Governo anti-populista in Svezia, ma la sinistra rischia grosso

La peggiore crisi politica nella recente storia svedese è stata risolta. Dopo quattro mesi e due tentativi di governo affondati c’è un governo di minoranza socialdemocratico-verde sostenuto da “astensioni parallele”: centristi e Liberali da un lato, postcomunisti del Västerpartiet dall’altro. Una configurazione molto problematica, sebbene, secondo quella che è ancora (per quanto?) una maggioranza del Riksdag e dell’opinione pubblica, comunque preferibile a quella opposta: un esecutivo conservatore-democristiano fortemente influenzato dal nazionalpopulismo Sverigedemokraterna.  Ma si tratta di un compromesso molto a favore dei due partiti “borghesi” che hanno deciso di premere il “bottone giallo”, ovvero votare né a favore né contro, consentendo che il governo socialdemocratico non trovasse una maggioranza parlamentare contraria.

Stefan Löfven

Questa regola di grande civiltà politica, il “parlamentarismo negativo” per cui solo un governo con esplicita maggioranza contraria è abbattuto, ha consentito l’egemonia socialdemocratica dagli anni 1930 agli anni 1990. Ma il metalmeccanico socialdemocratico Löfven ha ricevuto non già (come un tempo Palme) l’astensione comunista o postcomunista su un proprio programma, bensì una sorta di autorizzazione da parte di Centro e Liberali (insieme il 14% dei voti) a governare su linee fortemente “borghesi”.

Prima di permettere la nascita stentata di questo esecutivo, infatti, questi due partiti hanno, in dicembre, votato una legge finanziaria assieme al resto delle destre, senza distinguere fra democristiani, conservatori o nazionalpopulisti. Solo dopo Natale, terminati i rituali girotondi canori intorno all’albero con la famiglia, si sono rivolti a Löfven per costruire il ”Januariavtalet”, l’accordo che ha dato il via libera all’attuale esecutivo.

Cosa significhi si comprende con due esempi: la finanziaria votata da borghesi e Sverigedemokraterna riprende la politica di sgravi ai redditi sopra le 50.000 Sek mensili. Ciò costerà non solo 4,3 miliardi alle casse statali, ancora accresciute diseguaglianze, e governare in base a precetti opposti ai propri, ma anche ulteriori tagli infrastrutturali, di welfare e spese scolastiche poiché (questa la principale colpa della socialdemocrazia svedese) in tutto ciò non si accenna minimamente a dismettere gli attivi di bilancio dello 0,5% anno su anno. Nonostante un debito pubblico molto basso e del tutto sotto controllo.

Ciò significherà un inevitabile, duplice impatto sui propri ceti, quelli che in politichese nordico si chiamano “la tipica famiglia LO” o “la comunità sindacale” (“Lo kollektivet”). Tali termini, frequenti nel dibattito a denotare la potenza e la presenza storica della classe lavoratrice organizzata nella politica nordica, vanno ricordati poiché la socialdemocrazia svedese è già ai suoi minimi di consenso storico nella confederazione LO. Laddove da sempre oltre il 50% aveva votato socialdemocrazia, oggi siamo poco oltre il 40%. Il che comporta che ad avanzare in questo spazio sia, come pressoché ovunque in Europa, il nazionalpopulismo.

Ergo, la soluzione della coalizione è solo un esempio ulteriore del fatto che tenere lontano la destra dal governo (“la frontiera ha tenuto” ha titolato Anders Lindberg, maggiore commentatore politico del quotidiano socialdemocratico “Aftonbladet”) non necessariamente rappresenta una reale soluzione. Anche perché c’è dell’altro: il già menzionato “accordo di gennaio”, con i suoi 73 articoli. Esso impone a Löfven di contravvenire ad alcuni impegni che nelle ultime settimane di campagna elettorale avevano permesso ai socialdemocratici di recuperare una situazione critica confermandosi nettamente, pur in arretramento, come il maggiore partito. Per esempio si dovrà dismettere ogni intenzione di combattere i “profitti nel welfare”, ovvero la facoltà di aziende private di guadagnare profumatamente offrendo servizi educativi e sanitari finanziati da denaro pubblico. Poi si dovrà dimenticare una politica abitativa capace di mutare i meccanismi di mercato che causano affitti e prezzi sempre più assurdi. E c’è il pericolo che Löfven debba imporre ai propri compagni sindacalisti regole di minore protezione legale del lavoro che, per ragioni sia concrete sia simboliche, inciderebbero nella carne non solo della LO (colletti blu) ma anche della TCO (confederazione dei colletti bianchi). Proprio questo sindacato ricorda che maggiori garanzie legali rispetto alla “flexicurity” danese comportano anche spese molto minori in redditi di disoccupazione rispetto ai vicini di oltresund: gli ingredienti dei diversi modelli nordici costituiscono sistemi delicatissimamente equilibrati. Quando vengono manomessi senza l’assenso dei lavoratori, in Scandinavia sono storicamente sempre deflagrati conflitti di grande proporzione e durata.

Con tutto questo, ci si chiederà, come ha potuto il postcomunista Vänsterpartiet premere il “bottone giallo” dell’astensione? Per ragioni politiche: Centro e Liberali vogliono aprire un’epoca in cui il Vänsterpartiet sia dichiarato irricevibile quanto la destra almeno in parte post-fascista degli Sverigedemokraterna. Dunque, già consentendo a questo governo di nascere sullo stesso piano dei due partiti “borghesi” il leader postcomunista Jonas Sjöstedt intende scongiurare questo paragone, che peraltro consegnerebbe la Socialdemocrazia ad una collaborazione prolungata e obbligata coi centristi neoliberali. Inoltre Sjöstedt, il leader più popolare dell’intera sinistra svedese, ha espresso chiaramente che sui punti più delicati de “l’accordo di gennaio” farà opposizione.

Come può venirne fuori il saldatore Stefan Löfven, fin dai tempi dei metalmeccanici noto per la perizia di negoziatore? Può provare a compensare le concessioni ai due “semi-partner” borghesi con altre novità, ma verosimilmente dovrà allora porre mano al bilancio pubblico in modo inedito negli ultimi anni. Questa “violazione” sarebbe un frutto paradossalmente benefico e, chissà, anche uno spartiacque decisivo per il futuro. Inoltre potrebbe ritardare e/o minimizzare la realizzazione delle misure sgradite. Poi, approfondito il solco di Centro e Liberali nei confronti del nuovo blocco tripartito nazional-conservatore, potrebbe cominciare una nuova fase approfittando delle divisioni del centro-destra. Ma il destino di Spd tedesca e PvdA olandese, l’estinzione governativista al centro, è dietro l’angolo. Il più vittorioso socialismo del mondo potrà evitarla solo sapendo che per battere la destra nazionalpopulista occorre soprattutto ricostruire il proprio radicamento popolare, non darlo per scontato continuando a danneggiarlo.