Sulla terra non siamo troppi, siamo troppo disuguali

Un algoritmo, sempre lui, incrociando dati statistici, ci ha detto che il 15 novembre la popolazione mondiale ha toccato quota 8 miliardi. Su questo dato si sono concentrati i media di mezzo mondo. Si è parlato di “inverno demografico”, dimenticando che intanto siamo immersi in una “estate climatica”. Infatti, mentre un fatto di per sé prevedibile e, per certi aspetti, neutro come questo catalizzava l’attenzione dell’opinione pubblica (per qualche minuto, ben s’intenda), ci siamo distratti dalla partita che si stava giocando (o fingendo di giocare) alla COP27 di Sharm el-Sheikh. Ma, otto miliardi è un titolo che fa audience.  Da tempo ormai i demografi avevano registrato questo fenomeno. Rallentamento della crescita demografica della Cina: questo forse il fattore con il maggior impatto sulla tendenza. Nonostante l’inversione di tendenza della politica di contenimento delle nascite perseguito dalla Cina, nel gigante asiatico la natalità è in picchiata. Difficile stupirsi: avviene così ovunque le condizioni di vita o il reddito medio pro capite migliorano, come è avvenuto in Cina. Al contrario l’India crescerà e diventerà, nel 2024, il paese più popoloso del mondo con 1,439 miliardi di persone, contro 1,437 della Cina. Eppure recenti studi dimostrano che la fertilità femminile non è affatto in crescita, tutt’altro. Fatto è che la Cina paga le politiche pluriennali di disincentivo alle nascite: una politica di forte compressione di un diritto umano fondamentale, scegliere se e quanti figli avere. Al contrario l’India ha evitato di imporre questi limiti ma, al contrario, non ha davvero promosso politiche sociali, dei diritti sul lavoro e di tutela dell’ambiente, cosa che non ha indotto spontanee scelte di limitazione delle nascite, prolungando la crescita demografica, che però pagherà il prezzo di queste mancate politiche. Dunque, politiche, scelte (o mancate scelte): questo è il sottostante delle dinamiche demografiche.

Deregulation e liberalizzazioni

Dunque, cosa c’è dietro quota otto miliardi? Sono tanti, cono pochi? Sono troppi? Sono termini relativi, o insignificanti se non collegati a delle politiche. Le prime e più rilevanti sono quelle che legate alle crescenti diseguaglianze nel pianeta. Anche il tasso di crescita della popolazione è diseguale. Ma, guarda caso, questa diseguaglianza coincide con le diseguaglianze di reddito: la natalità è ancora elevata nelle aree del pianeta più povere, Asia e nord Africa. Insomma il World Population Prospect va letto in combinato disposto con il World Inequality Report. L’aumento della popolazione previsto fino al 2050 si concentrerà in molti paesi certo non ricchi: Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, India Etiopia, Filippine, Tanzania, Pakistan, Egitto. Le diseguaglianze di reddito, allo stesso modo, si concentrano in certe aree del pianeta. In quella più “egualitaria” l’Europa, il 10% della popolazione più ricca possiede il 36% dell’intero reddito, mentre nell’area più “diseguale” del pianeta, Medio Oriente e Nord Africa sul 10% più ricco della popolazione si concentra il 58% del reddito complessivo. Concentrazione della ricchezza e della povertà, la tendenza a polarizzarsi sugli estremi, è un fenomeno collegato alle dinamiche della popolazione. Sono state le politiche di deregulation e di liberalizzazione, con relativo arretramento delle funzioni regolative e redistributive pubbliche, degli ultimi 40 anni che hanno accentuato le diseguaglianze. Soprattutto in alcuni paesi come l’India, la Russia e gli USA. E anche gli aumenti di reddito globale che alcuni paesi hanno sperimentato, non hanno affatto ridotto le diseguaglianze. Vi sono paesi che hanno visto crescere il PIL complessivo del paese, insieme alle diseguaglianze (USA, ma anche Brasile e India) e paesi in cui la crescita del PIL ha corrisposto ad una attenuazione di queste diseguaglianze (Cina). Di nuovo, il tema è che le politiche che i diversi paesi si danno portano a collegare le dinamiche demografiche a quelle sulle diseguaglianze.

Gli effetti devastanti del climacambiamenti climatici

C’è di più: le persone più povere si concentrano anche nei paesi in cui più devastanti sono gli effetti dei cambiamenti climatici, o quanto meno dove questi causano i maggiori danni su popolazioni meno protette e con minori risorse per farlo. Diseguaglianze crescenti e crisi climatica incidono sulle dinamiche demografiche. Queste rallentano quando si raggiunge un grado accettabile di soddisfazione dei bisogni primari (alfabetizzazione, integrazione nella vita sociale e lavorativa delle donne, redditi dignitosi, ecc.), cioè quando si riesce – con politiche chiaramente indirizzate – a ridurre le diseguaglianze all’interno di ogni singolo paese (che invece sono cresciute ovunque). Analogamente, il pianeta dispone di risorse per sostenere la popolazione globale, ma il problema è l’impatto delle attività antropiche sull’ecosistema che consuma in modo scriteriato quelle risorse. I cambiamenti climatici sono la diretta conseguenza di un modello di sviluppo, di produzione e di consumo diseguale e concentrato; sono, cioè, determinati da politiche deliberate. Dinamiche demografiche, crisi climatiche e diseguaglianze fra e negli Stati sono un grumo inestricabile di cause-effetti; la rappresentazione migliore della globalizzazione. Solo una loro lettura integrata può consentire di capirle; solo politiche coerenti e intenzionalmente perseguite possono affrontarle.