“Sulla mia pelle”, e tornano l’impegno
e le emozioni del cinema civile

Una volta in Italia c’era il cinema “civile”. Film “impegnati” come Indagine, Le mani sulla città, Sacco e Vanzetti, Todo modo, Cadaveri eccellenti, Il caso Mattei, Il caso Moro, Detenuto in attesa di giudizio. I lavori di Elio Petri, Francesco Rosi, Giuliano Montaldo, Florestano Vancini, Giuseppe Ferrara, Nanni Loy. Il volto ricorrente di Gian Maria Volonté. Film che scavavano nella cronaca e nei misteri del Paese, ma che spesso diventavano anche grandi successi di pubblico. Era un cinema civile che sapeva anche essere popolare. Un genere che è di fatto una costola del neorealismo, esplode negli anni ’60 e vive gloriosamente nelle violente contraddizioni degli anni ’70.
Poi nel ’77 un maestro della comicità, Mario Monicelli, realizza un film “nerissimo” e disperato come Un borghese piccolo piccolo in cui il cinema civile incontra la commedia all’italiana – grazie anche al volto di Alberto Sordi – e di fatto la seppellisce. Sembra che oltre il Borghese e oltre due film che lo
precedono di poco, Salò di Pasolini e il citato Todo modo di Petri non a caso ispirato a Sciascia, non si possa andare.


Invece il cinema ha sette vite come i gatti, e sia la commedia sia i film civili continuano. Magari sotto false vesti. In questo millennio almeno tre film importanti come Gomorra di Matteo Garrone, Il divo di Paolo Sorrentino e Diaz di Daniele Vicari hanno ripercorso la strada di Petri Rosi Montaldo ecc.
(tutti hanno parlato di Fellini, abbastanza a vanvera, ma è incredibile quanto sia Il divo sia Loro, per limitarci a Sorrentino, debbano al cinema grottesco e anti-naturalistico di Petri). Sono declinazioni ovviamente aggiornate ai tempi, a un cinema postmoderno e postneorealista che è diversissimo dai classici di 40-50 anni fa.
Poi un giorno arriva Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, regista non proprio imberbe (classe 1973), al secondo film per il cinema ma con un lungo e variegato curriculum televisivo. E all’improvviso sembra di essere tornati negli anni ’70. Con una differenza: che negli anni ’70 al massimo c’era la Rai, ma non c’era Netflix, e questa è la storia di come Netflix ci riportò d’incanto negli anni ’70 facendoci rivivere emozioni che credevamo sommerse! Ma andiamo con ordine.

Alessio Cremonini e Lisa Nur Sultan scrivono la sceneggiatura di Sulla mia pelle nel 2016. Si ispirano a un fatto di cronaca tragico e rovente, la morte di Stefano Cucchi avvenuta a Roma il 22 ottobre 2009. Cucchi è un 31enne romano che viene arrestato la notte del 15 ottobre 2009 per possesso di 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina e una “pasticca” che poi si scoprirà essere un medicinale per l’epilessia. Dopo una settimana da incubo che lo vede passare di ospedale in ospedale, da una stazione dei carabinieri all’altra, dalla custodia cautelare a Regina Coeli fino all’ultimo ricovero presso l’ospedale Sandro Pertini, Cucchi muore a causa di un’interminabile serie di lesioni senza aver potuto vedere i familiari né parlare con il suo avvocato.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, negli anni successivi si batte come una leonessa perché sia fatta verità sulla morte del fratello. Tale verità è ancora, sul piano giudiziario, tutta da stabilire. Il processo Cucchi è ancora aperto. Tanto è vero che Cremonini e Sultan, nel corso della preparazione del film, hanno dovuto per così dire integrare (ma solo nel finale) gli ultimi passi dell’iter giudiziario: ad esempio, i rinvii a giudizio di tre carabinieri (il 17 gennaio 2017) e di altri cinque carabinieri (il 10 luglio 2017). Questo spiega perché il film Sulla mia pelle racconti di fatto solo la settimana che intercorre tra l’arresto di Cucchi e la sua morte, e condensi in un post-finale molto veloce (e un po’ frettoloso) tutto quello che è successo dopo; e perché, con una scelta di stile obbligata, non mostri alcun pestaggio di Cucchi da parte dei carabinieri. Come in una tragedia greca, si chiude una porta e il taglio di montaggio ci porta al giorno dopo, quando Stefano è pieno di lividi: non si può mostrare un pestaggio perché dal punto di vista giudiziario quel pestaggio non è dimostrato, quindi non è mai avvenuto.


