Ieri e oggi la fatica non è dolce
“Tea rooms”, operaie delle sale da té

La scrittura, innanzitutto. Frasi brevi, sincopate, ritratti fulminanti. E’ un romanzo-inchiesta (anzi, reportage era scritto nel sommario della prima edizione) pubblicato nel 1934, ma sembra scritto oggi. Anzi, avercene di scrittori così. “Tea rooms. Operaie della ristorazione” è stato dimenticato per oltre mezzo secolo. Ripubblicato ora da Alegre (pgg,171, quindici euro), è diventato un piccolo caso letterario, trascinando fuori da un ingiusto dimenticatoio Luisa Carnés.


Giornalista e scrittrice spagnola, con le ragazze di cui scrive ha diviso la vita. Operaia, modista, e probabilmente anche lavoratrice nella ristorazione, descrive le vite di Matilde, Marta, Antonia, Felisa, Laurita, Paca con partecipazione umana e spirito critico.

Le operaie della sala da tè

Diversissime tra loro queste ragazze, operaie all’interno della sala da tè e dei retrobottega. La cattolica reazionaria, la sciocchina romantica, la veterana smagata, la protetta del padrone, quella così povera da essere terrorizzata all’idea di perdere il posto.
C’è anche, la più debole di tutte, la ragazzina che arriva smunta e affamata e poi tenta la scorciatoia più pericolosa, i piccoli furti quotidiani che la faranno scoprire e licenziare. Poi, altra scorciatoia, diventerà una prostituta e una mantenuta.
C’è la stupidella che sogna il grande amore, Laurita, e si ritrova incinta e a rischio di licenziamento. Sarà il “fidanzato” a portarla da una mammana che le perforerà l’utero con una stecca di ombrello: nella Spagna degli anni ’30 (come in Italia del resto, ancora per decenni) morire era il possibile esito di un tentato aborto.


Matilde è la protagonista, anche se questo è un romanzo corale. Matilde guarda quel che avviene dentro la sala da tè con spirito critico. E’ lei che andrà a dare l’ultimo saluto a Laurita. E’ lei insieme a Antonia che proteggono la piccola Marta, e cercano di sfamarla di straforo. E’ lei che osserva il ciclo della produzione, sporcizia del laboratorio topi e riciclo delle paste rafferme compresi, e fa i conti in tasca al padrone. Dieci ore di lavoro al giorno, tre pesetas.

Fatica, pasticcini e sciopero

Non basta lavorare a testa bassa, poi. Bisogna avere stile, schiena dritta e sorriso anche se fanno male i piedi per la fatica, mai un’ombra di cattivo gusto un’impazienza. Il paternalismo padronale impera: quando – siamo alla vigilia della guerra civile, negli anni tumultuosi della Seconda repubblica spagnola – si tenta uno sciopero del settore ristorazione, e gli scioperanti vengono assaliti dalla polizia con morti e arresti sono gli occhi di Matilde che registrano gli eventi.

La delegazione operaia che viene a chiedere con fermezza ai dipendenti della sala da tè di aderire allo sciopero, il loro battibecco con il proprietario, l’impotenza e la paura dei lavoratori stretti tra l’autorità del padrone e il rischio di essere picchiati come crumiri. Perdere il lavoro o farsi pestare? Il dilemma si scioglierà grazie al buon senso del padrone che manda tutti a casa, e del resto chi va a prendere tè e pasticcini con quel clima di tensione?

“Siamo dei codardi – pensa Matilde – non abbiamo fatto che seguire gli ordini del padrone. Obbedirgli fedelmente, come sempre. Fedelmente come cani sporchi, cani ripugnanti. Se lui non ci avesse ordinato di andarcene saremmo rimasti nel locale, avremmo tradito i nostri fratelli. Saremmo arrivati al punto di cacciare a pedate dal locale i nostri fratelli”. La sala da tè chiude, Luisa Carnés commenta non senza ironia: “Fuori ci sono gli scioperanti. Quando gli inservienti compaiono in strada i manifestanti lanciano alcuni prudenti slogan: viva la solidarietà, viva la fraternità operaia”.

La lunga strada delle lotte operaie

Sono storie di donne, di operaie, di proletarie. Senza sindacato, senza protezioni sociali, oppresse al lavoro e in casa. Costrette a scegliere se prendere il tram per tornare a casa o placare la fame con una frittella da dieci centesimi. Se dare tutte le tre pesetas alla famiglia o comprarsi un paio di scarpe. Unica figura maschile, ma struggente, quella del gelataio italiano Pietro Fazziello, che ha un figlio anarchico che combatte in Italia contro il fascismo, entrando e uscendo dalla prigione. E che verrà ucciso dagli “sbirri di Mussolini”, “trafitto dal piombo fascista, da solo e fatto a pezzi”.

Non solo contro il fascismo devono lottare le donne. Anche per un mondo che non le costringa a morire di aborto o di violenza domestica. Un mondo che preveda una paga giusta, che consenta di arrivare al lavoro con scarpe decenti e lo stomaco che non brontola dalla fame. Un mondo ricostruito “su fondamenta di cultura e solidarietà”.

Giusto, negli anni 30 come oggi. Se Luisa Carnés invoca “la lotta cosciente per l’emancipazione mondiale del proletariato” dovremmo farlo anche noi, nonostante si sia più smagati, interconnessi e pseudo emancipati. Perché se si va a scavare nei retrobottega dei fast food o nelle cucine dei ristoranti, nei grandi centri di logistica o tra i braccianti nelle campagne, le cose per i lavoratori non sono molto cambiate.

A mutare è stata, questo sì, la smaterializzazione del padrone. L’imprenditore, il grande capo non è più un orco che mette paura, ma un fondo finanziario o una spa. Imprendibile e ineffabile, ma non meno arrogante e potente.