Testamento biologico
centrodestra lo blocca

È di ieri la notizia che Emilia Grazia De Biasi si è dimessa all’incarico di relatrice sulla legge sul biotestamento in (non) discussione al Senato. La senatrice, che fa parte del gruppo Pd ed è presidente della Commissione Sanità, pensa così di accelerare l’iter di approvazione portando direttamente in aula il dibattito sulla legge ed evitando i 3.000 emendamenti proposti, in commissione appunto, con un dichiarato intento ostruzionistico, dalla Lega, da Forza Italia e dal partito di Angiolino Alfano.

È di 10 giorni fa la lettera aperta con cui quattro senatori a vita – Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia – hanno denunciato il fatto che «da più di cinque mesi il disegno di legge sul “testamento biologico” è impantanato nella Commissione Sanità del Senato». Il testo è stato infatti approvato dalla Camera lo scorso 20 aprile.

I quattro senatori a vita fanno notare che «il valore giuridico vincolante di un testamento biologico fa parte del corpus dei diritti civili minimi del cittadino». E che intorno al suo riconoscimento giuridico c’è, «da almeno un decennio, il consenso di un’amplissima maggioranza di italiani». Date queste condizioni e dopo i casi di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli e migliaia di altri l’ostruzionismo delle minoranza di destra al Senato è del tutto inaccettabile.

Tanto più che quella in discussione non è una legge che obbliga a un’azione, ma lascia la libertà di un’azione. Anzi di due azioni: una è quella di dare sempre il proprio consenso informato sui trattamenti sanitari che si ricevono compresa l’idratazione e la nutrizione artificiale, come chiedeva Piergiorgio Welby; l’altra sulla Dichiarazione anticipata di trattamento (Dat), con cui chi lo vuole può indicare la sua volontà in merito ai trattamenti sanitari in maniera anticipata e potrà lasciare le sue volontà circa i trattamenti sanitari a cui potrà sottoposto in caso di perdita di coscienza, come ha fatto – anche se non ha scritto – Eluana Englaro.

La legge impantanata al Senato, per usare l’espressione dei quattro senatori a vita, è un legge di libertà a tutto tondo. Riconosce infatti ai medici il diritto di opporre l’obiezione di coscienza a un paziente in gravi condizioni che chiede di “staccare la spina” per giungere con dignità alla morte.

Non c’è, dunque, ragione alcuna – se non quella di un piccolo calcolo elettorale della destra – perché non sia approvata subito, prima che finisca la legislatura. Tanto più che leggi analoghe sono già operative in almeno 12 stati europei e negli Stati Uniti d’America.

Se è vero, infatti, che la Convenzione di Oviedo, che regola in ambito europeo la materia bioetica, riconosce la libertà di cura relativa a ogni trattamento sanitario è alquanto generica sul problema, perché all’articolo 9 recita: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione», senza specificare cosa si debba intendere per «tenuti in considerazione», è anche vero che il testamento biologico ha valore legale ed è vincolante in Austria, Belgio, Croazia, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svizzera, Ungheria. A questi dodici paesi si aggiungono la Francia (dove esiste una legge, non vincolante, che norma la materia) e la Svezia (dove è sempre possibile interrompere i trattamenti sanitari su richiesta del paziente).

Tutti i grandi paesi europei, oltre agli Stati Uniti, hanno dunque una legge analoga a quella “impantanata” in Sanato. E finché il testo non sarà approvato l’Italia farà parte del gruppo di paesi europei – Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia – privi di una legge che riconosca la libertà di cura e il diritto a una morte dignitosa. Con la differenza, rispetto agli altri paesi, che in Italia intorno a questa legge di libertà e di dignità esiste una maggioranza sia in Parlamento che nella società.