Tavernier, muore a 79 anni il regista colto e gentile che amava raccontare il cinema

Il 25 aprile avrebbe compiuto 80 anni. Non ce l’ha fatta, Bertrand Tavernier. È morto a 79 anni, dopo una vita lunga e crediamo bella, che però avrebbe potuto regalare ancora tanta saggezza non a lui, che ne aveva da vendere, ma a chiunque avesse avuto il piacere e la fortuna di incontrarlo.

Tavernier era un vero maestro, qualifica che spesso si usa per cineasti che al massimo potrebbero essere bidelli. Lo era non tanto per i film fatti, che pure sono numerosi e spesso magnifici, ma per i film visti: Tavernier era un cinefilo nel senso più pieno e più accogliente del termine, un uomo che amava profondamente il cinema e soprattutto – assai simile, in questo, al suo amico Martin Scorsese – amava raccontarlo, farlo conoscere agli altri. La cinefilia è spesso una sorta di malattia, che porta ad essere settari: se ami Fellini non puoi amare Visconti, e viceversa. Tavernier era un cinefilo non settario.

Il lionese senza l’alterigia francese

Crediamo lo aiutasse, in questo, l’essere nato a Lione. Non è una battuta. Francese fino al midollo, Tavernier non aveva nel corpo e nella mente nemmeno un nanogrammo di quell’alterigia un po’ snob con la quale i parigini – anche adottivi – spesso guardano al mondo.

Amava la sua città, ci tornava spesso, e non è un caso che la notizia della sua morte sia stata diffusa dall’Institut Lumière, che a Lione ha sede e che è diretto da Thierry Frémaux, altro lionese doc che trascorre tre giorni alla settimana a Parigi (lungo tutto l’anno) solo per occuparsi della direzione del festival di Cannes e torna a casa appena può (benedetti TGV!). Del resto anche i fratelli Lumière erano lionesi: il debito del cinema nei confronti di quella bella, austera città è inestimabile. Tavernier lavorava moltissimo per l’Institut, e anche lì portava avanti un’idea di cinema ampia, condivisa, globale, mai miope.

Capace di di fare critica su due riviste rivali

L’altro aspetto della biografia di Tavernier che lo rendeva diverso da tutti i suoi colleghi era il suo “ingresso” nel mondo della settima arte: lungi dall’aver fatto l’assistente o dall’aver studiato in qualche scuola prestigiosa, Tavernier ha cominciato come addetto stampa. Veniva da una famiglia colta, parlava bene l’inglese e trovò lavoro presso gli uffici parigini di diverse produzioni straniere, segnatamente la Warner.

Quando un regista americano importante veniva a Parigi per promuovere un film, il giovane Bertrand era quello che doveva stargli vicino, organizzargli le interviste, portarlo al ristorante. Questo gli ha permesso di conoscere i grandi registi nel loro quotidiano, lontano sia dalle pressioni del set, sia dalle fumisterie della critica. Quando poi Tavernier diventa critico, su varie testate, è un critico anomalo: al punto da scrivere in tempi diversi, caso più unico che raro, sui «Cahiers du Cinéma» e su «Positif», le due testate ferocemente rivali della critica francese degli anni ’50 e ’60. Ma è «Positif», la più inclusiva e meno autoriale delle due, la sua vera casa.

Privo di pregiudizi e mai schierato

In futuro, Tavernier diventerà il grande fustigatore dei costumi critici dei «Cahiers», abituati a dividere il mondo in buoni e cattivi, pronti a esaltare i registi amati (da Rossellini a Hitchcock) e a distruggere quelli odiati. Tavernier, invece, non ragiona per schieramenti: se ama un film, lo ama per quello che è. Il suo lavoro sulla storia del cinema francese ha prodotto un film documentario, Voyage à travers le cinéma français (2016), e una serie televisiva con lo stesso titolo (2017). In un totale di oltre 12 ore, Tavernier racconta il cinema d’Oltralpe come non ve l’ha mai raccontato nessuno.

tavernierPerché in Francia è successa una cosa strana: negli anni ’50, i futuri cineasti della Nouvelle Vague (Truffaut, Godard, Rivette, Rohmer) hanno stilato le liste, e chi era dentro era bravo, chi era fuori era spazzatura. Questo ha letteralmente distrutto la credibilità (e talvolta la carriera) di grandi registi come Claude Autant-Lara, Henri-Georges Clouzot, Marcel Carné, Julien Duvivier, gli sceneggiatori Jean Aurenche e Pierre Bost e tanti altri. Tavernier li ha recuperati tutti. Nel 2019 abbiamo avuto l’onore, Francesco Zippel e chi scrive, di coordinare un suo incontro alla Festa del Cinema di Roma.

