Theodorakis, non solo sirtaki. La sua musica è entrata nel cuore dei greci

Scrivo queste note dalla Grecia. Stamattina una delle radio commerciali più ascoltate, che di solito manda in onda pop internazionale e canzoni greche più o meno attuali, ha cominciato a trasmettere canzoni di Mikis Theodorakis, e solo quelle. Tendendo l’orecchio ho capito che si parlava di lui, rievocando vari momenti della sua vita, e presto ho intuito che era morto. La radio è andata avanti così per tutto il giorno.

Mi sono domandato per quale compositore, intellettuale, politico sarebbe successa la stessa cosa in Italia, tanto più che dopo qualche ora la notizia compariva su tutti i media italiani, e invariabilmente Theodorakis veniva presentato come “l’autore di Zorba il Greco”, “il famoso sirtaki”.

Non solo il Zorba e il sirtaki

Magari qualcos’altro? E sì, lo sappiamo che Theodorakis è noto un po’ in tutto il mondo per quella musica, ma allora c’è da chiedersi se il sirtaki sia così importante per i greci, e se sia sufficiente a giustificare l’ammirazione, la devozione implicita in una giornata intera di trasmissioni (all’interno delle quali, devo dire, il sirtaki non l’ho mai sentito).

Bene, parliamo pure della “Danza di Zorba”, che è il vero titolo di quella musica (Zorba il Greco è il titolo di un film). Theodorakis era stato incaricato di comporre la colonna sonora per il film, tratto da un romanzo di Nikos Kazantzakis, con la regia di Michael Cacoyannis. Nella scena finale Basil, uno scrittore inglese squattrinato (interpretato da Alan Bates), chiede al suo aiutante-factotum Alexis Zorba (Anthony Quinn) di insegnargli a ballare.

Su una spiaggia di Creta i due cominciano a muovere i loro passi, finché la danza diventa travolgente. La musica che Theodorakis crea per questo finale memorabile è diversa dal resto della colonna sonora. È un “piccolo sirtós”, spiegava, un sirtaki (“aki” è il suffisso del diminutivo, nel greco moderno).

Un bel falso d’autore

Ma non è proprio un sirtós, una danza diffusa in varie parti della Grecia (compresa Creta), e quello che Quinn e Bates ballano assomiglia di più all’hasapikós, la danza della corporazione dei macellai di Costantinopoli; poi, la musica non è scritta per gli strumenti tipici della musica popolare cretese, ma per il bouzouki, lo strumento principe del rebetico, la musica popolare urbana del Pireo e delle città della Grecia continentale.

Insomma, il sirtaki è un falso: un bel falso, riuscitissimo, ma non è musica popolare, tantomeno è “la musica greca più autentica” come noi stranieri (e turisti) pensiamo, mentre i greci sogghignano. Se vogliamo, è una tradizione inventata: precisamente in quel 1964 al quale risale il film.

Basta questo per capire la commozione di un popolo davanti alla scomparsa di un compositore? Grazie alle fonti in rete, e a centinaia di filmati e di brani in streaming, oggi è più facile rendersi conto dello spettro amplissimo del lavoro musicale di Theodorakis, difficile da confrontare con quello di qualsiasi altro compositore del Novecento.

La sua storia è anche quella di un combattente per la democrazia, durante la guerra civile, prima e durante la dittatura dei colonnelli, fino agli sviluppi più controversi degli ultimi anni del secolo, quando lasciò il Partito Comunista (uno dei due, in Grecia) in polemica con le divisioni della sinistra, per cercare un compromesso centrista.

La canzone popolare d’arte, e il rebetico

Ma basta solo la sua biografia musicale a farne una figura senza paragoni. Ha studiato con Olivier Messiaen (come Boulez, come Stockhausen), ma poi, subito dopo, ha fondato un genere di “canzoni popolari d’arte” che ha lasciato per sempre la sua impronta sulla popular music greca; ha scritto opere su temi politici brucianti (come l’Olocausto) e cantate, e sinfonie; ha composto colonne sonore (Zorba il Greco, Z, l’orgia del potere, e anche Serpico), e non ha mai cessato di prendere posizione, su temi musicali, sociali e politici, anche sfidando l’impopolarità.
La “canzone popolare d’arte” (entechno laïko tragoudhi), forse, è il suo contributo più importante. Ne condivide il merito con Manos Chatzidakis, il suo collega-rivale, liberale, che per primo aveva sfidato la buona società ateniese con una conferenza nella quale sosteneva che il rebetico, la musica dei marginali, dei borsaioli, dei fumatori di oppio, degli indifferenti (anche alle passioni politiche) doveva costituire la base per lo sviluppo della musica greca del futuro.

Come se Nono o Berio avessero sostenuto a Darmstadt che le canzoni della mala o “Bella ciao” dovessero essere la vera radice della neue Musik italiana.

Musica i versi di Ritsos, Seferis, Elitis, García Lorca

Foto di DanaTentis da Pixabay

Allora Theodorakis lo prende sul serio, e mette in musica un ciclo di poesie di Yannis Ritsos, un poeta letterato politicamente impegnato. Nel 1960 Chatzidakis produce un’edizione discografica di quel ciclo, con un’orchestrazione beneducata e la voce giovanile e pop di Nana Mouskouri.

Ecco che Theodorakis risponde con un’altra edizione, basata sulla voce da taverna di Grigoris Bithikotsis, un “vero” cantante di rebetico, e sul suono di un bouzouki elettrificato e riverberato (uno scandalo perfino per gli amanti del rebetico). Le due versioni scatenano un dibattito inimmaginabile altrove, in tutti gli strati della società. La versione di Theodorakis è nazionalpopolare, quella di Chatzidakis è (ante litteram) radical chic.

Poi Theodorakis continuerà, musicando poesie di Elitis, di Seferis (entrambi premi Nobel per la letteratura), di García Lorca, di altri autori, aprendo una strada che continua ancora oggi, quando i testi delle canzoni sono spesso firmati da poeti di professione: cosicché ai concerti pop in Grecia il pubblico può cantare a memoria versi di Kavafis o di Ritsos, o di autori contemporanei. Che strani questi greci, e chissà perché si commuovono tanto per la morte di un compositore.