Già questa tecnica ci riporta a un’idea di cinema “antica”: in sceneggiatura non c’è nulla che non sia “agli atti”, la creazione artistica si adegua alla cronaca. Fece così anche Rosi per costruire Salvatore Giuliano e ha fatto così Vicari per scrivere Diaz. Sulla mia pelle è un film più semplice perché copre un arco di tempo molto più breve di Salvatore Giuliano e racconta un solo personaggio, non un’intera città come Diaz. Cremonini, a Venezia, l’ha detto: “Può sembrare una battuta cinica ma è la verità: la parabola di Cucchi in quella settimana purtroppo – e sottolineo purtroppo – è una sceneggiatura perfetta”. E questa adesione alla cronaca è il primo dato anni ’70 del film.
“Dentro” il film ce n’è un altro: la strepitosa interpretazione di Alessandro Borghi, che aderisce al vero Cucchi (pur essendo 20 centimetri più alto) con un trasformismo fisico, vocale e psicologico che ricorda veramente certe prove di Volonté, quando quell’enorme attore “diventava” Enrico Mattei, Aldo Moro, Bartolomeo Vanzetti. Quando vedrete il film fate una prova: sui titoli di coda scorre il sonoro dell’unico spezzone del processo a Cucchi reperibile su youtube (lo si può ascoltare qui. Anche in rete c’è solo il  sonoro). Ascoltate la voce del vero Stefano e mettetela a confronto con quella di Borghi che avete sentito per tutto il film: identiche.
E fin qui, siamo al film. Ma gli anni ’70 ricominciano davvero quando il film esce.

 

Sulla mia pelle viene selezionato come film d’apertura della sezione Orizzonti della Mostra di Venezia 2018. Passa quindi al Lido il primo giorno della Mostra, unico titolo assieme al film d’apertura del concorso principale, First Man di Damien Chazelle, sulla vita dell’astronauta Neil Armstrong. Guarda caso, anche First Man è una storia vera in cui un attore – Ryan Gosling – rifà un personaggio celebre, ma sarà perché siamo in Italia, sarà perché il film di Chazelle non è granché, ma al Lido si parla solo di Borghi e di Cucchi. Sui giornali, sui siti, nelle radio, in tv Sulla mia pelle gioca bene la sua partita, tutti ne parlano, le recensioni sono mediamente buone, Borghi e Jasmine Trinca (che interpreta Ilaria) vengono intervistati dovunque e molti si accorgono finalmente di quanto è bravo Max Tortora in un ruolo drammatico e tutto sotto le righe (fa il padre di Stefano). Nell’epoca dei social e del digitale onnivoro, avviene una cosa molto “analogica”: tutti i mezzi d’informazione parlano di un film per il suo valore di testimonianza, e l’indignazione sul caso-Cucchi viene rinfocolata.
Poi succede la cosa più strana.
Il film è prodotto da Netflix, la piattaforma digitale più potente e più diffusa del mondo. Qualcuno dice che Netflix è come la Spectre, perché i suoi dirigenti non sono conosciuti e non si sa precisamente quanti siano i suoi abbonati (sempre durante la Mostra di Venezia David Cronenberg, Leone alla carriera, fa in conferenza stampa una gag niente male: chiede se qualcuno in sala “ha il numero di telefono di Netflix, mi piacerebbe parlarci”). Stime dell’aprile 2018 parlano di 125 milioni di abbonati nel mondo; in Italia erano 800.000 nell’ottobre 2017, sono sicuramente aumentati ma si mormora anche che nella seconda metà del 2018 sia in corso un calo. È tutto molto misterioso, tranne una cosa: Netflix produce film e serie, lavora su contenuti inediti e si è data come linea editoriale la presenza in catalogo di punte “autoriali”.

A Venezia presenta anche Roma di Alfonso Cuaron, che vincerà il Leone d’oro, e un bellissimo western dei fratelli Coen intitolato The Ballad of Buster Scruggs. La sua presenza veneziana è al centro di una querelle: la Mostra ha deciso di ospitare senza problemi le produzioni Netflix, mentre il festival di Cannes – dopo una timida apertura nel 2017 – ha scelto nel 2018 la linea dura. Niente produzioni di piattaforme digitali a Cannes (né Netflix, né Amazon: nessuna) a meno che non garantiscano di uscire prima nei cinema.
Non è, come potrebbe sembrare, una scelta “cinefila” di retroguardia: a Cannes non sono così stupidi. È una scelta dovuta al fatto che fra gli organizzatori-finanziatori di Cannes ci sono anche le associazioni francesi dei produttori, dei distributori e degli esercenti: e sono questi ultimi, in Francia molto potenti perché la Francia è l’unico paese al mondo in cui il cinema in sala è ancora una cosa seria ed economicamente rilevante, a pretendere questa politica. Non ci date i film per le sale? E noi a Cannes non li prendiamo.

