Terremoto dell’Aquila, la ferocia di una sentenza

“Una sentenza vomitevole”, dice Maria Grazia Piccinini, la mamma di Ilaria Rambaldi che perse la vita a 25 anni sotto le macerie di via Campo di Fossa. Ma la giudice Monica Croci che parla di “concorso di colpa” e “condotta incauta” delle vittime, sa niente, non ricorda niente di quei giorni a L’Aquila che precedettero la scossa mortale della notte del 6 aprile 2009?

Perché noi ricordiamo bene: lo sciame (lo sciame sismico che da mesi faceva vivere con i nervi tesi la popolazione) libera energie, non ci sarà una scossa forte. Potete tornare a casa a bervi un bicchiere di Montepulciano. Ricordiamo bene le denunce per procurato allarme a Giampaolo Giuliani che (a torto o a ragione) riteneva vicina la scossa.

Sommessamente Enzo Boschi ribadiva che i terremoti non si prevedono e che, quindi, la risposta alla domanda: preoccuparsi? è “né sì né no”. Ma l’imprevedibilità stava nello sfondo, il messaggio che arrivava dalle televisioni e dai giornali, propalato dalla più autorevole delle fonti, quella di Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, e dalle sue emanazioni in loco, era che si poteva dormire tranquilli. Infatti, Bertolaso non era lì dove c’era l’emergenza ma in Sardegna, dove si preparava il grande evento del G8.

Non erano per niente tranquilli i genitori degli studenti fuori sede dell’Università dell’Aquila, ma il rettore Ferdinando Di Orio non cedette alle pressioni per chiudere una settimana prima delle vacanze di Pasqua le sessioni di esami. Fedele alla consegna di non procurare allarme.

Il paradosso di quella notte che lasciò sotto le macerie 309 morti è che fra le vittime ci sono state le persone più attente, più fiduciose nella parola della scienza e delle istituzioni. Ma le istituzioni e la scienza avevano altro da fare. Incombeva la preparazione del G8 e alla Maddalena i lavori del Grande Evento, affidati alla Protezione civile sulla base di una legge voluta da Berlusconi, non andavano affatto bene.

C’è un’altra cosa che scandalizza profondamente in questa sentenza feroce. Le assoluzioni alla gran parte dei proprietari e dei costruttori o gestori degli immobili crollati che la hanno preceduta.

Dopo il terremoto di Lisbona del 1755 Rousseau scriveva a Voltaire: “Non è stata la natura ad affastellare quelle ventimila case di sei e sette piani, se gli abitanti di questa grande città avessero potuto vivere in alloggi più dispersi e leggeri, le conseguenze sarebbero state minori o forse nulle”.

Quasi tre secoli dopo, in Italia, siamo più o meno allo stesso punto. I sismologi lo ripetono spesso: non è la natura a produrre i maggiori danni ma la mancanza di prevenzione, il modo di costruire le case. Inascoltati, aspettando il prossimo terremoto.