In un paio d’ore di amabile chiacchierata, Tavernier ha parlato di registi come Henri Decoin, Jean Grémillon, Gilles Grangier, Jean Dréville, Henri Colpi, René Clement, Henri Calef, Pierre Chenal e naturalmente i suoi adorati Max Ophuls e Jacques Becker. Sono per lo più nomi dimenticati anche in Francia, il tessuto connettivo di un cinema popolare che in quel paese è stato grandissimo. Per fare paragoni comprensibili sono il corrispettivo dei Monicelli, dei Risi, dei Comencini, degli Zampa, dei Bava, degli Steno che anche in Italia sono stati ingiustamente trascurati per decenni.

Round Midnight e il grande amore per il jazz

Come regista, Tavernier è stato simile a molti dei suoi amati: un regista solido, senza grilli per il capo, capace di cimentarsi con i generi più diversi, sempre con un occhio al pubblico. Il primo film, L’orologiaio di Saint-Paul (1974), è un bel thriller di provincia ispirato a un romanzo di Simenon e girato, guarda caso, a Lione.

Round Midnight, tavernierIl secondo è un film in costume, Che la festa cominci (1975), ambientato nel periodo della Reggenza di Luigi XV. Il terzo, Il giudice e l’assassino (1976), è di nuovo un thriller. Seguono un film di fantascienza girato in inglese (La morte in diretta, 1980), un film sul colonialismo francese in Africa (Colpo di spugna, 1981), un delicato film ambientato nel primo Novecento che è di fatto un omaggio all’Impressionismo (Una domenica in campagna, 1984) e poi il suo lavoro forse più famoso, Round Midnight (1986), in cui sfodera tutto il suo amore per il jazz. È il film che fa arrabbiare Ennio Morricone, perché Herbie Hancock – che ne cura la colonna sonora – gli soffia l’Oscar: il nostro musicista è candidato per Mission, ma la statuetta va appunto a Round Midnight le cui musiche sono standard già famosi, che Hancock ha “semplicemente” riarrangiato.

Ciò non toglie che il film sia magnifico: racconta la storia di un vecchio sassofonista americano “imboscato” a Parigi, un mix di Lester Young, Bud Powell e altri grandi del jazz; a interpretare il protagonista c’è un vero, straordinario musicista, Dexter Gordon, talmente compenetrato nella parte da conquistare una candidatura all’Oscar con la sua prima e ultima prova d’attore. Round Midnight è un film che gli appassionati di jazz adorano, ed è facile capire perché: più che un film sul jazz, è un film sull’amore per il jazz, e i fans si identificano facilmente nel personaggio del giovane francese Francis (interpretato da François Cluzet), che riconosce il vecchio sassofonista e diventa il suo Virgilio nella Parigi notturna, qualcosa a metà fra il badante e il discepolo.

Il formidabile testimone di cinquant’anni di cinema

tavernierSono tanti, i film di Tavernier, e tutti diversi. Alcuni vanno bene anche in Italia, altri no. Gigi Proietti rimpiangeva ancora il destino di Eloise, la figlia di D’Artagnan (1994), un cappa e spada iniziato da Riccardo Freda e terminato da Tavernier. «Avevo fatto un Cardinale Mazarino notevole – ricordava Gigi – e in Italia lo hanno smontato dopo un giorno!». Davvero incomprensibile, considerato il cast stellare (Isabelle Adjani, Philippe Noiret, Claude Rich) e la qualità del film.

Altro titolo interessantissimo è Laissez-passer (2002), cinefilo e storico al tempo stesso, che ricostruisce le vicende dell’industria cinematografica francese durante l’occupazione nazista: una storia drammatica, fatta di viltà e di eroismo, in cui la storia del cinema si incrocia con la grande storia europea. Qualcosa di simile hanno fatto in Italia i romanzi gialli del regista Umberto Lenzi, tutti ambientati a Cinecittà durante la guerra e l’occupazione; ma il cinema italiano, su quel tempo così avventuroso, ancora latita.

Con la scomparsa di Tavernier, sparisce un testimone essenziale di cinquant’anni di cinema, un custode della memoria stessa di questa arte oggi sempre più in pericolo.