Venezia fa il contrario. Prende i film di Netflix, e succede una cosa paradossale. Sulla mia pelle ha comunque un distributore per l’uscita in sala: la Lucky Red di Andrea Occhipinti. Di comune accordo, Netflix e Lucky Red decidono di mandare il film in sala subito dopo la Mostra. Esce il 12 settembre, nel corso del primo weekend arriva in un centinaio di sale (non quelle dei circuiti più importanti, che decidono di rifiutarlo). E si compie un piccolo miracolo: il film totalizza in cinque giorni un incasso di 244.479 euro e totalizza di gran lunga la miglior media-sala. Alcuni dati – come sottolinea l’analista Robert Bernocchi sul suo sito cineguru, nel pezzo leggibile qui: – sono stupefacenti. A Torino il cinema è in un’unica sala e totalizza 15.488 euro. Incassa 4.847 euro a Fano e 3.748 euro a Senigallia (W le Marche!). Ovviamente va benissimo a Roma (quasi 84.000 euro, un terzo dell’incasso nazionale) ma se la cava ottimamente anche a Milano. Non parliamo di cifre enormi in assoluto, ma di un esito “relativo” al di là di ogni aspettativa. E questo perché? Per quattro motivi, in sostanza:
1) Perché il film ha aperto Venezia, godendo di un’attenzione mediatica notevole.
2) Perché si avvale di un attore protagonista giovane, bello, già popolare, adorato dalle ragazzine e qui bravissimo.
3) Perché grazie alle polemiche Netflix sì/Netflix no se n’è parlato sui giornali e in rete anche dopo la presentazione veneziana.
4) Perché racconta un fatto di cronaca di forte impatto emotivo e politico, sul quale molte coscienze sono ancora mobilitate.
Sembra veramente di essere tornati agli anni ’70, quando un film politicamente rilevante, con attori importanti, capace di suscitare controversie e polemiche, di rimanere sui giornali a lungo (allora, magari, a causa dei sequestri: oggi fortunatamente non più), di catturare l’attenzione in un festival… poteva conquistare il pubblico. Se ci permettete la ripetizione della metafora, il meritato successo di Sulla mia pelle è un successo “analogico”, dovuto a cause – il coinvolgimento ideale e politico, il passaparola, il tam-tam festivaliero, la popolarità di un attore – che esistevano già ai tempi dei Lumière, o subito dopo. E siamo talmente tornati negli anni ’70 che nei giorni in cui Sulla mia pelle esce al cinema succede una cosa… in stile anni ’60! In diverse situazioni, in tutta Italia, il film viene “piratato” per visioni collettive e militanti. È avvenuto in piazza Oberdan a Milano, all’Università la Sapienza a Roma, avverrà nei prossimi giorni a Genova, a Bologna e in altre città: Sulla mia pelle diventa spunto per raduni, sit-in, sedute di autocoscienza, assemblee, manifestazioni. È un segnale forte, in un’Italia come quella di oggi. Peccato che siano, appunto, visioni “pirata”, non del tutto legali. E sono possibili… grazie a Netflix! Perché una volta per fare una cosa del genere serviva una copia in pellicola, oggi basta avere un video-proiettore, collegarsi a un decoder e proiettare su un lenzuolo.

Sarà bene esser chiari: sono proiezioni tecnicamente pessime, in rete molti lo hanno fatto notare; “l’arte cinematografica” ne risente, il ritorno economico dei produttori pure, ma non si può negare che sono anche il segnale di una (piccola?) parte d’Italia che non dorme, che non ci sta, che ha voglia di giustizia e di militanza. Ci sono e ci saranno polemiche, su questo punto e sul film in generale: è di oggi, 18 settembre, la notizia che Andrea Occhipinti si è dimesso dalla carica di Presidente della Sezione Distributori dell’ANICA. “Ho deciso di dimettermi – ha dichiarato – perché la nostra scelta di distribuire Sulla mia pelle di Alessio Cremonini in contemporanea nelle sale e su Netflix ha creato molte tensioni tra gli esercenti che lo hanno programmato (pochi) e quelli che hanno scelto di non farlo (molti). II successo del film ha aumentato queste tensioni. Nonostante esistessero dei precedenti in Italia e ci sia un acceso dibattito a livello internazionale, non voglio che una scelta puramente aziendale venga considerata come una posizione della sezione distributori dell’Anica, visto il mio ruolo. Per non creare ombre o imbarazzo ai miei colleghi, ritengo quindi opportuno lasciare la carica di Presidente”. Non vi sembra, anche questo, un bel comunicato politico di tanto tempo fa?
Sì, sembra veramente di essere in un passato che solo gli over-50 ricordano ma che evidentemente gli under-30 hanno voglia di ricreare. La differenza ovviamente è Netflix: che prima ha paradossalmente aiutato il successo del film nei cinema, e poi trarrà linfa da questo successo per la fruizione televisiva. Sulla mia pelle è la prova che le piattaforme digitali e il cinema pensato in grande, per il grande schermo, possono coesistere. L’importante è avere l’agilità mentale di equilibrare le varie modalità di fruizione che oggi si sono moltiplicate. Perché poi alla fine il vero dato che conta, e che Alessio Cremonini a Venezia sottolineava quasi con timore, è che grazie a Netflix Sulla mia pelle sarà disponibile agli utenti di 190 paesi. Avete letto bene: 190.
In questo momento l’Onu ha 193 paesi membri. E questa è l’unica cosa, in questa storia, che negli anni ’70 non sarebbe potuta succedere.