Tajani, ovvero il mistero
del candidato non candidato

Che ci sia ciascun lo sa, ma chi sia nessun lo dice. Perché Silvio Berlusconi non dice chiaro e tondo che il candidato di Forza Italia per la presidenza del Consiglio è Antonio Tajani? Lasciamo stare le sottigliezze giuridico-istituzionali che c’imporrebbero di precisare che con questa legge elettorale è quanto meno improprio parlare di un “candidato”: certi scrupoli dalle parti del centrodestra (e anche del centrosinistra e dei cinquestelle, peraltro) non se li fa nessuno. Quindi: perché?

Da quando sono cadute per manifesta infondatezza le spericolate avances del fu cavaliere a Mario Draghi e Sergio Marchionne, è chiaro che l’attuale presidente del Parlamento europeo è rimasto l’unico a corrispondere all’identikit del “personaggio che ricopre un importantissimo incarico del quale non posso fare il nome finché non sarà lui ad autorizzarmi”. Tant’è che a uno verrebbe da chiedere: “Anto’, che aspetti? Autorizza e facciamola finita”.

E mentre aspettiamo, ormai per poco, possiamo avventurarci in qualche ipotesi sulle ragioni di questa ostinata reticenza. Le spiegazioni da cercare in Italia appaiono, all’apparenza, relativamente semplici. Per gli alleati di Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la figura di Antonio Tajani deve apparire come Satana in chiesa: massimo esponente di una delle odiate istituzioni di Bruxelles, schiavo della signora Merkel e amico dell’amico di tutti i banchieri Jean-Claude Juncker. Se anche i diavoli avessero un Pantheon, Tajani avrebbe un posto d’onore in quello della destra non berlusconizzata. Allora però resta da spiegare perché Berlusconi non si è fatto problemi nelle settimane e nei giorni scorsi a disegnare un identikit tanto preciso da non lasciare dubbi. C’è forse tra i massimi capi del centrodestra un gentlemen’s (!) agreement per cui quel nome lo si sa ma non lo si dice tanto il problema si risolverà da solo allo spoglio delle schede elettorali? Può essere: in fondo l’ammucchiata del centrodestra è tenuta insieme, più che dalle cose non dette che dalle cose dette, che tanto poi si vedrà.

Un po’ più complesse le ragioni che si può cercare di rintracciare a Bruxelles, dove il nostro vive ancora, sia pure sempre meno visto che quasi ogni giorno lo troviamo a fare comizi, dibattiti, comparsate in tv in Italia per Forza Italia e tutto il centrodestra. Attività che andrebbero esercitate con molta più prudenza visto che, come gli hanno ricordato diversi parlamentari europei, il suo ruolo istituzionale europeo gli imporrebbe riserbo (ma chi si cura, oggi come oggi, di certe finezze del galateo istituzionale?). Un’ipotesi che si poteva avanzare è che la non-ufficializzazione della “candidatura” italiana di Tajani fosse effetto di un veto del PPE. Questa ipotesi si reggeva, a sua volta, su un’altra ipotesi: e cioè che il PPE volesse evitare di aprire ufficialmente ora, a un anno e tre mesi dalle prossime elezioni europee, la corsa alla successione dello stesso Tajani alla presidenza dell’assemblea. Una corsa che rischierebbe di non essere proprio semplicissima, come insegna la memoria di quanto accadde nel gennaio del 2017 quando la vittoria del PPE con Tajani fu garantita solo dalle piroette del gruppo liberale di Guy Verhofstadt, passato con grande disinvoltura dall’ipotesi di alleanza con Grillo e company a quella con i popolari. Secondo questa teoria del complotto brussellese (e strasburghese), i vertici del partito popolare europeo avrebbero invitato Berlusconi a soprassedere, almeno fino al momento della verità che uscirà dalle urne italiane. Poi, se proprio dovesse essere inevitabile…

Gli osservatori che a Bruxelles sono informati su quello che succede nel PPE sono però abbastanza scettici su questa ipotesi. La dipartita dell’italiano, dicono, non creerebbe troppi sconquassi poiché per la sua possibile successione anticipata, e anche a per quella a scadenza naturale dopo il voto del maggio 2019, ci sarebbero già due candidati sui quali non sarebbe difficile coagulare una larga maggioranza: l’irlandese Mairead McGuinness e il francese Alain Lamassoure, due figure che potrebbero piacere a tutti o, meglio, non dispiacere a quelli che nel PPE contano davvero, e cioè i tedeschi della CDU e della CSU.

Qualcun altro, però, fa notare che l’abbandono di Tajani potrebbe accendere gli appetiti di un altro possibile candidato, l’ambizioso e iperattivo cristiano-sociale tedesco Manfred Weber, che attualmente è il presidente del gruppo parlamentare. E Weber, a differenza di McGuinness e Lamassoure non sarebbe un candidato “facile”: è un uomo di destra, che finora si è battuto soprattutto per la difesa ad oltranza delle politiche di austerity. Si è distinto, fra l’altro, per aver espresso “comprensione” ai propositi del governo di Londra pre-Brexit di escludere dal welfare gli immigrati e per aver boicottato l’approvazione del rapporto Tavares che denunciava la deriva autoritaria del regime di Victór Orban in Ungheria. Il partito di Orban, ricordiamo en passant, continua ad essere parte integrante del gruppo popolare.

C’è, infine, una terza ipotesi da considerare. E se la chiave del “mistero Tajani” fosse proprio lui? Se fosse lui, insomma, a chiedere prudenza al suo mentore e Grande Benefattore? C’è chi dice che da qualche tempo l’uomo vada confidando a tutti, a Bruxelles, che “se vinciamo andrò a Roma”. “Se vinciamo”. E se avesse intanto maturato la convinzione che “non vinceranno”? Se negli ultimi tempi, quando il silenzio sul suo nome si è fatto davvero inspiegabile, gli fosse comparso uno scenario da incubo nel quale lui rinuncia agli onori di Bruxelles e a Roma il suo Capo perde la partita? Almeno per un anno e tre mesi un lavoro in Europa ce l’ha, poi, chissà, può sempre sperare di restare lassù…