Tempo di “deus
ex machina”
per situazioni difficili

“Deus ex machina”. Nell’antica Grecia, quando a teatro una vicenda diventava troppo intricata, l’autore ricorreva a una soluzione sbrigativa e faceva calare dall’alto, con una carrucola, un personaggio con i poteri di un dio, che risolveva i problemi dei comuni mortali, per avviarsi al lieto fine. Il pubblico gradiva ed applaudiva.

Il presidente Mattarella ha fatto lo stesso. Ha calato dall’alto, sul Parlamento italiano, la figura, quasi divinizzata, di Mario Draghi, imponendogli di risolvere gli intrugli politici e di arrivare a un lieto fine. Il pubblico ha gradito ed ha applaudito. Il nostro “deus ex machina” usa le parole con il contagocce, come un farmaco, medicina se usato con misura, veleno se si eccede in quantità o volume. Adesso dovrà compiere il miracolo di spendere presto e bene la montagna di soldi che l’Unione europea ci ha imprestato e regalato.

Forze diverse da tenere insieme

Il vero miracolo, però, sarà tenere insieme forze politiche che si detestano e ora devono governare sotto lo stesso tetto. Il più abile di tutti è stato Matteo Salvini, che, da ranocchio sovranista ed anti Euro, si è trasformato, almeno per un po’, in un principe moderato ed europeista. La principessa del centro destra, Giorgia Meloni, prigioniera nel castello dell’opposizione, non vede l’ora di ereditare il reame come sovrana di un’Italia senza stranieri e zingari. Poi c’è il vecchio maggiordomo della (ex) Casa delle libertà. Ne ha viste e fatte di tutti i colori, ma adesso è guardato con simpatia perché lo credono, ormai, quasi innocuo.

Mario Draghi, invece, allievo di Federico Caffè, del Nobel Franco Modigliani e di Carlo Azeglio Ciampi, cresciuto nell’alveo della cultura liberal-socialista, paradossalmente ha fatto esplodere la presunta alleanza “giallorossa”. Il M5S si sta sgretolando, in stato confusionale, tra espulsioni, rischio di scissioni, baruffe e debiti con la “sua” piattaforma Rousseau.

Ma più in crisi di tutti è il Partito democratico, che precipita nei sondaggi, viene insultato un po’ da tutti e sembra incapace di reggere al cambio di una maggioranza alla quale si era legato mani e piedi. Sfiancato dalla guerriglia del suo ex segretario Matteo Renzi, lacerato dai “capibastone”, che guidano le sue incomprensibili correnti, il Pd sembra sull’orlo di una implosione.

Anche il buon Nicola Zingaretti ha perso la pazienza e si è dimesso con parole durissime: “Mi vergogno che si parli di poltrone mentre esplode la pandemia”. Poi è corso da Barbara D’Urso, inseguendo -a suo modo- l’indicazione di Gramsci a proposito della cultura “nazional-popolare”.

Il Pd è nato, da una fusione a freddo, come un partito “costituzionale”, che ha raccolto gli eredi del Pci, di frammenti socialisti, repubblicani, liberali e un pezzo importante del cattolicesimo democratico di don Sturzo, De Gasperi, Aldo Moro. Ha ereditato, però, anche il vizio antico delle correnti, che fanno e disfano. La qualità non manca, eppure questo partito, che riesce a governare anche quando perde le elezioni, sembra incapace di parlare e ascoltare giovani, donne, operai, precari.

Ripartire dalla Costituzione

Adesso, invece di una donna, è stato richiamato in servizio Enrico Letta, serio, competente, di poche parole e poco carisma, già pugnalato alle spalle da Matteo Renzi. Ha accettato la sfida, ma per fare che cosa? con quale progetto? con quali alleanze? Forse potrebbe ripartire dalla Costituzione: dal lavoro (art. 1 e 4), dall’equilibrio tra “diritti inviolabili” e “doveri inderogabili” (art. 2), dall’impegno a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” (art. 3), dalla tutela e promozione di cultura, ricerca, paesaggio, patrimonio storico ed artistico (art. 9), senza dimenticare il dovere di adempiere alle funzioni pubbliche con “disciplina ed onore” (art. 54). Le idee ci sono, ma ci vogliono donne e uomini per farle camminare (Antonio Gramsci).