“The Beatles. Get Back”: quelle session
sono un capolavoro cinematografico

Come molti spettatori italiani, “beatlesiani” e non, siamo reduci da una full-immersion nel mondo di The Beatles. Get Back, il documentario di Peter Jackson (sì, lui, il regista neozelandese di Il signore degli anelli) da poco messo online dalla piattaforma Disney+. Preveniamo la disperata domanda di molti appassionati: no, per ora non c’è altro modo di vederlo! Uscirà prima poi un dvd/bluray, ma per ora o Disney+ o nulla. Va anche detto che un mese di abbonamento (anche in prova) a Disney+ costa 8,99 euro, meno di quanto spenderemmo per andare al cinema in due… e ovviamente si può vedere un titolo anche cento volte di seguito, cosa che molti dei “beatlesiani” suddetti, siamo sicuri, farebbero e faranno volentieri.

Un progetto nato nel ’69

beatles2Cos’è Get Back? È una canzone dei Beatles, questo lo sanno tutti. Doveva essere il titolo dell’album che i Beatles registrano nei primi mesi del 1969, per poi accantonarlo: più di un anno dopo diventerà Let It Be, ultimo lp ufficiale del gruppo; nel frattempo sarà uscito Abbey Road, uno dei loro capolavori, registrato sempre nel 1969 ma dopo le sessions documentate in questo film. Siamo, dunque, nel gennaio del ’69: i Beatles sono sull’orlo dello scioglimento ma, anche per il disperato bisogno di soldi (la Apple, la loro casa discografica, è un pozzo finanziario senza fondo), pianificano un progetto assai complesso. Punto primo: un nuovo album, che per il momento si intitola appunto Get Back. Punto secondo: un concerto, novità assoluta perché i Beatles non suonano dal vivo dal ’66. Punto terzo: l’album dev’essere registrato come se fosse dal vivo, suonando tutti assieme, senza sovraincisioni – e anche questa è una novità perché tutti sappiamo che capolavori come Sgt. Pepper e l’album bianco sono stati registrati dai quattro senza quasi incontrarsi mai, ciascuno per conto proprio. Punto quarto, ed è il punto che oggi ci regala The Beatles. Get Back, un film. Una troupe guidata dal regista Michael Lindsay-Hogg comincia a riprendere i Beatles durante le sedute di registrazione. Prima negli studi cinematografici di Twickenham, poi negli studi della Apple in Savile Row, centro di Londra, la via dei sarti più eleganti e costosi del mondo. L’idea è, entro gennaio, di riprendere anche il concerto. Che inizialmente dovrebbe tenersi… non si sa dove! Ognuno ha un’idea diversa. Lindsay-Hogg vorrebbe portarli in Libia, in un anfiteatro romano sul mare: tutti in nave, i Beatles, la troupe, gli spettatori. George Harrison chiede, stupefatto: «E quanto cazzo ci vuole per arrivare in nave da Londra alla Libia?». Solo tre giorni prima del 30 gennaio qualcuno ha l’idea folgorante: il tetto della Apple! Ringo Starr è il primo a dire ok, ed è praticamente l’unica volta in tutto il film che prende una posizione. Il resto è storia.

Una storia totalmente diversa

Alt. Il resto è storia, ma una storia che ci hanno raccontato in un certo modo. Né Lindsay-Hogg né gli stessi Beatles si rendono conto, lì per lì, di aver filmato la leggenda. Il regista sognava un film-concerto epocale con un po’ di “dietro le quinte”, una roba normale. I Beatles, dal canto loro, sono troppo “dentro” i propri trip personali. Paul McCartney è l’unico che ci crede ancora, che vorrebbe tenere insieme il gruppo, che chiede “disciplina” durante le prove, che porta una nuova canzone al giorno (e sono robetta tipo Let It Be, The Long and Winding Road, la stessa Get Back). John Lennon è sempre appiccicato a Yoko Ono – che è presente a tutte le sessions e non dice mai una parola – e sta già pensando a New York, il bed-in contro la guerra, la militanza politica, la carriera individuale. George Harrison è sempre più frustrato, non sopporta più McCartney che gli dice come deve suonare le sue parti, ha in testa un sacco di canzoni e vorrebbe fare un disco da solista (quando lo farà, All Things Must Pass, sarà addirittura un triplo, come se gli si fossero rotte le acque dopo anni di glorioso gregariato). Ringo… è Ringo, dà retta a tutti, parlabeatles3 poco, sorride sempre, suona la batteria divinamente (alla faccia di chi l’ha sempre preso in giro) e un giorno si mette al pianoforte, intona la prima strofa di Octupus’s Garden (è la seconda canzone che scrive dopo Don’t Pass Me By) e ammette candidamente: «That’s all I got», è tutto quello che ho. George gli darà una mano a finirla e sarà pubblicata su Abbey Road.

