Tavecchio, Lotti e la signora Maria

L’ultima cannonata è un’accusa di molestie. Sulle colonne del Corriere della Sera, la signora Maria, dirigente sportiva, racconta che Tavecchio un giorno, ricevendola nel suo ufficio, le chiese se poteva toccarle le tette. Educato, perlomeno.

E’ stata la politica ad affondare Carlo Tavecchio. Non sono state la figuraccia mondiale o la signora Maria. Si va a votare, e non solo per la Federcalcio. Lotti (cioè Renzi) non poteva sostenerlo in vista delle urne, Berlusconi ha già il suo uomo per via Allegri: il senatore Cosimo Sibilia, proconsole avellinese di Forza Italia, figlio del presidentissimo, don Antonio, in varie fasi padrone dei lupi irpini che facevano la loro figura in serie A, personaggio pittoresco e non proprio esemplare di un altro calcio, quello di Juary, la piccola ala brasiliana che ballava il samba attorno alla bandierina del calcio d’angolo dopo aver segnato. Don Antonio portò Juary anche da Cutolo, don Raffaè, gli fece dare una medaglia al boss e poi spiegò: “E’ un tifoso dell’Avellino…”.

Via Ventura, via Tavecchio, bisogna rifare il maquillage del pallone. Si dovrebbe invece demolire e ricostruire. Girano nomi come futuri presidenti: Billy Costacurta; Michele Uva, manager sportivo molto stimato negli ambienti che contano, a cominciare dalla Juve; lo stesso Sibilia. Conte, Ranieri, Ancelotti – che ha già detto no, ma chissà…- come allenatori degli azzurri. Volano parole: rifondazione, riforme, la scuola (ogni volta che andiamo a fondo in tutti gli sport, si invoca una inversione di rotta nella scuola, che già cade a pezzi per conto suo). L’impressione è la solita: tutto cambi perché nulla cambi.

Intanto il Coni, che infine si è mosso per cacciare Tavecchio (in ritardo, doveva farlo ben prima della nottata di San Siro), imbeccato e pressato dalla politica, commissionerà la Federazione in attesa di un diradarsi delle nubi e dei diktat delle stanze del potere (a proposito di commissari e di subcommissari, gira anche il nome di Franco Carraro, un volto nuovo…).

Ci sono in ballo cose ben più consistenti di una poltrona. C’è un riforma dello sport che prima o poi dovrà essere fatta. Nella prossima legislatura, a questo punto. Intanto, gli schieramenti fanno riscaldamento e si allenano. Il Coni chiede più soldi. Si lamenta Giovanni Malagò, il numero 1: “Oggi abbiamo un quarto dei contributi rispetto al Coni di venti anni fa. E organizziamo 385 discipline sportive”. Ci sono da riscrivere ruolo e peso delle Leghe di A e di B che annaspano in piena anarchia e sotto commissario (Tavecchio, sì proprio lui). E bisogna ridimensionare il potere delle Leghe minori che hanno generato personaggi come Tavecchio. Non è finita: vanno riformati i campionati, adoperando una sforbiciata di club. Soprattutto ballano come in una danza macabra i milioni dei nuovi diritti tv. I presidenti vogliono un miliardo, noccioline. L’offerta è arrivata a 490 milioni. C’è il rischio di uno splash, se non si trova un accordo tra i club e non si tratta con i vari Vivendi, Telecom, Mediaset. L’ipotesi di un polo televisivo della stessa Lega calcio fa un po’ sorridere.

Adesso non è questione di formazione, di allenatore e di moduli tattici. Il romanzo popolare del calcio è diventato una fiction con un cast e con le storie peggiori. Gli ultimi episodi verranno scritti dal mondo politico. Alla faccia della solita e usurata immagine del mondo dello sport autonomo e indipendente.

Anche se Insigne avesse giocato e ci avesse portato in Russia (ma neanche lui ci sarebbe riuscito con una squadra così mal messa), il pallone è lì lì per bucarsi. Finirà che metteranno la solita toppa per rimediare alla foratura.