.

Altro che nessuno poteva prevedere. Per quattro anni Tina aveva raccontato, urlato la verità: mai tragedia era stata più annunciata di questa. Articolo dopo articolo, assemblea dopo assemblea, lei donna, comunista, piccola e anonima corrispondente de l’Unità da Belluno aveva cercato di aprire gli occhi, svegliare le coscienze. Tanto che sarà processata, e assolta, per un articolo del 5 maggio 1959: “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”.

Partigiana prima, giornalista poi

Come spiegò poi la sua non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui. Era una lotta per la vita, per il diritto dei montanari. Di quelle vite dure e rotte come era stata ed era la sua.

Conobbi Tina nel 1975, a Venezia. Cercava collaboratori per la redazione regionale. Lei, che da un retroterra intensamente cattolico era arrivata a essere una comunista convinta ma insofferente alle burocrazie del partito, cercò nelle sezioni del Pci di Venezia dei giovani da inserire in redazione. Voleva evitare che le imponessero qualche piccolo funzionario di federazione. Ovviamente all’inizio fui intimorito, non solo dall’essere arrivato senza rendermene conto in un giornale così importante, ma anche perché avevo di fronte questa compagna (allora si diceva e nessuno se ne vergognava) che mi sembrò subito forte e autorevole. Ma sentii che di lei potevo fidarmi, nonostante le sfuriate pluriquotidiane, gli articoli appallottolati e gettati nel cestino. C’erano ancora le macchine da scrivere e il primo fax, un Infotec arancione che arrivò qualche tempo dopo, era grande come una credenza.

Contro ingiustizie e disuguaglianze

Per molto tempo non seppi davvero chi fosse. Da buona montanara, Tina non parlava di sé. Neppure del “suo” Vajont. E anche di tutto il resto seppi molto tempo dopo. Del fatto che a 17 anni cominciò a fare la staffetta partigiana nel battaglione Manara: Joe il suo nome di battaglia. Bill era invece il nome da partigiano del fratello Toni, medaglia d’argento al valore militare, ucciso dai tedeschi il 26 aprile 1945. Remo era l’altro fratello, alpino, una delle centomila gavette di ghiaccio, scomparso da qualche parte in Russia.

tina merlinNonostante molto tempo passato con Tina, le cene nella sua casa alla Giudecca a Venezia, le discussioni a volte molto animate, con lei che bruciava una sigaretta dietro l’altra, la sua storia precedente l’ho scoperta soltanto leggendo molti anni dopo quel libro struggente che è “La casa sulla Marteniga”, il racconto di come è nata e si è formata la sua ribellione.

La scuola interrotta prima di finire la quinta elementare, mandata a servire a Milano a tredici anni perché così si doveva in quegli anni. “Imparai quella volta, in quel cortile, una cosa nuova: l’emarginazione dei poveri. La sentii nella pelle come una frustata. Ebbi netta la sensazione d’essere considerata diversa dalle mie compagne che abitavano in piazza”, racconta. E nonostante ciò, quella necessità indomita, infinita di rivolta contro tutte le disuguaglianze e le ingiustizie che segnerà la sua vita intera.

Vajont, “Sulla pelle viva”

Nel caso di Tina non si tratta di parole vuote, ma esperienza “Sulla pelle viva”, come intitolerà il suo libro sul Vajont. Il 13 ottobre 1963, con la gola ancora serrata per quello che era appena successo a Longarone, Erto, Casso, scrive su l’Unità delle parole che la definiscono mirabilmente: “Non volevo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la Sade. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita”.