Tutto questo, si sapeva. Perché Lindsay-Hogg, alla fine, un film lo fa: si intitola Let It Be, esce nel 1970, vince persino un Oscar, dura meno di un’ora e mezza ed è, di fatto, la storia dei Beatles che litigano e si sciolgono. Nel ’70 – l’anno della fine – non poteva essere altrimenti. Oggi, alla luce di The Beatles. Get Back, quel film è destinato a passare alla storia come la più grande occasione mancata di tutti i tempi. Perché cosa hanno fatto, la Disney e Jackson? Hanno rimesso le mani sulle centinaia di ore filmate e ne hanno ricavato un film di otto ore che racconta una storia totalmente diversa. Certo, i Beatles litigano. E alla fine si sciolgono. Ma la ricchezza umana e musicale che si racchiude in quel mese di prove, vissuto tutti assieme come non accadeva da tempo, ci regala una testimonianza dall’interno su come lavorano, su come vivono, quattro geni che sono prima di tutto degli amici. Certo, c’è frizione fra John e Paul: ma vederli suonare assieme, rimpallarsi le idee, scherzare, ridere, fare molto spesso i buffoni (soprattutto John) è una cosa che apre il cuore. Certo, George vuole fare il suo disco. E a un certo punto se ne va, lascia il gruppo, ma torna dopo due giorni e dà un contributo formidabile. Quel mese di sessions è l’ultimo canto di questi quattro splendidi cigni, l’ultima volta in cui lavorano davvero in gruppo (e il concerto sul tetto è l’ultima volta in cui suonano assieme dal vivo): Abbey Road sarà di nuovo registrato “a distanza”, ciascuno per conto proprio. Ma è un mese di stupefacente creatività e anche di “gioco”, e sappiamo che in inglese giocare e suonare si dicono entrambi “to play”. Vedendo il film si passano otto ore nel playground, nel campo da giochi dei Beatles. Quando sono stufi di provare le nuove canzoni si rilassano suonando i vecchi standard del rock’n’roll, Chuck Berry, Eddie Cochran, Jerry Lee Lewis, ed è una goduria! Dal punto di vista musicale la grande rivelazione di The Beatles. Get Back è che i Beatles erano ancora una meravigliosa macchina da rock’n’roll, e che avrebbero potuto tenere concerti splendidi, se ne avessero avuto voglia; soprattutto quando – a metà del secondo capitolo – arriva per caso negli studi Billy Preston, il fantastico tastierista che si trova a Londra per caso e viene reclutato lì per lì. Senti questa, Billy, si chiama Let It Be, tu che faresti? E lui va dietro al pianoforte di Paul e improvvisa quella meravigliosa parte di organo elettrico. Sono, né più né meno, epifanie. È come vedere Michelangelo che dipinge la Cappella Sistina. Metto un po’ più di blu qui? Le dita si toccano o non si toccano? La stessa emozione.

Il miglior film del 2021

beatles1Per chi ama i Beatles questo film non ha prezzo, è il più grande film di sempre. Ma essendo, chi scrive, un rockettaro dilettante e un cinecriticone professionista non può esimersi da dire due parole proprio sul film. Peter Jackson ha fatto un lavoro pazzesco. Non solo ha capito che nel materiale di 52 anni prima c’era un’altra storia, assai più bella e potente di quella che conoscevamo. Ma ha realizzato degli step che hanno richiesto anni di lavoro. Step 1: restauro digitale delle immagini a suo tempo girate in 16mm, portandole a una qualità visiva stupefacente. Step 2: recupero di lunghe parti delle quali era sopravvissuto solo il sonoro, restauro del sonoro medesimo. Step 3: quando queste parti sonore sono interessanti (come il dialogo in mensa fra John e Paul dopo che George se n’è andato) sono state inserite nel film “coprendole” con altre immagini. Step 4: recupero di altri filmati, come le immagini girate da Paul durante il viaggio in India di qualche anno prima. Step 5: montaggio di tutta questa roba, capeggiato da Jabez Olssen, un neozelandese che aveva già lavorato con Jackson per i film tratti dall’opera di Tolkien. E qui c’è una scelta, anzi, “la” scelta che fa di The Beatles. Get Back un film epocale, unico, irripetibile. Tenere tutto, o quasi. Non si fa un documentario di un’ora e mezza, come se si dovesse uscire al cinema. Si monta tutto ciò che è bello, tanto la produzione di una piattaforma come Disney+ non pone vincoli di durata. Si sta dentro le situazioni, se sono interessanti, come se fossimo lì, assieme a loro. Si sottotitolano anche in inglese i dialoghi poco comprensibili (tutto il film, su Disney+, ha ovviamente i sottotitoli in italiano). Tutto l’opposto dei documentari oggi alla moda, tutti frammentati, ipermontati, con intervistati anche illustri che parlano al massimo trenta secondi. No. Tempo reale. Altra “trasgressione” importante rispetto alla moda imperante: ogni volta che in un’inquadratura si vede qualcuno – da John Lennon fino al ragazzo che porta il tè delle cinque – compare una scritta in sovraimpressione che ne ricorda il nome e la qualifica. Assieme ad altre scritte esplicative, questo rende il documentario facilmente fruibile, quando oggi – in tanto cinema del reale – sembra volgare, soprattutto poco “autoriale” dare allo spettatore le informazioni necessarie. Pensate a Notturno di Gianfranco Rosi, dove a parte la scritta iniziale non sappiamo mai dove siamo (Siria? Iraq? Turchia?) né chi siano le persone che vediamo sullo schermo. The Beatles. Get Back è un film che parte dall’amore per la materia e dal rispetto per lo spettatore. È un grande film. È sicuramente il miglior film del 2021. Forse, fin d’ora, uno dei migliori del millennio.